lunedì 14 dicembre 2009

Quale sinistra? Riflessioni post dibattito

Domenica 13 dicembre ho partecipato a Riccia ad un dibattito sulla sinistra e sulla necessità dell'unità. Tornando a casa in macchina mi tornava in mente "Ombre rosse" lo splendido film che ci ha regalato Citto Maselli. Pensavo agli ultimi cinque minuti del film, che coniugano arte e messaggio in maniera niente affatto noiosamente pedagogica: il grigiore delle ombre della sinistra diventata cinica e omologata al liberismo (con la sua allarmante mancanza anche di etica pubblica) viene oltrepassato dalla freschezza di due giovani donne (donne, per l'appunto) che, con un metro, prendono le misure di un vecchio casale, per ricostruire, rifondare, renderlo vivo e vissuto dopo la sconfitta. Siamo rifondatori, ci dice Maselli, non restauratori nostalgici del passato. Sperimentiamo, elaboriamo, "camminiamo domandando"; non conosciamo bene il percorso (Marx direbbe "non siamo i pasticceri dell'avvenire") ma ricominciamo, in basso a sinistra. E' importante il punto di vista, la tecnica del rovesciamento: il movimento reale a cui viene affidato il "rovesciamento pratico dei rapporti sociali esistenti". A me piace oggi, nell'era della crisi globale del capitale, più di ieri, chiamarlo comunismo. Non voglio essere né un nostalgico, né un pentito; sono con Bloch che lottava con gli operai di Berlino contro il regime.
Nel dibattito si è parlato anche della caduta del muro di Berlino e tornando al film di Maselli pensavo che il film è metafora artistica. Nessuna nostalgia del Muro; questo è nel vissuto di ognuno di noi. Anzi, il Muro ci permette di narrare noi stessi. Nessun rimpianto per l'equilibrio bipolare; abbiamo tentato di "capire Danzica" ( le mie prime vere manganellate le ho prese nel dicembre del 1981 davanti l'ambasciata polacca a Roma) ; abbiamo protestato sotto l'ambasciata cinese per Tien An Men; soprattutto eravamo in quel segmento, forse piccolo, di cultura ed iniziativa di sinistra che, in Italia e nel mondo, riteneva, al contrario di Occhetto, che a Mosca non pesava solo l'assenza delle libertà individuali, ma, nel profondo, un deficit di socialismo, nella riproduzione di rapporti sociali borghesi (con una anomala specificità).
Ho sempre ritenuto che lo stalinismo andasse superato da sinistra. Ma, con la caduta del Muro, venne esaltato il "cambio d'epoca" addirittura come "fine della storia"; e l'operazione della Bolognina, in Italia, venne motivata e gestita come una cancellazione di se stessi. Le magnifiche sorti e progressive, invece, non si videro e non si vedono; il mondo non fu pacificato ma nacquero le "guerre costituenti" fondative del "nuovo ordine mondiale".
Vi fu una sconvolgente affermazione, con la globalizzazione liberista, della nuova egemonia borghese e capitalista.
Ricordo che festeggiai, brindando, la caduta del Muro nella nostra sede di democrazia proletaria a Palata; ma oggi bisogna prendere atto che si aprì un varco enorme per la poderosa e potente "rivoluzione restauratrice" del capitale, con la crisi proprio di quel costituzionalismo e di quello stato di diritto la cui assenza era stata assunta, giustamente, ad emblema del fallimento del cosiddetto "socialismo reale".
Essendosi liberato dalla sindrome della competizione con l'Unione Sovietica, il capitale si liberò anche della memoria di Stalingrado e della vittoria contro il nazifascismo e prese a mercificare, senza remore, tutto, tempo, spazio, vivente, vite.
Pesante fu il maglio del comando del capitale sui rapporti di lavoro, sulla precarietà, sulla costruzione di stati etnocentrici (e, quindi, xenofobi).
Qui siamo. E' qui che si pone, in questa dialettica, la ricostruzione di una istanza anticapitalistica di massa. Anzi, riproporre la rifondazione comunista significa proprio partire dalla rielaborazione delle gravi sconfitte subìte per rimettere in discussione anche paradigmi storicamente fondativi che hanno però generato la deriva della cupa e grigia coltre totalitaria nella costruzione di una statualità socialista.
Penso che proprio oggi, dentro e contro la crisi della globalizzazione liberista, ritornino, per paradosso, ad essere più che mai attuali le ragioni del dirsi comunista. Anche la simbologia oggi è importante. Non a caso la Bolognina cancellò l'aggettivo per significare mutazione genetica, abbandono di un campo, accettazione esplicita delle categorie del capitale, cancellazione di una narrazione storica.
Per me comunismo non significa dunque, dottrina. Continuo a pensare, come ci aiuta a fare anche il film di Citto Maselli, che la sinistra o è anticapitalista o non è; perché essa deve collocarsi nel punto più alto della sfida teorica, politica e sociale.

venerdì 11 dicembre 2009

LA STRAGE DI STATO

Il 12 dicembre 1969, con le bombe a Piazza Fontana, cominciava la “strategia della tensione”
Tra il 1969 e il 1984, in Italia, sono avvenute otto stragi politiche dalle caratteristiche comuni: tutte hanno visto coinvolti personaggi appartenenti alla destra eversiva, in tutte sono emerse protezioni, connivenze, responsabilità di appartenenti agli apparati dello Stato, tutte sono rimaste per molto tempo senza spiegazioni ufficiali, senza colpevoli e senza mandanti. In quindici anni sono state assassinate, oltre seicento sono rimaste ferite in attentati stragisti che, ancora oggi, nella quasi totalità dei casi, sono rimasti impuniti.
Si è fatto di tutto intorno alla strage di piazza Fontana, a Brescia, Bologna, Ustica, compresi i processi. Di tutto non per scoprire la verità, ma per occultarla. La verità storica e politica è rimasta per anni patrimonio dei movimenti, imbrigliata dai silenzi, omissioni, depistaggi, fino all’apposizione del segreto di stato, poi è diventata senso comune di larga parte del paese, senza che a ciò corrispondesse però azione adeguata.
Anzi, ancora oggi è piegata agli interessi di chi la vuole complice nella conservazione dell’esistente.
I giorni nostri sono percorsi da un forte vento di destra, con egemonia culturale e sociale. Ovviamente il riformarsi di un “consenso di massa” alle nuove forme del fascismo richiederebbe un’assai lunga e complessa analisi, ma è utile ricordare una indicazione/profezia di Pier Paolo Pasolini (del settembre ’62):
«Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: ma occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di un società».
La storia di questi 40 anni ha dimostrato che le Strage di Piazza Fontana è una Strage di Stato!. Anche le successive stragi degli anni ‘70/80 (piazza della Loggia, Italicus, strage alla stazione di Bologna, ecc) hanno confermato, fuor di ogni dubbio, che lo Stato promuoveva o consentiva stragi e delitti eccellenti, spesso gestendoli in prima persona e comunque coprendoli: ultimi esempi Ustica, Casalecchio di Reno, la morte di Ilaria Alpi, le navi dei profughi speronate e il Cermis: crimini di guerra e di pace, sempre con la stessa logica del puro dominio.
Subito dopo la strage un gruppo di compagne e compagni diedero vita ad un inchiesta militante/collettiva e al libro “La strage è di Stato”. Fu anche una indicazione di metodo che oggi bisogna rilanciare. Tanto più che se alla fine degli anni ‘60 e inizio dei ’70 ancora esistevano taluni spazi d’informazione più o meno liberi, che oggi, nonostante l’uso massiccio di internet e dei social network, si sono ridotti al lumicino. Non si può però tacere che molti/e oggi chiudono le orecchie, preferiscono non sapere. Dobbiamo dunque informarci da soli e contro-informare con le forze che abbiamo, trovando il modo di sturare le orecchie e aprire le menti cloroformizzate.
In copertina a “Strage di Stato” ci sono i gendarmi di Pinocchio o forse i carabinieri di Valpreda; continuità dello Stato forte con i deboli e debole con i forti. Viviamo sempre più all’interno d’una nazione-poliziotto e in una rete di sbirri mondiali: impediscono agli esseri umani di passare le frontiere proprio mentre capitali, armi e veleni non hanno confini; affamano interi continenti e uccidono (o imbavagliano, se si vive nella parte privilegiata del mondo) chi ne spiega le vere ragioni; si lamentano in Italia della sicurezza (imbrogliando sui dati, diffondendo razzismo) mentre ogni giorno 4/5 persone muoiono in Italia nei luoghi della produzione, per colpa provata di un’organizzazione del lavoro criminale.
Quarant’anni si ha la certezza o forse solo la conferma che esiste un filo, un continuum fra lo Stato armato e terrorista e la piccola/spiccia repressione, fra i grandi trafficanti d’armi internazionali (che poi piangono sulle vittime e organizzano le “guerre umanitarie” benedette dal premio igNOBEL Obama) e il tentativo di controllare e/o ingabbiare le nostre esistenze. Un discorso lungo e complesso. Credo che questo filo vada spezzato, ovunque sia possibile. Non abbiamo grandi organizzazioni/energie per farlo, anzi come direbbe Totò, “alla forza pubblica possiamo opporre solo la nostra privata debolezza”.
Però lo dobbiamo fare e invitare a farlo ogni giorno: ci si chiami comunisti o cattolici, Centri sociali o Greenpeace, lavoratori e precari auto-organizzati , zapatisti o semtierra di ogni parte del mondo, “Dire mai al Mai” o altro ancora, i nomi contano poco, è come s’agisce quel che fa la differenza.
Se un anello della catena dello Stato poliziotto viene lacerato, più facile sarà che anche altri anelli si spezzino.
E viceversa: ogni volta che chiudiamo gli occhi sui diritti di “un altro/a”, perché non sappiamo identificarci con lui/lei, stiamo saldando una catena che stringe/stringerà il collo di tutti/e. Perché lo Stato globale oggi è una falsa democrazia che in realtà si basa sulla dittatura degli 850 leader che si riuniscono al Forum internazionale di Davos (e possiedono il 95% o giù di lì dei massmedia mondiali, tanto per dare un’idea) e che hanno 50 mila “luogotenenti” per controllare qualche miliardo di consumatori a Nord (se sono buoni, altrimenti diventano criminali) e di schiavi al Sud (che se provano a ribellarsi vengono uccisi con le armi, con gli embarghi o con “le politiche di aggiustamento strutturale” della Banca mondiale). Oggi come ieri, bisogna ripetere: ribellarsi è sempre giusto, possibile, necessario.
Non mi sono mai pentito d’aver lottato e di continuare a farlo. Mi sento di sottoscrivere le affermazioni di Albert Hoffman un compagno statunitense, , in prima fila nel movimento degli anni ‘60/70: “Certo, eravamo giovani. Certo, eravamo arroganti. Eravamo ridicoli, eravamo eccessivi, eravamo avventati, sciocchi. Ma avevamo ragione”. Avevamo ragione noi, anche su questo: la strage è di Stato. E diciamo a voi, gente perbene, che “per quanto vi crediate assolti”, come cantava allora Fabrizio De Andrè, “noi verremo ancora a bussare alle vostre porte”, perché siete sempre - e per sempre – tutti coinvolti.