Domenica 13 dicembre ho partecipato a Riccia ad un dibattito sulla sinistra e sulla necessità dell'unità. Tornando a casa in macchina mi tornava in mente "Ombre rosse" lo splendido film che ci ha regalato Citto Maselli. Pensavo agli ultimi cinque minuti del film, che coniugano arte e messaggio in maniera niente affatto noiosamente pedagogica: il grigiore delle ombre della sinistra diventata cinica e omologata al liberismo (con la sua allarmante mancanza anche di etica pubblica) viene oltrepassato dalla freschezza di due giovani donne (donne, per l'appunto) che, con un metro, prendono le misure di un vecchio casale, per ricostruire, rifondare, renderlo vivo e vissuto dopo la sconfitta. Siamo rifondatori, ci dice Maselli, non restauratori nostalgici del passato. Sperimentiamo, elaboriamo, "camminiamo domandando"; non conosciamo bene il percorso (Marx direbbe "non siamo i pasticceri dell'avvenire") ma ricominciamo, in basso a sinistra. E' importante il punto di vista, la tecnica del rovesciamento: il movimento reale a cui viene affidato il "rovesciamento pratico dei rapporti sociali esistenti". A me piace oggi, nell'era della crisi globale del capitale, più di ieri, chiamarlo comunismo. Non voglio essere né un nostalgico, né un pentito; sono con Bloch che lottava con gli operai di Berlino contro il regime.Nel dibattito si è parlato anche della caduta del muro di Berlino e tornando al film di Maselli pensavo che il film è metafora artistica. Nessuna nostalgia del Muro; questo è nel vissuto di ognuno di noi. Anzi, il Muro ci permette di narrare noi stessi. Nessun rimpianto per l'equilibrio bipolare; abbiamo tentato di "capire Danzica" ( le mie prime vere manganellate le ho prese nel dicembre del 1981 davanti l'ambasciata polacca a Roma) ; abbiamo protestato sotto l'ambasciata cinese per Tien An Men; soprattutto eravamo in quel segmento, forse piccolo, di cultura ed iniziativa di sinistra che, in Italia e nel mondo, riteneva, al contrario di Occhetto, che a Mosca non pesava solo l'assenza delle libertà individuali, ma, nel profondo, un deficit di socialismo, nella riproduzione di rapporti sociali borghesi (con una anomala specificità).
Ho sempre ritenuto che lo stalinismo andasse superato da sinistra. Ma, con la caduta del Muro, venne esaltato il "cambio d'epoca" addirittura come "fine della storia"; e l'operazione della Bolognina, in Italia, venne motivata e gestita come una cancellazione di se stessi. Le magnifiche sorti e progressive, invece, non si videro e non si vedono; il mondo non fu pacificato ma nacquero le "guerre costituenti" fondative del "nuovo ordine mondiale".
Vi fu una sconvolgente affermazione, con la globalizzazione liberista, della nuova egemonia borghese e capitalista.
Ricordo che festeggiai, brindando, la caduta del Muro nella nostra sede di democrazia proletaria a Palata; ma oggi bisogna prendere atto che si aprì un varco enorme per la poderosa e potente "rivoluzione restauratrice" del capitale, con la crisi proprio di quel costituzionalismo e di quello stato di diritto la cui assenza era stata assunta, giustamente, ad emblema del fallimento del cosiddetto "socialismo reale".
Essendosi liberato dalla sindrome della competizione con l'Unione Sovietica, il capitale si liberò anche della memoria di Stalingrado e della vittoria contro il nazifascismo e prese a mercificare, senza remore, tutto, tempo, spazio, vivente, vite.
Pesante fu il maglio del comando del capitale sui rapporti di lavoro, sulla precarietà, sulla costruzione di stati etnocentrici (e, quindi, xenofobi).
Qui siamo. E' qui che si pone, in questa dialettica, la ricostruzione di una istanza anticapitalistica di massa. Anzi, riproporre la rifondazione comunista significa proprio partire dalla rielaborazione delle gravi sconfitte subìte per rimettere in discussione anche paradigmi storicamente fondativi che hanno però generato la deriva della cupa e grigia coltre totalitaria nella costruzione di una statualità socialista.
Penso che proprio oggi, dentro e contro la crisi della globalizzazione liberista, ritornino, per paradosso, ad essere più che mai attuali le ragioni del dirsi comunista. Anche la simbologia oggi è importante. Non a caso la Bolognina cancellò l'aggettivo per significare mutazione genetica, abbandono di un campo, accettazione esplicita delle categorie del capitale, cancellazione di una narrazione storica.
Per me comunismo non significa dunque, dottrina. Continuo a pensare, come ci aiuta a fare anche il film di Citto Maselli, che la sinistra o è anticapitalista o non è; perché essa deve collocarsi nel punto più alto della sfida teorica, politica e sociale.

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