venerdì 11 dicembre 2009

LA STRAGE DI STATO

Il 12 dicembre 1969, con le bombe a Piazza Fontana, cominciava la “strategia della tensione”
Tra il 1969 e il 1984, in Italia, sono avvenute otto stragi politiche dalle caratteristiche comuni: tutte hanno visto coinvolti personaggi appartenenti alla destra eversiva, in tutte sono emerse protezioni, connivenze, responsabilità di appartenenti agli apparati dello Stato, tutte sono rimaste per molto tempo senza spiegazioni ufficiali, senza colpevoli e senza mandanti. In quindici anni sono state assassinate, oltre seicento sono rimaste ferite in attentati stragisti che, ancora oggi, nella quasi totalità dei casi, sono rimasti impuniti.
Si è fatto di tutto intorno alla strage di piazza Fontana, a Brescia, Bologna, Ustica, compresi i processi. Di tutto non per scoprire la verità, ma per occultarla. La verità storica e politica è rimasta per anni patrimonio dei movimenti, imbrigliata dai silenzi, omissioni, depistaggi, fino all’apposizione del segreto di stato, poi è diventata senso comune di larga parte del paese, senza che a ciò corrispondesse però azione adeguata.
Anzi, ancora oggi è piegata agli interessi di chi la vuole complice nella conservazione dell’esistente.
I giorni nostri sono percorsi da un forte vento di destra, con egemonia culturale e sociale. Ovviamente il riformarsi di un “consenso di massa” alle nuove forme del fascismo richiederebbe un’assai lunga e complessa analisi, ma è utile ricordare una indicazione/profezia di Pier Paolo Pasolini (del settembre ’62):
«Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: ma occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di un società».
La storia di questi 40 anni ha dimostrato che le Strage di Piazza Fontana è una Strage di Stato!. Anche le successive stragi degli anni ‘70/80 (piazza della Loggia, Italicus, strage alla stazione di Bologna, ecc) hanno confermato, fuor di ogni dubbio, che lo Stato promuoveva o consentiva stragi e delitti eccellenti, spesso gestendoli in prima persona e comunque coprendoli: ultimi esempi Ustica, Casalecchio di Reno, la morte di Ilaria Alpi, le navi dei profughi speronate e il Cermis: crimini di guerra e di pace, sempre con la stessa logica del puro dominio.
Subito dopo la strage un gruppo di compagne e compagni diedero vita ad un inchiesta militante/collettiva e al libro “La strage è di Stato”. Fu anche una indicazione di metodo che oggi bisogna rilanciare. Tanto più che se alla fine degli anni ‘60 e inizio dei ’70 ancora esistevano taluni spazi d’informazione più o meno liberi, che oggi, nonostante l’uso massiccio di internet e dei social network, si sono ridotti al lumicino. Non si può però tacere che molti/e oggi chiudono le orecchie, preferiscono non sapere. Dobbiamo dunque informarci da soli e contro-informare con le forze che abbiamo, trovando il modo di sturare le orecchie e aprire le menti cloroformizzate.
In copertina a “Strage di Stato” ci sono i gendarmi di Pinocchio o forse i carabinieri di Valpreda; continuità dello Stato forte con i deboli e debole con i forti. Viviamo sempre più all’interno d’una nazione-poliziotto e in una rete di sbirri mondiali: impediscono agli esseri umani di passare le frontiere proprio mentre capitali, armi e veleni non hanno confini; affamano interi continenti e uccidono (o imbavagliano, se si vive nella parte privilegiata del mondo) chi ne spiega le vere ragioni; si lamentano in Italia della sicurezza (imbrogliando sui dati, diffondendo razzismo) mentre ogni giorno 4/5 persone muoiono in Italia nei luoghi della produzione, per colpa provata di un’organizzazione del lavoro criminale.
Quarant’anni si ha la certezza o forse solo la conferma che esiste un filo, un continuum fra lo Stato armato e terrorista e la piccola/spiccia repressione, fra i grandi trafficanti d’armi internazionali (che poi piangono sulle vittime e organizzano le “guerre umanitarie” benedette dal premio igNOBEL Obama) e il tentativo di controllare e/o ingabbiare le nostre esistenze. Un discorso lungo e complesso. Credo che questo filo vada spezzato, ovunque sia possibile. Non abbiamo grandi organizzazioni/energie per farlo, anzi come direbbe Totò, “alla forza pubblica possiamo opporre solo la nostra privata debolezza”.
Però lo dobbiamo fare e invitare a farlo ogni giorno: ci si chiami comunisti o cattolici, Centri sociali o Greenpeace, lavoratori e precari auto-organizzati , zapatisti o semtierra di ogni parte del mondo, “Dire mai al Mai” o altro ancora, i nomi contano poco, è come s’agisce quel che fa la differenza.
Se un anello della catena dello Stato poliziotto viene lacerato, più facile sarà che anche altri anelli si spezzino.
E viceversa: ogni volta che chiudiamo gli occhi sui diritti di “un altro/a”, perché non sappiamo identificarci con lui/lei, stiamo saldando una catena che stringe/stringerà il collo di tutti/e. Perché lo Stato globale oggi è una falsa democrazia che in realtà si basa sulla dittatura degli 850 leader che si riuniscono al Forum internazionale di Davos (e possiedono il 95% o giù di lì dei massmedia mondiali, tanto per dare un’idea) e che hanno 50 mila “luogotenenti” per controllare qualche miliardo di consumatori a Nord (se sono buoni, altrimenti diventano criminali) e di schiavi al Sud (che se provano a ribellarsi vengono uccisi con le armi, con gli embarghi o con “le politiche di aggiustamento strutturale” della Banca mondiale). Oggi come ieri, bisogna ripetere: ribellarsi è sempre giusto, possibile, necessario.
Non mi sono mai pentito d’aver lottato e di continuare a farlo. Mi sento di sottoscrivere le affermazioni di Albert Hoffman un compagno statunitense, , in prima fila nel movimento degli anni ‘60/70: “Certo, eravamo giovani. Certo, eravamo arroganti. Eravamo ridicoli, eravamo eccessivi, eravamo avventati, sciocchi. Ma avevamo ragione”. Avevamo ragione noi, anche su questo: la strage è di Stato. E diciamo a voi, gente perbene, che “per quanto vi crediate assolti”, come cantava allora Fabrizio De Andrè, “noi verremo ancora a bussare alle vostre porte”, perché siete sempre - e per sempre – tutti coinvolti.

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