lunedì 21 settembre 2009

La libertà di informazione può attendere

La manifestazione per la libertà di informazione, che si doveva tenere sabato scorso 19 settembre a Roma, è stata rinviata - come è noto - di due settimane a causa della morte in Afganistan dei sei militari italiani. Si tratta di una decisione sbagliatissima, presa non tanto per ragioni di opportunità pratica - si dice che sarebbe stata oscurata dal battage mediatico patriottardo in pieno svolgimento proprio a ridosso della manifestazione - quanto perché ha prevalso fra gli organizzatori la concezione per cui di fronte a un evento così luttuoso era necessaria l'unità di tutto il Paese, che era il momento di restare uniti e non il momento delle polemiche. E così "patria", "eroi", "onore ai caduti", "i nostri ragazzi", … e tante trasmissioni in Tv tutte a senso unico, senza neanche l'ombra di un contraddittorio. Come ai tempi di Nassirya. Complice il presidente Napolitano che ha prontamente richiamato all'unità nazionale. Il tutto pressocché ignorando gli oltre 20 morti afgani, quasi tutti civili, donne e bambini compresi. Il che aggiunge un tocco di razzismo al minestrone mediatico. Ma perché dovrebbe esserci unità fra quelli che ritengono che la guerra in Afganistan sia criminale oltre che contraria alla Costituzione e chi la benedice come mezzo per "difendere la libertà contro il terrorismo"? Fra chi vuole il ritiro immediato del nostro contingente militare e chi dice che là bisogna restare e magari anche mandare altri soldati? E' prevalsa la logica del "siamo tutti italiani" che vede Pd e Pdl, Repubblica e Feltri, per un giorno concordi e tutti insieme a sostenere che la guerra è giusta e necessaria, che vede piangere i soldati morti coloro che - centro sinistri e centro destri, tutti egualmente responsabili - li hanno mandati a morire. Come se la protesta in difesa di un diritto civile come la libertà di informazione fosse incompatibile con il rispetto dei morti. La drammatica coincidenza afgana sarebbe stata una ragione in più per manifestare, dato che le ragioni della guerra sono potute passare nell'opinione pubblica proprio a causa del conformismo e delle autocensure della maggior parte dei giornali e giornalisti che hanno taciuto sulla continua violazione della Costituzione. Che sono venuti meno al dovere professionale di informare correttamente sulla situazione in Afganistan, sempre descritta in termini apologetici e di propaganda. La manifestazione avrebbe aggiunto un elemento di riflessione in più per chi crede che proprio l'informazione libera è la prima vittima di ogni guerra e poteva essere l'occasione di unire la lotta per la libertà di informazione con la lotta per la pace. Si è perduta invece un'occasione difficilmente ripetibile. E, d'altra parte, quali dei nostri coraggiosissimi giornalisti avrebbero voluto rischiare di essere bollati come "anti italiani"? Mai nessun Grande Fratello è stato spostato per le morti sul lavoro. E mentre la manifestazione di sabato 19 settembre è stata rinviata in segno di lutto, quasi fosse una festa da ballo, domenica le partite si sono tenute regolarmente, con l'ipocrita contentino del minuto di silenzio. Funerali di stato per i sei militari morti, come per Mike Bongiorno, niente di più. E' così che siamo messi, e non siamo messi bene. Se non ci diamo una mossa.

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