Dalla Cassa del Mezzogiorno, passando per la legge 64 e poi la 488, fino ad arrivare agli attuali fondi europei: centinaia di migliaia di miliardi di vecchie lire hanno contribuito a realizzare non solo e non tanto gli eterni cantieri, i capannoni vuoti, gli ecomostri e le cattedrali nel deserto, quanto un sistema di welfare sociale selettivo fondato su meccanismi redistributivi legati a quelle dinamiche clientelari che ne permettono la perpetuazione. Per anni abbiamo assistito, e continuiamo a farlo, al rovesciamento culturale sul quale si fonda questo parassitismo: il punto di debolezza, la questione meridionale, diventa il punto di forza, così come il presunto stato di arretratezza diventa un problema da rimuovere ma anche da esaltare, allo stesso modo del tanto sbandierato sottosviluppo: una minaccia da brandire, ma anche un bene da preservare.
A questa gestione "ordinaria" della straordinarietà meridionale, dell'eterna emergenza per l'infinita arretratezza, si possono affiancare anche altre "disgrazie" per rafforzare questo modello di potere: i terremoti, le siccità, le grandinate sono un danno per i più, ma la manna dal cielo di un ceto politico che della discrezionalità autoritaria dei poteri speciali ed eccezionali ne ha sempre fatto un ulteriore strumento per il rafforzamento delle proprie sfere di influenza. E se non ci pensa madre natura, un'emergenza la si può sempre costruire, alimentare e pianificare. Il problema, insomma, lo si agita come spauracchio, lo si affronta eternamente, ma non lo si deve risolvere mai. L'ipocrisia si svela nel momento in cui si rompe questo schema ed un "problema" trova finalmente soluzione, ad esempio la fuoriuscita di una regione dalle aree classificate dalla UE come povere e depresse, invece di suscitare entusiasmi e festeggiamenti, diventa motivo di disperazione e di un effervescente attivismo politico nel quale tutta la classe dirigente meridionale in modo trasversale, compatto e combattivo, si impegna per ricostruire nuovi indicatori e nuovi parametri tali da smentire e affossare la "disgrazia" della risoluzione del problema.
Il mezzogiorno non è un luogo arretrato, la stessa povertà di cui dicono i dati statistici ha volti e corpi profondamente diversi dalle vecchie foto novecentesche. Anzi la povertà crescente, che interessa anche tanti giovani laureati, è il frutto di quelle scelte che hanno consegnato il territorio e i diritti alla rapina delle multinazionali. Il mezzogiorno è il luogo in cui ha operato negli ultimi venti anni la modernità, questa modernizzazione. E' uno dei luoghi dove più chiaramente incontri il capitalismo onnivoro di questo tempo con la sua produzione di precarietà, che ri-articola poteri e mette in crisi la democrazia. Qui la flessibilità, le esternalizzazioni, che erodono diritti sono stati sperimentati prima ancora di essere legge. Queste scelte hanno mutato la morfologia, l'antropologia, le relazioni sociali e politiche. In nome della modernizzazione e del presunto "sviluppo", sono stati rapinati territori e diritti. L'energia, inceneritori comunque camuffati, con le sue filiere rifiuti, acqua etc., sono la nuova frontiera, dove l'unico "sviluppo" propinato è quello dei "nuovi affari". Una zona franca in cui le criminalità hanno ricostruito relazioni e ripreso fiato. Qui misuri quanto la politica abdichi la sua funzione pubblica per diventare pura gestione.
I profondi mutamenti nella struttura politica rideterminano lo spazio politico nei termini di un "mercato politico".La crisi della politica è contemporaneamente causa ed effetto di questa rideterminazione, nella quale gli architravi del sistema, i partiti, disperdono progressivamente le caratteristiche tradizionali di canali di organizzazione e di espressione di domande sociali e si trasformano sempre più in veri e propri comitati d'affari per le classi sociali alte ed agenzie di lavoro interinale per quelle più basse. I partiti, indistintamente, colti nella visuale del mezzogiorno, appaiono essenzialmente come terminali di questo sistema, per quanto si possano sforzare di declamare e ostentare le proprie mani pulite: non solo quindi il tanto vituperato Pd e l'altrettanto poco raccomandabile PDL, ma anche l'Italia dei Valori, il cui recente successo elettorale già lo riconfigura al sud come approdo naturale di una ondata fagocitante e soffocante di trasformismo politico, e finanche alcuni “nuovi” partiti di sinistra, dove una vocazione all'abbandono della "malattia infantile del comunismo" scivola a volte però in una maturazione politica che condensa normalizzazione, compatibilità e sussunzione in questo pervasivo modello politico dominante Perché se abbatti diritti e riduci lo stato sociale, annulli qualunque elemento oggettivo per l'accesso al lavoro, se cresce la disuguaglianza, la povertà e il disagio, se i desideri collettivi non incontrano mai la politica, la democrazia si trasforma. Il "politico" diventa quasi un barone, è a lui, a cui affidi la disperazione. In questo limbo nasce la nuova questione morale, un bisogno di democrazia e legalità intesa come esigibilità del diritto, come uguaglianza sociale. Una democrazia che si ammala e una politica che lega il suo destino a quello dei poteri forti. Come non vedere a partire da qui, da come hanno agito, da un lato le politiche neoliberiste e dall'altro quel tentativo di "gestire la globalizzazione", il fallimento dei centrosinistra. Ora, nella presunzione della gestione, hanno persino consentito alle follie bossiane un passaggio ancora più drammatico, che è quello del federalismo fiscale.In questo scenario diventa comprensibilmente difficile muoversi sul terreno della politica, se non rovesciando e aggredendo il principio della delega.
Per intenderci, così come non si può ritenere di delegare alla magistratura la risoluzione del degrado e della crisi della politica, intendendo con essa semplicemente la "tifoseria" per singoli magistrati che compiono onestamente il loro lavoro e non sono incasellati in lobby o cordate, allo stesso modo non si può trasporre il medesimo ragionamento nei confronti di quei rari politici che, per il semplice fatto di compiere onestamente il proprio dovere civico, vengono innalzati ad eroi dall'opinione pubblica, ma anche a paravento dai professionisti del parassitismo politico. Del resto, che il parametro del "candore" della fedina penale possa rappresentare un indicatore di valutazione del proprio impegno e della propria onestà politica è un parametro a dir poco fuorviante.
Al Sud la rivoluzione passiva morde molto sul terreno del simbolico puntando a omologare, a costruire modelli di evasione e di esodo che inducono masse enormi di giovani donne e uomini a mettersi in fila per essere assunti come comparse televisive. Sì, il Sud deve ricostruirsi e costruirsi una autonomia, come dice Franco Cassano, ma una autonomia di tipo nuovo, che incroci e metta a valore i nuovi desideri e le nuove forme di identità individuali e collettive, fondate su radici antiche rivissute criticamente. Eppure il sud non è solo passività. Sebbene dentro una crisi di panico sociale collettivo, incontri ancora un mezzogiorno resistente, che ha radici lontane e che continua a non piegare la testa. Tante le lotte comunitarie, le resistenze, uomini e donne che si battono perché sia possibile ancora un'altra politica. L'antimafia sociale, Melfi, Scanzano, Rapolla, Acerra, luoghi che indicano lotte importanti, significative. Di fronte a queste energie la politica e le sinistre hanno mostrato tutta la propria inefficacia, nel non essere riusciti a ricercare ed affermare quell'alterità di cui si sente una grande necessità e sulla quale si erano investite fiducie ed energie. Oggi il sud, nonostante le difficoltà e le disperazioni sociali crescenti, continua ad essere attraversato da queste mille resistenze, di donne, di uomini, di comunità, di giovani intellettuali, purtroppo sono realtà isolate, che non sappiamo narrare e che faticano, in un livello di frantumazione e solitudine quale quello attuale, a narrarsi. Hai quasi l'impressione, anche in questo caso in anticipo, quanto l'americanismo che avanza, atomizza e separa, quasi voglia confinare nell'angolo dei sogni impossibili proprio chi dentro le esperienze di resistenza e lotte cerca nuove strade, allude ad una relazione altra con la natura e tra gli uomini e le donne. Quasi a dire: voi che avete letto da Cassandre la crisi globale, sfidato i giganti, misurate adesso la solitudine. Ed è qui che devi rovesciare i termini e risalire la china. A partire da queste resistenze, che devono avere la forza della politica che attraversa e muta il senso comune. Ricostruiamo la fiducia, i nessi che unificano le tante lotte e ricominciamo da campagne specifiche, quella del reddito per tutti per esempio, a costruire una stagione di opposizione sociale. Un vero cammino per un'altra politica che si oppone al ponte sullo stretto in nome di quei ponti sociali che devono restituire al sud, per restituirlo al paese e all'Europa, un modello totalmente alternativo perché contiene la libertà e l'uguaglianza, il desiderio e la gioia, il riconoscimento e le lotte e mai la delega. Una sfida che se non saprà cogliere la sinistra di alternativa, avrà esiti tragici con affidamenti autoritari a baroni e polizia.
Italo Di Sabato – segretario regionale Prc Basilicata

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