
Parto dal presupposto che il mondo è sottosopra, che tutto è sbagliato, che le persone sbagliate sono al potere e le persone sbagliate sono escluse dal potere. Sabato e domenica sono stato a Bilbao per partecipare alla manifestazione indetta dalla sinistra basca contro la decisione del parlamento europeo di mettere nella lista delle "formazioni terroristiche" la sinistra indipendentisctica basca quando ricevo una telefonata in cui mi si dice che su tutti i quotidiani molisani c'è una lunga lettera,
pubblicata a pagamento, del consigliere regionale del Prc Mauro Natalini, il quale annuncia di non rinnovare la tessera di Rifondazione ed aderire al progetto politico de "La Sinistra". Chiaro che ognuno è libero di far ciò che ritiene più consono con le proprie idee e pensiero, quello che trovo assolutamente inqualificabili sono le argomentazioni. Per anni mi sono sentito dire soprattutto da Mauro che il sottoscritto " voleva scioglire il partito nel movimento" oppure che bisognava fermare con ogni mezzo "la deriva movimentista che non aveva nulla a che fare con la storia comunista". Oggi, Mauro sceglie di andar via da Rifondazione accusando coloro che vogliono tenere in vita una forza politica, che nella sua pratica, ha scelto che il sostantivo e l'aggettivo non possono essere cose separate, cioè che non può esserci rifondazione senza il comunismo e viceversa, e che per attualizzare questo pensiero, bisogna far si che si riprenda un cammino che sia fatto di lotte e conflitto sociale, insomma un cammino in movimento. Ma quello che proprio non riesco a comprendere è la litania su una parola a lungo argomentata da Mauro, che a me era sempre sembrata inoffensiva, ma da qualche tempo viene usata con un’ accezione negativa: “identità”. Il Piccolo Larousse dice che si tratta dell’insieme di qualità che fanno sì che una persona sia quello che è e non qualche altro. In fin dei conti io sono io per la mia storia, per quello che penso e per come mi comporto; chi mi conosce mi accetta, più o meno, proprio in base alla mia identità. Questo non mi impedisce di interagire con le altre persone, al contrario: più è coerente la mia storia, più i miei comportamenti corrispondono alle mie parole, maggiormente la mia identità viene riconosciuta e accettata. Interagendo posso modificare alcuni miei giudizi, migliorare, o peggiorare, alcuni comportamenti ma non cambierò per questo la mia identità. Solo se ho coscienza della mia identità, perché sono quello che sono e non altro, saprò valutare e rispettare l’identità di altre persone. Penso sia sano e normale che anche un partito abbia una propria identità. Eppure leggo e sento parlare di “nicchie di identità”, di “chiusura identitaria”, simbolistica, settaria… Perfino di “ghetto”. Non comprendo. Come moltissime persone riconoscono, il crollo dei consensi, non solo elettorali, del Prc ha danneggiato l’intera sinistra: per ricostruire una coscienza di sinistra occorre rafforzare la nostra identità anziché umiliarla (sì, tanti compagne e compagni della base del partito si sentono proprio così: umiliati). Gli uomini e le donne devono sapere con chiarezza chi siamo, e chi sono loro, per ritrovare la fiducia e la volontà di realizzare dei progetti comuni. Non credo che in questi anni si sia deteriorato tanto il rapporto con i movimenti e gli altri partiti della sinistra a livello orizzontale, di base, quanto quello tra la base e i vertici del partito, o in molti casi tra la base e i suoi rappresentanti istituzionali. Allora il problema, io credo, non è quello di “superare” il partito quanto quello di rivedere la sua democrazia interna, gli strumenti che possono permettere una vera comunicazione, non solo dal centro alla periferia (per non dire dall’alto verso il basso) ma soprattutto nel senso contrario e circolare. Si tratta, io credo, di riorganizzare le informazioni e comunicare meglio e di più; di mettere in rete i conflitti sociali, e i risultati dove e come si raggiungono; di non lasciare inascoltate ed isolate tante esperienze importanti di giovani, di donne, di cittadini. Una comunicazione a senso unico, a lungo andare, rende sordi. Mi domando: serve inventarsi nuovi partiti se non sappiamo far vivere e far crescere nel modo migliore gli strumenti che abbiamo? Ho vissuto la stagione che ha visto fiorire i Forum Sociali, quando Rifondazione partecipava con coerenza e convinzione. Poi l’attenzione è stata rivolta maggiormente alle istituzioni, è venuta a mancare in molti casi la presenza attiva dei compagni e delle compagne, la bilancia non ha più ritrovato il suo equilibrio e il piatto dei Forum Sociali, dove si praticava l’unità della sinistra, si è svuotato. Nel viaggio verso il governo, alcuni movimenti si sono visti usare come un tram e si sono sentiti traditi. Oggi, in presenza di una società che scopriamo ogni giorno più triste, più egoista, che usa il denaro come unico metro di giudizio, sembra che non ci siano le forze per contrastare questa deriva reazionaria. Ecco perchè credo che il paradosso che il mondo è sottosopra cade a pennello. Qualcuno vuol distruggere quell'anomalia politica chiamata Rifondazione Comunista, per costruire un "nuovo partito" che sappia avere la benedizione dei potentati economici e le pacche sulle spalle dai "compagni e amici" del Pd. Io penso che se vogliamo davvero ricominciare un percorso a sinistra, proprio perché sono convinto che sia giusto e necessario fare unità, proprio perché abbiamo imparato che l’unità nasce dalla pratica quotidiana dell’agire concreto, affrontando insieme i problemi là dove si presentano, costruendo reti, partendo da contenuti precisi e non da campagne pubblicitarie; ebbene, oggi penso che sia essenziale una Rifondazione con gambe forti per camminare, orecchie per ascoltare e un cuore grande. Ma quest’ultimo, ne sono sicuro, non manca. Abbiamo superato tante traversate nel deserto, supereremo anche questa.