lunedì 27 ottobre 2008

Non è che l'inizio

"Non si arriva a fine mese", è proprio il caso di dirlo vedendo il successo dell'iniziativa tenuta sabato scorso da Rifondazione Comunista a Campobasso dove abbiamo distribuito 400 Kg. di pane ad un euro al kg contro il carovita trovando piena sintonia con tanti cittadini.
La crisi che stiamo vivendo è la conseguenza delle politiche neoliberiste fatte di precarietà e bassi salari, di liberalizzazioni e privatizzazioni, di aggressioni ai beni comuni e abbattimento del welfare e scuola pubblica. Questi lunghi anni di neoliberismo hanno devastato le nostre città, i nostri quartieri sono franati socialmente così come la nostra presenza. Ed è nei quartieri che aumenta l'ansia e la paura, questo avviene perché l'impoverimento generalizzato viene vissuto come solitudine, come colpa soggettiva, una colpa che ti incattivisce contro chi sta nel gradino sotto al tuo. Un processo d'impoverimento che in questi anni non ha incontrato la politica e l'agire collettivo come risposta, così la povertà oltre che una colpa è diventata invisibile. La sinistra, diciamocela tutta, ha saputo solo praticare la politica della riduzione del danno in questi anni, consentendo così ad una cultura autoritaria di sedimentarsi e di divenire egemonica. Siamo stati lontani dagli echi e dalla sofferenza quotidiana del nostro popolo che da tempo non arriva a fine mese. In questo quadro i risultati non verranno da una politica "riformatrice" che si pone prima il tema del governo "contro Berlusconi" senza riflettere fino in fondo su come modificare già da subito i rapporti di forza con i poteri forti e prospettare un'uscita a sinistra dal la crisi economica. Dobbiamo ritornare in strada, ed affrontare un lavoro lungo che si pone il problema di ricostruire un'opposizione di sinistra in una relazione nella quotidianità, con il vissuto ed i bisogni delle persone. Possiamo fare questo investendo in una nuova forma dell'agire politico, intrecciando vertenzialità, mutualismo, e nuove forme di democrazia che investono anche il nodo della rappresentanza. Bisogna ricominciare a sperimentare che la lotta, il conflitto cambia le nostre vite qui e ora. A partire dalla campagna contro il caro vita occorre unificare l'autunno, per questo la nostra mobilitazione non deve essere vissuta come episodica ma permanente. La nostra proposta politica è quella di rovesciare le politiche neoliberiste e chiedere ai governi, a partire dal nostro di rispondere alla dilagante povertà con misure sociali: adeguamento di salari e pensioni all'inflazione reale, paniere popolare calmierato con prezzi politici per i beni di prima necessità, riduzione generalizzata delle tariffe, lotta alla precarietà, potenziamento del welfare e difesa della scuola pubblica. Questa è secondo noi la ricetta per uscire dalla crisi, perché se il popolo risparmia sul pane, è difficile far ripartire l'economia! Stiamo provando a costruire i GAP (Gruppi di Acquisto Popolari), a partire dai quartieri popolari, con uno sforzo umano ed organizzativo enorme, una nuova forma di lotta che ci pare vincente pur tra mille difficoltà. Noi avanziamo una piattaforma politica in cui vengono coinvolti non solo il governo, ma anche le istituzioni locali che su questo terreno possono fare molto. Vogliamo aprire una vertenza costruendo al tempo stesso un nuovo mutualismo in grado di rinsaldare i legami sociali e produrre nuova militanza sociale. Nella relazione politica e sociale con gli uomini e con le donne che ci aiutano nella distribuzione si ricostruisce la lotta di classe, settimana dopo settimana, questo è il senso vero per un partito di sinistra, tornare ad essere utile alla gente e non chiudersi in sterili, noiosi, inutili e dannosi dibattiti solo sui cambi di casacca di personaggi che oggi sono del centro sinistra e domani del centro destra (e viceversa). I GAP che stiamo sperimento a Campobasso, partiti sabato scorso con 400 kg di pane e che replicheremo sabato 8 novembre con 1 tonnellata di pane, hanno l’ambizioso scopo di creare le “borse della spesa popolari”, distribuendo con lo stesso meccanismo pane, latte, e pasta, e lanciando al tempo stesso iniziative contro il rincaro delle tariffe, degli affitti, dei prezzi per i biglietti dei pandolari, dei libri di testo ecc. . Questo popolo che da tempo sa che non si arriva a fine mese e che vive questa condizione in assoluta solitudine ha oggi la possibilità concreta di riprendere voce mettendosi insieme. Il GAP, parola nobile presa in prestito da una sigla resistente è una riscoperta di una pratica di solidarietà fra pari, vecchia e dignitosa come la storia del movimento operaio. Solidarietà quindi, e non carità, perchè rispettare la dignità è importante. Nasce e si sperimenta così, un nuovo mutualismo vertenziale da utilizzare come alternativa concreta, utile. Da domani dovremo quindi attrezzarci per proseguire su questa direzione, non è che l'inizio...

giovedì 23 ottobre 2008

BUONI COME IL PANE !!

I prezzi dei generi alimentari ed in particolare del pane
hanno subito nell’ultimo periodo rincari inaccettabili.
Il Governo Berlusconi è complice di questa situazione perché non fa nulla
per bloccare queste speculazioni.
Chiediamo la fine dei rincari ed il ribasso di prezzi e tariffe
attraverso l’istituzione di panieri calmierati.
Al tempo stesso ci stiamo organizzando concretamente
per abbattere i prezzi attraverso i
Gruppi di Acquisto Popolare (GAP)


Sabato 25 ottobre dalle ore 9,30


sarà possibile acquistare il pane al prezzo calmierato di

1 euro al Kg.

presso il presidio contro il carovita
che Rifondazione Comunista organizza
nei pressi del parco comunale
di via XXIV Maggio a Campobasso


RESISTI AL CAROVITA ENTRA NEI GAP

mercoledì 22 ottobre 2008

Berlusconi e l'opposizione...

Ponte sullo stretto, Tav, crisi Usa, riforma della giustizia, nucleare, governo, polizia nelle università occupate. Parla di tutto Berlusconi, spaziando da un argomento all'altro. Il premier è carico, forte del continuo aumento di fiducia nei confronti dell'esecutivo, un consenso che lui stesso definisce "quasi imbarazzante". Qualche giorno fa, alludendo ad una strategia di radicale trasformazione del paese, Berlusconi rispondeva così alle domande dei giornalisti. A questo punto verrebbe da chiedersi se Licio Gelli non sia il più grande veggente della storia del nostro paese. Le sue “predizioni” contenute nel “piano di rinascita democratica” lo collocherebbero poco dietro i pastorelli di Fatima a cui si mostrò la Madonna per fare delle confidenze sul destino tragico del pianeta. In fin dei conti si diventa solo ciò che si è. Tuttavia la formazione del regime non sarebbe comprensibile senza considerarlo come l’atto finale di un costante processo di cessione di territorio partecipativo democratico. Senza segnalare l’arretramento e la trasformazione culturale subiti dalla sinistra nel paese negli ultimi anni. Senza consideralo, in definitiva, come il modello di una prassi politica e di un’ideologia assecondata e imitata da chi invece avrebbe dovuto combatterla. La trasformazione autoritaria delle istituzioni è figlia: tanto del revisionismo di destra che ha reinterpretato e neutralizzato senso e significato della cultura democratica sorta dalla resistenza; sia della rimozione dell’appostamento critico nei confronti della realtà maturato negli anni della contestazione del 68; che del revisionismo di sinistra il quale in virtù di una insostenibile idea di un capitalismo dal volto umano, si è votato alla mistica del mercato finendo, in nome di una svolta risultata incomprensibile alla propria base elettorale per consegnare paese ed istituzioni nelle mani di Berlusconi. Il vuoto pneumatico che segna l’egemonia culturale dei vincitori materializza la forma più insignificante ma anche la più subdola capacità di eversione con cui il populismo mediatico si innalza al ruolo d’ideologia statutaria del regime corredata ora, dopo la riforma Gelmini, da tanto di principi educativi e vademecum disciplinare-formativo. E’ il risultato più raffinato che discende dall’ indiscriminato e costante uso dell’informazione come arma di seduzione e formazione di consenso (di pasoliniana memoria) che la simbologia dell’imprenditore che opera al di là del bene e del male, ha conseguito in ogni dove del paese. Qualche anno fa, proprio quando si allargava la forbice della rappresentanza fra mondo della politica e paese reale e si lanciava il progetto di fare piazza pulita dell’antagonismo culminato con la repressione avvenuta in occasione del G8 di Genova, qualcuno si è sforzato di spiegarci come in Italia non si potesse parlare di regime ma tant’è. Come il più semplice dei calcoli aritmetici, si faceva strada ineluttabile, un senso della “cittadinanza” basato sulla decostruzione puntuale delle relazioni democratiche a cui faceva eco un epidemico sentimento di sfiducia nutrito dalla gente nei confronti delle istituzioni. Così si è creato un vuoto. Un vuoto di cui l’indulto ha rappresentato lo psicodramma mimato di fronte al paese da una classe politica alla ricerca della sospensione dello stato di diritto per sé e per quel sottobosco di procacciatori di consenso che capillarmente invadono il paese stravolgendo senso e significato della legalità. In questo senso il lodo Alfano conclude il medesimo processo facendo dell’immunità conseguita dal cavaliere il frutto velenoso contenuto nel progetto di trasformazione delle regole che presiedono alla formazione della rappresentanza democratica parlamentare. Il cosiddetto porcellum, la creazione del duopolio PDL-PD, l’eliminazione delle preferenze nelle modalità d’espressione del voto, l’innalzamento dello sbarramento al 5 e all’ 8% rispettivamente alla camera e al senato, le liste bloccate dalle segreterie di partito, l’appello bipartisan al “voto utile” non sarebbero stati possibili se tutto ciò non fosse stato preventivamente concordato e caparbiamente ricercato. E oggi che assistiamo alla sconfitta “epocale” d’ogni cultura democratica maturata nella luminosità di anni di battaglie civili e politiche combattute in nome e per conto dell’allargamento della costituzione materiale del paese, mi chiedo: è questo il senso finale del tanto vagheggiato riformismo e della tanto ricercata normalizzazione del paese ? E dopo la riforma della giustizia, in queste condizioni d’emergenza democratica, conosceremo l’inedito volto di un Berlusconi che si ergerà a paladino della questione morale ? Qualcuno imbrigliato nella ragnatela della “riforma delle istituzioni” ordita da Berlusconi ed avvocati, rimarrà con un piede nella tagliola vittima di accordi non rispettati? L’opposizione parlamentare ha perso e continuerà a perdere quando agli occhi della sua gente finisce per assomigliare troppo al nemico perpetuando quel senso di solitudine, di scoramento che oramai da anni campeggia fra tutti quei cittadini, lavoratori, studenti, precari, disoccupati, immigrati, donne e uomini, insomma fra tutti quei soggetti ed individui che nel corso di questi anni, proprio lì nel basso della società, hanno subito e subiscono un devastante processo di capillare annichilimento dei propri diritti e delle proprie condizioni materiali di vita. Il paese reale assomiglia ora e ogni giorno di più, alla vittima sacrificale offerta all’efficiente macchina di distruzione dei capisaldi del diritto costituzionale dietro cui si nascondono alchimie di alleanze forti che spianano la strada alla paurosa regressione civile, culturale, sociale ed economica della nazione.

lunedì 13 ottobre 2008

E' stata proprio una bella giornata

Sabato 11 ottobre a Roma c'è stata stata una manifestazione grande, oltre ogni previsione. L'inizio di una nuova riscossa. Una manifestazione su cui, tuttavia, sono necessarie alcune riflessioni. Andavano bene tutte quelle bandiere rosse con falce e martello, la riaffermazione della necessità di ripartire, innanzitutto; la riaffermazione dell'opposizione radicale alla destra dentro un quadro di classe, che mette al centro la contestazione delle politiche liberiste e confindustriali e la necessità di un'alternativa imperniata sul rilancio delle politiche sociali, su un nuovo ruolo del pubblico nell'economia, sulla redistribuzione delle ricchezze, sul soddisfacimento dei bisogni popolari. Un'opposizione che, come tale, è alternativa a quella del Pd. Dentro questo quadro, la necessità della costruzione di un blocco sociale alternativo lungo un percorso che ne determini i contenuti politici e programmatici. E' su questo percorso, e non prima di esso, che si deve verificare e si può determinare, concretamente, l'unità dei comunisti e della sinistra più generale.Già!, ma costruire un percorso significa, in primo luogo, costruire delle lotte. E' di qui che occorre partire. Nella consapevolezza che la costruzione di contenuti radicali non consiste nel declamare dieci, cento, mille volte la parola 'comunismo' o la porola "unita della sinistra". Non vorrei essere, su questo, frainteso; ma attivando dieci, cento, mille lotte quotidiane piccole e grandi nelle scuole, nei luoghi di lavoro, sui territori; accendendo dieci, cento, mille fuochi nella prateria.Percorrendo il lungo corteo, ho notato la stridente discrepanza non tra le sigle, che pure c'era (Prc, Pdci, costituenti della sinistra e dei comunisti, Pcl, ecc. ecc.); ma tra esse, cioè realtà esprimentisi in modi politicamente e ideologicamente autoreferenziali, e gli spezzoni del corteo che esprimevano realtà concrete di lotta e di movimento: i precari della scuola, i comitati napoletani di lotta contro le discariche, i No Tav, i No Dal Molin. Ma, in particolare, mi ha impressionato il foltissimo spezzone di Action: centinaia e centinaia di immigrati, donne islamiche col velo, occupanti di case, famiglie intere di borgatari, un' umanità composita di nuovo proletariato urbano derelitto e e relegato ai margini, che tanto sarebbe piaciuto a Pasolini. Esprimevano essi stessi, nella loro stessa fisicità, la rappresentazione vera dell' opposizione e dell'alternativa sociale, coi loro slogan crudi e perentori, che parlavano di occupazioni di case, maledivano banche e banchieri, reclamavano pane, lavoro e dignità per tutti e tutte. Un'umanità senza voce, che si riprende la voce. Come ripianare questa discrepanza? E' su questo che il Prc deve interrogarsi; è di qui che deve ripartire. Colmare questa distanza è il compito prioritario. Si metta, dunque, almeno per un bel po', il silenziatore alle dispute ideologiche astratte. Si smetta per un bel po' di disquisire di costituenti e rapporti tra ceti e militanze politiche. E ci si immerga nei movimenti reali per insegnare; ma, soprattutto, per imparare. Si capisca che il precipitare della crisi economica e sociale può portare ad esplosioni imprevedibili. E che, per questo, occorre avere visioni di lungo respiro, ma anche capacità di immergersi nell'immediatezza. Che la realtà quotidiana non ha i tempi della politica politicante. E che occorre alzare il tiro, aprendosi a ogni sperimentazione, a ogni tipo e ogni forma di lotta, connettendosi ai grandi e ai piccoli bisogni popolari, siano essi collettivi, di piccoli gruppi e finanche individuali. Avendo ben presente che in una società frantumata, parcellizzata, nella quale non esistono più i fronti sociali omogenei e, soprattutto, non esistendo quasi più gli ammortizzatori sociali che ti permettano la spalmatura sui tempi propizi per la soluzione dei problemi e di agire in una logica di compatibilità con i tempi della programmazione politica e con i rapporti di classe, tu devi essere, oggi, in grado di dare risposte immediate a bisogni immediati. Di qui l'importanza giustamente data dal partito alla necessità di un nuovo mutualismo, il quale deve, tuttavia, includere non solo forme di solidarietà, ma anche di spalleggiamento e supporto attivo ad iniziative di lotta e di disobbedienza, anche microterritoriali e micronumeriche, anche individuali. Per capirci: se uno decide di non pagare più il mutuo o di autoridursi l'affitto o di ribellarsi a una qualunque ingiustizia subita, alla lesione di un proprio diritto, deve sapere di non essere solo nella sua scelta disperata; ma di poter contare su una rete di protezione politica e sociale, che supporti e dia prospettive di successo alla sua ribellione. Se così non sarà, non avremo prospettiva politica. E non ci sarà costituente o coordinamento che tenga. Insieme con il rilancio e la ricostruzione del partito, vanno ricostruite le forme di organizzazione e di intervento politico in sintonia con le nuove necessità di esplicazione del conflitto sociale. E' necessario un partito che non giunga spiazzato, politicamente e organizzativamente, all'appuntamento con l'esplosione sociale dei nuovi proletariati metropolitani; ma che, anzi, ne solleciti la nascita e la proliferazione. L'esperienza di Action va fatta propria, estesa e generalizzata. Sarà nel solco di questa sfida che si determineranno le forme e i contenuti del processo di una nuova rifondazione comunista. Se si sbaglia questa volta, non avremo più prove d'appello, almeno per un'intera generazione. E chi, a sinistra, sarà della partita, sarà il benvenuto tra noi.

Capitalismo Terminale

Loretta Napoleoni è un'economista italiana che vive a Londra. Il suo ultimo libro è "I numeri del terrore" (Il Saggiatore 2008). Le sono grata per questo efficace intervento pubblicato sull'ultimo numero dell'Internazionale. Dove sono finiti i propagandisti del "più mercato, meno stato"? Quelli che "il mercato si regola da solo". Quelli che "l'egoismo del singolo porta al bene di tutti"? Spariti, e non per questo siamo contenti: l'intervento dello stato a sostegno delle banche - e dei bancarottieri e dei loro stratosferici stipendi e liquidazioni - sarà pagato dai contribuenti, tutti i contribuenti, operai e pensionati compresi. Senza avere nulla in cambio.

Il capitalismo è in rianimazione. L'economia canaglia, un tumore aggressivo, ha attaccato uno dei suoi organi vitali, la finanza. Ma poiché il paziente ha la febbre alta, i chirurghi non possono operare per asportare l'indebitamento delle banche, i cosiddetti debiti tossici, cresciuto oltre misura negli ultimi anni. Da giorni il sistema immunitario è andato in tilt: svanita la fiducia, i mercati non combattono più l'infezione. Solo una dose massiccia di antibiotici, il piano di salvataggio proposto da Washington, può stroncarla. Ma questa terapia richiede il consenso dei familiari del malato, il congresso statunitense, che crede poco nella medicina tradizionale e predilige quella alternativa. E' convinto, insomma, che il mercato curerà se stesso. Il rifiuto di somministrare gli antibiotici ha peggiorato la salute del paziente, l'infezione avanza e minaccia ormai altri organi: la finanza europea e quella russa. I medici fanno di tutto per arginarla. Il governo di sua maestà britannica nazionalizza un'altra banca, la Bradford & Bingley, un gigante del mercato dei mutui. Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo salvano in extremis la banca Fortis. Francia e Belgio corrono in aiuto di Dexia, l'istituto di credito che presta soldi alle amministrazioni locali. Citigroup, sponsorizzata dal governo americano, acquista Wachovia, una delle più grandi banche al dettaglio d'America. In Russia Putin mette a disposizione 50 miliardi di dollari per arginare la caduta della borsa. La sala rianimazione lavora senza sosta per tenere in vita il capitalismo, ma tutti sanno che senza l'intervento chirurgico il paziente rischia di morire. La situazione è critica anche perché si teme che il tumore si estenda ai linfonodi, il mercato dei prestiti interbancari, il cosiddetto money market, che mantiene in vita l'intero sistema economico. E già alcuni indicatori ci fanno temere il peggio: nonostante l'iniezione di 630 miliardi di dollari da parte della Federal reserve, i prestiti interbancari sono ai minimi storici e i tassi a 24 ore sono schizzati dal 2,4 al 6,8 percento nel giro di pochi giorni. Chi ha contante non lo presta più, compra buoni del tesoro con rendimenti sempre più bassi. E per prevenire il collasso le banche centrali immettono sul mercato interbancario denaro sonante. Tutte queste trasfusioni, però, ritardano solo la crisi perché nessuno ha abbastanza liquidità per soddisfare i bisogni del mercato. L'unica soluzione è dunque quella chirurgica: il cancro va asportato, ma a quattro settimane dalle elezioni presidenziali convincere il Congresso non è facile. Molti politici sono vicini alla data di rielezione e hanno paura di prendere la decisione sbagliata. L'elettorato poi chiede giustizia e la questione morale è all'ordine del giorno. Si vorrebbe che fossero puniti i responsabili della bolla finanziaria e immobiliare, le banche e i loro manager, e invece il piano di salvataggio li vuole salvare. Come spiegare agli americani che la responsabilità è anche loro, perché per anni hanno usufruito e abusato del credito facile e a buon mercato? I dati mostrano che non solo gli Stati Uniti si sono indebitati oltre misura, ma anche la popolazione ha smesso di risparmiare. Un confronto con la Cina mette bene in mostra questa anomalia: mentre il Pil pro capite americano è ben cinque volte quello cinese, i cinesi hanno un tasso di risparmio quattro volte più alto di quello degli americani. Non asportare il cancro, poi, danneggerebbe oltre misura i contribuenti occidentali, e già la minaccia del crollo dei fondi pensione, dell'insolvenza delle banche e della bancarotta delle assicurazioni minaccia il benessere dei cittadini. Ma il piano di salvataggio è solo il primo passo per distruggere un sistema economico diventato canaglia. Asportato il cancro, per distruggere tutte le cellule cancerogene residue ci vorranno la chemioterapia e la radio terapia. Con queste terapie si potrà far piazza pulita dei banchieri e dei leader politici che hanno creato la crisi. I responsabili pagheranno, basta avere pazienza. Ritorna

domenica 12 ottobre 2008

Anche questa l'avevamo detta...

Non mi piace farlo, ma mi tocca , devo dire: VE L’AVEVAMO DETTO! Noi che venivamo accusati di disfattismo, populismo e allarmismo che non si sarebbe investito in mercati a rischio come l’Argentina ma in aziende sicure come ad esempi la Lehman Brothers certo si è scoperto che nel mercato non esistono investimenti sicuri, ma cos’è un po di rischio rispetto allo stare al passo coi tempi? Eh si lo stato sociale pubblico è un po fuori moda, non garba alla CGIL, non garba al PD, piace solo a noi nostalgici del Sol dell’Avvenire, ma oggi cosa diranno i sostenitori del TFR nei fondi?
In Italia, l'indice Mibtel della borsa di Milano è passato da quota 34.000 a 18.000 (dati del 7 ottobre) (- 47%). Chi ha investito 1000 euro del proprio Tfr nel giugno 2007, si trova ora una somma pari in media a 530 euro. Se aggiungiamo alcune forme di garanzia a secondo del tipo di investimento effettuato, la cifra può salire all'incredibile livello di 650-700 euro circa (con perdita secca di 300-350 euro). Chi, invece, ha tenuto il Tfr in azienda ha guadagnato 30 euro. Eppure tutti, sindacalisti confederali, economisti, politici, giornalisti, a quei tempi declamavano a gran voce la convenienza di investire il Tfr in borsa!!!

Ammetteranno che noi Cassandre avevamo ragione? o magari parleranno di Incidente di percorso? o ci diranno che serve pazienza perché l’albero delle monete d’oro cresca?

venerdì 10 ottobre 2008

Clamorosa inchiesta: gli Usa lanciarono una bomba nucleare in Iraq nel 1991

Maurizio Torrealta, già autore dell'importante inchiesta sull'uso del fosforo bianco a Nassirya (ed altre importanti servizi di denuncia ) torna a far discutere con un nuovo lavoro d'indagine sulle pieghe oscure delle guerre americane.Nell’inchiesta un veterano americano, Jim Brown, che ha partecipato a “Desert Storm”, accusa l’Amministrazione americana di aver utilizzato una piccola bomba nucleare a penetrazione di 5 chilotoni di potenza nella zona tra la città irachena di Basra ed il confine con l’Iran.''Di giornali italiani ce n'erano pochissimi, ma c'erano colleghi iraniani, russi, giapponesi, spagnoli. Fa riflettere''. Maurizio Torrealta di RaiNews24 ha presentato ieri, in anteprima, l'ultima inchiesta che apre uno scenario inquietante. Gli Stati Uniti, durante laª guerra del Golfo nel 1991, per la precisione l'ultimo giorno del conflitto, avrebbero sganciato nei pressi di Bassora, nell'Iraq meridionale, una testata atomica della potenza di cinque kilotoni. Quella sganciata su Nagasaki nel 1945 era di una potenza di ventidue chilotoni, quella di Hiroshima di quindici, quindi si tratta di una 'testata nucleare piccola'. Ma questo non rende meno grave quello che sarebbe accaduto. Per dare uno solo dei dati che emergedall'inchiesta: ''il tasso di mortalità annua, a Bassora, è passato da 32 nel 1989 a più di 600 nel 2002''. ''Un intervento su sito canadese di un veterano statunitense, trovato in internet, ha dato avvio all'inchiesta'', racconta Torrealta. ''Raccontava di un ordigno atomico sganciato nei pressi di Bassora, vicino al confine con l'Iran, durante l'operazione chiamata Desert Storm (l'attacco all'Iraq guidato dagli Usa nel 1991, dopo l'invasione del Kuwait da parte delle truppe di Saddam). Da quel momento ci siamo attivati e siamo riusciti a entrare in contatto con il veterano Usa.

Per vedere il video e altri materiali inerenti raccolti da Maurizio Torrealta clicca qui_

N.B. Gli Sati Uniti sono l'unica nazione al mondo (per quel che si conosce) ad aver utilizzato-sperimentato armi nucleari nei conflitti in cui si trovava coinvolta.


giovedì 9 ottobre 2008

Un fallimento annunciato.......

La tanto temuta crisi dei mercati finanziari è dunque giunta fino alla Vecchia Europa. Ieri i listini delle borse, da Francoforte a Londra, da Parigi a Milano, hanno fatto registrare cali record di quasi dieci punti percentuali. A niente sono servite le rassicurazioni della BCE e le dichiarazioni degli ingessati capi di Stato europei dei giorni scorsi, il trend negativo, la sfiducia, si è espansa a macchia d’olio tra gli operatori finanziari, segno inequivocabile che qualcosa di marcio sta bollendo nel pentolone della finanza globalizzata e del tanto strombazzato neoliberismo deregolato e deregolatore.
Adesso voglio vedere se fra i coriferi del capitalismo a qualunque costo - umano, sociale, etico - ci sarà qualcuno che avrà l’onestà di dire che questa idea di società è miseramente fallita così com’era successo nell’89 al comunismo, e che quello che sta succedendo negli Stati Uniti a banche e assicurazioni, che stanno trascinando nel baratro pensioni e risparmi di milioni di cittadini, è per l’Occidente uno sconquasso della stessa drammatica intensità della caduta del muro di Berlino per il mondo che si ispirava ai principi del marxismo.
Perché questa fragilità, questa corrotta ambiguità dell’economia di mercato era palese da tempo, eppure molti degli ultras del liberismo si ostinavano a sottolineare la “fine delle ideologie”. Ma se scavavi tra le pieghe del discorso, scoprivi che in realtà l’unica ideologia che questi ultrà reputavano morta e da seppellire era quella comunista. E anche quando erano costretti ad ammettere che in nome del libero mercato erano stati compiuti crudeli genocidi (come in Africa o in America latina), con aria falsamente ingenua erano pronti a chiederti: “Ma cosa mi offri in cambio? Non esiste un’alternativa”. E quindi si poteva mentire al mondo per fare le guerre, vendere armamenti, saccheggiare risorse, o si poteva condannare alla fame e alla miseria interi continenti, magari per difendere solo i privilegi e continuare a rapinare le ricchezze dell’umanità meno attrezzata, meno pronta ad affrontare le sfide capziose del mercato.
Ci avevano detto che il liberismo era l’unica salvezza dell’umanità, un sistema che aveva una soluzione per tutto, perché comandava l’infallibile mercato e la ricetta si era rivelata indiscutibile: quando l’economia non funzionava, bastava privatizzare e tutto si sarebbe risolto.
Una presa per i fondelli colossale, senza il minimo pudore, se uno come Giulio Tremonti, il ministro dell’economia di un governo come quello di Silvio Berlusconi, che le regole non le ha mai rispettate, si è subito adeguato come un burocrate sovietico: “Dalla crisi si esce con più intervento pubblico. Se il male è stato l’assenza di regole, la cura può essere solo nella costruzione di regole”. Neanche un ministro democristiano dell’epoca della Cassa del mezzogiorno avrebbe potuto cambiare abito così in fretta. Avevamo dunque ragione noi, quella moltitudine di donne e uomini classificati come il popolo di Seattle ed erano nel giusto noi che a Genova, nel 2001, protestavamo contro il potere mercatista del G8 subendo una violenta e brutale repressione; sembra almeno questa la conclusione alla quale sono giunti il presidente Usa George Bush, liberista pentito trasformatosi in un batter di ciglia nel nuovo Roosvelt, e i suoi accoliti (Sarkozy, Berlusconi e Merkel). I fautori del mercato sopra a tutto si sono accorti, forse troppo tardi, di stare scherzando col fuoco del crack finanziario globale. Eliminazione del potere centralizzatore degli Stati e carta bianca consegnata agli stregoni della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, una razza di predatori e di sciacalli che, in pochi anni, è riuscita a fare strazio delle risorse finanziarie globali. Guadagnare subito e guadagnare il più possibile in barba alla solidarietà e ad un funzionale e conveniente sistema di welfare pubblico, il risultato è sotto gli occhi di tutti: una crisi del capitalismo dalle conseguenze ancora ignote, anche se gli “esperti” si ostinano a negare per evitare un disastroso “effetto Argentina”.
La verità è che siamo in una crisi probabilmente peggiore di quella del 1929, che portò ad approvare legislazioni molto severe per regolamentare gli eccessi della finanza, regole che sono state progressivamente smantellate nel corso degli ultimi 30 anni, sull'onda del pensiero neoliberista che postulava un sempre minore intervento dello Stato nelle questioni economiche e la capacità dei mercati di autoregolamentarsi.Anche a seguito degli ultimi interventi pubblici in soccorso della finanza, sarebbe il caso di ammettere una volta per tutte che la fase politico-economica neoliberista si è chiusa con un solenne fallimento. E' ora di voltare pagina e di rivedere alla base la governance internazionale e i meccanismi di controllo, vigilanza e regolamentazione dei mercati finanziari. Se è probabilmente troppo tardi per evitare gli effetti peggiori di questa crisi, è l'unica strada possibile per evitare di ripartire come se nulla fosse successo, navigando a vista in attesa della prossima tempesta.

domenica 5 ottobre 2008

La magia di uno zingaro....

Ieri sera uno zingaro , Zlatan Ibrahimovic, ha fatto una magia : uno splendido goal di tacco al Bologna su assist di un nero brasiliano : Adriano.
Zlatan gioca in una squadra che si chiama INTERNAZIONALE, una squadra con 2 zingari in campo lo svedese Ibrahimovic , di etnia Khorakhané e il portoghese Quaresma di etnia Calon, un Raza : un po di giocatori black (di cui 2 Africani e uno Italiano), insomma un vero Melting-Pot culturale ed etnico, doveroso per chi voleva chiamarsi Internazionale perchè “Fratelli del Mondo”, .............

giovedì 2 ottobre 2008

Quelli che.........


Quelli che....... pur di accrescere il loro potere si inventano di tutto........ quelli che dicono che ormai non esistono più le ideologie ma solo la politica "del fare"......... quelli che il sabato sono di sinistra e la domenica diventano di destra o viceversa.... quelli che hanno a cuore le sorti della nostra regione.... quelli che hanno il grande senso delle istituzioni.... quelli che non possono fare a meno del potere....
a quelli che vorrei .. semplicemente dire.... andate affanculo!!!!!!!!!!!

mercoledì 1 ottobre 2008

Non ci siamo......

Nelle prossime settimane preferirei da parte di Mourinho meno dichiarazioni ad effetto con la stampa e più autocritica sul gioco espresso finora dall'Inter. Certo fa bene a ribattere a una massa di pennivendoli che in questi anni hanno buttato fango e infamie sull'Inter, del resto non c'è da meravigliarsi sono gli stessi che attaccavano Mancini, il quale senza peli sulla lingua gli ricordava per chi lavoravano. E' non è piacevole sentire dalla bocca di Mourinho che il suo salario annuale è di 14 milioni di euro l'anno alla faccia di tutti quei precari, operai e impiegati che non arrivano alla fine del mese, ma avendo l'Inter nel cuore fanno sacrifici per seguirla. Avevo già espreso i miei dubbi e delusione sull'esonero di Mancini, ma oggi quei dubbi crescono, l'Inter vista con il Lecce, il Milan e in coppa con il Werder è una squadra priva di gioco, il centrocampo a 3 subisce e non è in grado di impostare e far ripartire la squadra. In poche parole l'Inter di Mourinho è stata all'altezza della potenzialità annunciata solo nel primo tempo della supercoppa italiana con la Roma. Per il resto è una squadra prevedibile, non in grado di cambiare nel corso della partita, una squadra che crea pochissime occasioni da gol... e sono le stesse cifre a dirle. In campionato su 6 gol fatti 3 provengono da autoreti......... Il gioco espresso questa sera con il Werder Brema è stato molto mediocre, una squadra priva di un gioco logico ed aggressivo e non voglio sentire parlare di sfortuna; vorrei vedere un cantiere, piuttosto, non fare finta che siamo pronti, forti, che la colpa è di un giocatore... tanto per capirci, a parte Maicon e Cambiasso che mi sono piaciuti leggermente di più, gli altri sono tutti sullo stesso piano, compreso Balotelli, che non ha certo demeritato. Insomma quello che non mi convince è il gioco finora espresso dall'Inter di Mourinho, con Mancini in casa, champion's o campionato facevamo sempre la partita, anche contro Valencia, Villareal o Liverpool l'anno scorso ho visto una squadra non tanto con la mentalità giusta ma almeno messa bene in campo, con Mancini si lavorava per sfruttare le situazioni , qui non vedo nulla, solo confusione e grandi ammucchiate, Mou, tranne che in due partite ha sempre sbagliato formazione iniziale e cambi... Conunque se voglio pensare in positivo nulla è compromesso, siamo primi nel girone di Champions e in campionato siamo davanti ai nostri diretti concorrenti..... e siccome siamo dei sognatori.... abbiamo già la testa a sabato sera alla partita con il Bologna...e speriamo bene..........