
Giovedi 18 settembre, ore 21,30, Castelvolturno: i killer della camorra fanno irruzione in un negozio gestito da immigrati africani e sparano all’impazzata, più di 130 colpi, uccidendo sei persone. Il giorno dopo si svolgono violente manifestazioni di protesta. Immaginiamo per un attimo che cosa avremmo trovato sui giornali se un autista rumeno ubriaco avesse ammazzato sei passanti non a raffiche di mitra, ma investendoli con l’auto.
Invece la stampa di venerdi 19 settembre aveva taciuto la notizia della strage o l’aveva relegata in un cantuccio (Repubblica a pag. 23), mentre da sabato la notizia principale diventa la rivolta degli immigrati facendo scomparire il motivo scatenante, le proteste diventano la dimostrazione della pericolosità degli africani. I toni sono attentamente studiati per suscitare la paura e l’ostilità dei lettori verso gli immigrati. “
Italiani bastardi” è il titolo ad effetto più ricorrente. “
Scatenano l’inferno. Fanno paura e non hanno paura”. “
I rivoltosi sfasciano auto di passaggio, rovesciano cassonetti, colpiscono le finestre dei bianchi”. Si legge, anche, che già il 18 agosto i killer camorristi avevano sparato su 5 extracomunitari ma anche questo fatto non ha trovato spazio nei giornali di quei giorni.
Ma perché l’irruzione in quel negozio? Qui c’è qualcosa che non quadra. Su La Repubblica leggiamo che “
Per gli inquirenti rappresenta una delle centrali dello spaccio di stupefacenti sul litorale domizio”. “
Una delle vittime della strage nascondeva in un calzino 700 Euro, «probabile provento dell’attività di spaccio di droga»”.
Dunque buona parte della stampa avrebbe affrettatamente collegato il massacro a un regolamento di conti negli ambienti dello spaccio. E’ realistica questa versione?
Fatto sta che si doveva dipingere gli immigrati come una massa di delinquenti.
Ora dopo la disinformazione delle prime ore, finalmente comincia a trapelare la verità attorno alla strage di Castelvolturno. Quello che dapprima era stato descritto come un “
regolamento di conti tra extracomunitari” e che poi era diventata una esecuzione del clan dei casalesi contro “
un gruppo di africani che voleva spacciare droga per conto proprio”, si è trasformato (come si apprende dalle indiscrezioni degli inquirenti) in un pezzo di una vera e propria strategia terroristica della camorra contro le migliaia di africani che vivono e lavorano nel territorio del casertano. Persone che vengono considerate ormai incontrollabili dai clan e che in effetti sono un corpo estraneo rispetto al clima di omertà che regna da queste parti. Per la prima volta, inoltre, qualcuno non ha reagito a un’aggressione armata chiudendosi nel silenzio e abbassando la testa o (peggio ancora) pianificando sanguinose vendette, ma protestando in piazza a volto scoperto. I benpensanti si scandalizzano per qualche vetro rotto e non notano la civiltà delle manifestazioni di Castelvolturno.
Ciò nonostante, il governo (tra i quali figura ancora un sottosegretario che avrebbe fatto affari coi casalesi, riciclando rifiuti tossici e seppellendo fusti in giro per la Campania) ne ha approfittato per puntare il dito conto l’”emergenza clandestini”, mettendo sullo steso piano le vittime della strage dello scorso giovedì con i mandanti, rispondendo alla recrudescenza della violenza camorrista inviando prima 400 agenti poi anche 500 militari. “Per riprendere il controllo del territorio”, annuncia il ministro Maroni , che fa parte di un governo che non si distingue certo per il suo impegno nella lotta alla criminalità organizzata. E’ una vecchia storia: non avendo autorevolezza, ed essendo compromessi oltremisura in una gestione assai opaca (diciamo così) del potere anche e soprattutto nel Sud Italia, l’unica azione possibile è mobilitare l’esercito, fare un po’ di rumore, catturare qualche titolo di telegiornale per diffondere la sensazione che a Roma c’è qualcuno che agisce. Stiamo certi che tutto resterà come prima. I camorristi non si spaventeranno certo per così poco. Del resto hanno ucciso i sei immigrati senza alcun motivo, se non mostrare a tutti chi è che comanda e quale grado di protervia può raggiungere. Ma Roberto Maroni ha aggiunto altri elementi al suo vessatorio piano anti immigrazione, dai vistosi connotati razzisti. In barba a tutta la retorica sulla promozione della famiglia, e anche alla retorica sull’accoglienza aperta “per chi si comporta bene”, il governo ha deciso di rendere più difficile la procedura di ricongiungimento dei familiari, imponendo agli immigrati il costo del test Dna che accerti l’appartenenza allo stesso nucleo d’origine.
Un altro provvedimento di chiaro sapore anti democratico, è la “stretta” nella normativa sul diritto d’asilo. In sostanza chi fugge da dittature e persecuzioni, riceverà nella “democratica” Italia un sonoro rifiuto.
Ma l’aspetto che si cela dietro questo provvedimento è che il governo Berlusconi dopo aver scatenato una campagna xenofoba senza precedenti qualcuno comincia ad aver paura di questo nuovo proletariato: emergono i fantasmi delle rivolte nelle banlieu parigine e allora meglio mettere le mani avanti, chiamare subito l’esercito e descrivere bande di spacciatori subumani. La xenofobia chiama xenofobia, in una spirale che non si sa dove potrà portarci. E allora si preparano a rispondere blindandosi ancora di più.
Lo sanno anche loro che sono campagne con precisi obiettivi. Vi ricordate l’omicidio della signora Reggiani a opera di un rumeno nell’ottobre scorso, quello che ha scatenato la campagna bipartisan sulla sicurezza e la caccia al rom? Curzio Maltese, una delle firme più importanti di Repubblica, scrive che “
il fatto stesso che l’omicidio abbia occupato per due mesi e mezzo le prime pagine dei giornali è la prova che Roma non è una metropoli violenta. A Londra o Parigi sarebbe finito in una breve di cronaca dal giorno dopo”. Sì, ma c’era da far dimenticare il malcontento montante verso la casta, e deviarlo verso i rumeni...
Quando si parla di democrazia nel nostro paese, è bene tenere a mente “dettagli” come questi.