L'Inter ha compiuto cento anni. Di solito, in questi casi, si ricevono regali. L'Inter invece ha deciso di farli. Attraverso Intercampus. Un'iniziativa nata una decina d'anni fa, tenuta sottotraccia per tutto questo tempo, ora pubblicizzata. Anche attraverso un documentario, Petites Historias das Crianças, curato da Gabriele Salvatores, Fabio Scamoni e Guido Lazzarini su idea di Carlotta Moratti, prodotto da Red House. Ma cos'è Intercampus? Un progetto nato per iniziativa di Massimo Moretti, all'epoca, una decina d'anni fa, dirigente della prima squadra. Moretti adotta una bimba brasiliana con seri handicap, in famiglia sono tutti felici di poter fare qualcosa per una persona meno fortunata, ma si pongono anche il problema se non sia possibile fare qualcosa di più. E a Moretti balena l'idea di organizzare delle scuole di calcio, non per cercare giovani talenti, ma per offrire socializzazione e integrazione. Ne parla con il suo quasi omologo Massimo Moratti, il presidente, il quale afferma «abbiamo trovato l'intesa in una decina di minuti». A quel punto Moretti lascia i suoi incarichi con la prima squadra e si dedica con entusiasmo alla nuova iniziativa. Nasce così il primo Intercampus in Brasile. Ma in concreto, come è andata l'organizzazione di una cosa del genere? «C'è stato una specie di incontro nelle favelas per avere un centro sportivo - dice Moretti - l'idea era quella di non strappare i ragazzi dalle famiglie, allora bisognava fare qualcosa». E l'idea si concretizza: l'Inter fornisce magliette originali (non bisogna dimenticare che Ronaldo era all'Inter), palloni e allenatori che devono formare operatori locali. Le difficoltà ci sono, il «capo» della favela, messo al corrente dell'iniziativa, perché non si può fare altrimenti, afferma che saranno loro a gestire le magliette dandole ai ragazzini quando dovranno usarle perché altrimenti potrebbero essere rubate o potrebbero venderle, visto che sono poveri e quelle magliette hanno un valore.Moretti però resiste, preferisce correre quel rischio, sapendo che per quei ragazzini quella maglia vale molto di più dei soldi che potrebbero racimolare, inoltre tiene il pallino in mano senza cederlo al boss. La maglietta rappresenta uno status, dà appartenenza, permette di vivere un'esperienza felice in una realtà profondamente degradata. E vince la scommessa, alla fine tutti hanno ancora la maglietta dell'Inter tranne una quota davvero trascurabile. E' il primo passo che insegna molte cose. Tanto per cominciare che l'Inter è una realtà conosciuta ovunque, che il suo nome e il calcio aprono molte porte, che bimbi sfortunati hanno qualcuno che offre loro una possibilità. Le richieste di partecipazione aumentano a tal punto che Intercampus ricatta benevolmente i ragazzini: in una realtà dove l'abbandono scolastico è spaventoso, solo chi frequenta regolarmente la scuola potrà partecipare al progetto, e negli anni successivi dovranno anche ottenere buoni voti. Moretti racconta anche l'episodio di un ragazzino particolarmente violento che riempiva di botte la madre. Refrattario a qualsiasi tentativo di ravvedimento. Solo la minaccia di non frequentare più Intercampus lo spinge a cambiare ateggiamento. Aneddoti, comunque significativi. Nel corso degli anni si aggiungono molte altre realtà: Bosnia, Iran, Cina, Bulgaria, Colombia, Kosovo (progetto speciale), Libano, Romania, Camerun, Polonia, Slovenia, Cuba, Argentina, Messico sino al Paraguay e alla Bolivia che hanno iniziato quest'anno. C'è anche un Intercampus al momento sospeso: quello congiunto tra Israele e Palestina, un progetto di gemellaggio tra i ragazzini delle due comunità. Anche questa una storia. I responsabili di Intercampus, che si muovono come piccoli diplomatici in piena autonomia, arrivano in Israele e prendono contatto con le autorità locali, a Gerico. Nessun problema. I problemi sorgono invece in Palestina, a Nablus, dove il sindaco è uno dei più stretti collaboratori di Arafat. Il responsabile dell'ambasciata italiana snobba questi scriteriati che parlano di calcio per i bambini e praticamente neppure li riceve. Il sindaco crede si tratti di qualcosa di stravagante, dice che non ha intenzione di affidare i bimbi della sua città a persone che dormono in hotel a cinque stelle in Israele, che arrivano da loro solo per fare bella figura e gettare fumo negli occhi. La risposta di Intercampus è semplice: i loro allenatori staranno lì, disposti anche a dormire in tenda nel territorio di Nablus. La situazione si stempera: Moretti spiega per esteso il progetto davanti a un'assemblea. Alla fine le reazioni sono vivaci, lui non capisce una parolea di arabo, gli sembra che siano risentiti, invece sono entusiasti: la cosa si farà. Ma il sindaco pone una condizione, vuole gli allenatori più bravi perché quando incontreranno i bimbi israeliani i suoi dovranno vincere. Tempo dopo, purtroppo, il progetto deve essere sospeso perché non sussistono più le condizioni di sicurezza, per i bimbi e per gli operatori. 10mila ragazzini, tra gli otto e i quattordici anni partecipano annualmente al progetto Intercampus, con iniziative analoghe e modalità diversificate in base ai diversi paesi. In Cina per esempio è molto forte anche la presenza femminile, in Romania si è puntato sui bimbi degli orfanotrofi, considerai i paria dei paria, trasformati così in bimbi che hanno un ruolo e un'identità. C'è anche il rimpianto per quanti vanno fuori quota e non possono più partecipare, ma resta l'iniziativa, incalzata da un'infinità di richieste e sollecitazioni anche da parte delle Nazioni Unite. Moretti e i suoi però si muovono con i piedi di piombo, decidono di intervenire in una realtà solo quando esiste un progetto specifico e la possibilità di farlo camminare, quasi sempre trovando collaborazione in associazioni non governative che operano sul territorio. Forse i regali migliori sono davvero quelli che si fanno. L'Inter l'ha fatto, fedele alla vocazione internazionale che addirittura ha dato il nome alla squadra.giovedì 20 novembre 2008
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L'Inter ha compiuto cento anni. Di solito, in questi casi, si ricevono regali. L'Inter invece ha deciso di farli. Attraverso Intercampus. Un'iniziativa nata una decina d'anni fa, tenuta sottotraccia per tutto questo tempo, ora pubblicizzata. Anche attraverso un documentario, Petites Historias das Crianças, curato da Gabriele Salvatores, Fabio Scamoni e Guido Lazzarini su idea di Carlotta Moratti, prodotto da Red House. Ma cos'è Intercampus? Un progetto nato per iniziativa di Massimo Moretti, all'epoca, una decina d'anni fa, dirigente della prima squadra. Moretti adotta una bimba brasiliana con seri handicap, in famiglia sono tutti felici di poter fare qualcosa per una persona meno fortunata, ma si pongono anche il problema se non sia possibile fare qualcosa di più. E a Moretti balena l'idea di organizzare delle scuole di calcio, non per cercare giovani talenti, ma per offrire socializzazione e integrazione. Ne parla con il suo quasi omologo Massimo Moratti, il presidente, il quale afferma «abbiamo trovato l'intesa in una decina di minuti». A quel punto Moretti lascia i suoi incarichi con la prima squadra e si dedica con entusiasmo alla nuova iniziativa. Nasce così il primo Intercampus in Brasile. Ma in concreto, come è andata l'organizzazione di una cosa del genere? «C'è stato una specie di incontro nelle favelas per avere un centro sportivo - dice Moretti - l'idea era quella di non strappare i ragazzi dalle famiglie, allora bisognava fare qualcosa». E l'idea si concretizza: l'Inter fornisce magliette originali (non bisogna dimenticare che Ronaldo era all'Inter), palloni e allenatori che devono formare operatori locali. Le difficoltà ci sono, il «capo» della favela, messo al corrente dell'iniziativa, perché non si può fare altrimenti, afferma che saranno loro a gestire le magliette dandole ai ragazzini quando dovranno usarle perché altrimenti potrebbero essere rubate o potrebbero venderle, visto che sono poveri e quelle magliette hanno un valore.Moretti però resiste, preferisce correre quel rischio, sapendo che per quei ragazzini quella maglia vale molto di più dei soldi che potrebbero racimolare, inoltre tiene il pallino in mano senza cederlo al boss. La maglietta rappresenta uno status, dà appartenenza, permette di vivere un'esperienza felice in una realtà profondamente degradata. E vince la scommessa, alla fine tutti hanno ancora la maglietta dell'Inter tranne una quota davvero trascurabile. E' il primo passo che insegna molte cose. Tanto per cominciare che l'Inter è una realtà conosciuta ovunque, che il suo nome e il calcio aprono molte porte, che bimbi sfortunati hanno qualcuno che offre loro una possibilità. Le richieste di partecipazione aumentano a tal punto che Intercampus ricatta benevolmente i ragazzini: in una realtà dove l'abbandono scolastico è spaventoso, solo chi frequenta regolarmente la scuola potrà partecipare al progetto, e negli anni successivi dovranno anche ottenere buoni voti. Moretti racconta anche l'episodio di un ragazzino particolarmente violento che riempiva di botte la madre. Refrattario a qualsiasi tentativo di ravvedimento. Solo la minaccia di non frequentare più Intercampus lo spinge a cambiare ateggiamento. Aneddoti, comunque significativi. Nel corso degli anni si aggiungono molte altre realtà: Bosnia, Iran, Cina, Bulgaria, Colombia, Kosovo (progetto speciale), Libano, Romania, Camerun, Polonia, Slovenia, Cuba, Argentina, Messico sino al Paraguay e alla Bolivia che hanno iniziato quest'anno. C'è anche un Intercampus al momento sospeso: quello congiunto tra Israele e Palestina, un progetto di gemellaggio tra i ragazzini delle due comunità. Anche questa una storia. I responsabili di Intercampus, che si muovono come piccoli diplomatici in piena autonomia, arrivano in Israele e prendono contatto con le autorità locali, a Gerico. Nessun problema. I problemi sorgono invece in Palestina, a Nablus, dove il sindaco è uno dei più stretti collaboratori di Arafat. Il responsabile dell'ambasciata italiana snobba questi scriteriati che parlano di calcio per i bambini e praticamente neppure li riceve. Il sindaco crede si tratti di qualcosa di stravagante, dice che non ha intenzione di affidare i bimbi della sua città a persone che dormono in hotel a cinque stelle in Israele, che arrivano da loro solo per fare bella figura e gettare fumo negli occhi. La risposta di Intercampus è semplice: i loro allenatori staranno lì, disposti anche a dormire in tenda nel territorio di Nablus. La situazione si stempera: Moretti spiega per esteso il progetto davanti a un'assemblea. Alla fine le reazioni sono vivaci, lui non capisce una parolea di arabo, gli sembra che siano risentiti, invece sono entusiasti: la cosa si farà. Ma il sindaco pone una condizione, vuole gli allenatori più bravi perché quando incontreranno i bimbi israeliani i suoi dovranno vincere. Tempo dopo, purtroppo, il progetto deve essere sospeso perché non sussistono più le condizioni di sicurezza, per i bimbi e per gli operatori. 10mila ragazzini, tra gli otto e i quattordici anni partecipano annualmente al progetto Intercampus, con iniziative analoghe e modalità diversificate in base ai diversi paesi. In Cina per esempio è molto forte anche la presenza femminile, in Romania si è puntato sui bimbi degli orfanotrofi, considerai i paria dei paria, trasformati così in bimbi che hanno un ruolo e un'identità. C'è anche il rimpianto per quanti vanno fuori quota e non possono più partecipare, ma resta l'iniziativa, incalzata da un'infinità di richieste e sollecitazioni anche da parte delle Nazioni Unite. Moretti e i suoi però si muovono con i piedi di piombo, decidono di intervenire in una realtà solo quando esiste un progetto specifico e la possibilità di farlo camminare, quasi sempre trovando collaborazione in associazioni non governative che operano sul territorio. Forse i regali migliori sono davvero quelli che si fanno. L'Inter l'ha fatto, fedele alla vocazione internazionale che addirittura ha dato il nome alla squadra.
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