martedì 5 febbraio 2008

Si torna a votare....

E’ ufficiale si torna a votare. Finisce così il lento, ma inesorabile suicidio politico, dell’Unione. A spiegare il fallimento non basta dare tutte le colpe alla debolezza numerica al Senato, frutto di una legge elettorale inguardabile, né all’eterogeneità della coalizione e nemmeno alla vaghezza di un programma troppo generico e al tempo stesso corposo. Il governo Prodi ha pagato principalmente il progressivo allontanamento dalle attese degli elettori, badando più agli equilibri interni e alle compatibilità di bilancio. Più che in parlamento Prodi e il suo governo sono rimasti soli nel paese: coperti a sinistra dal sacrificio da chi veniva sempre indicato come il possibile “traditore”, hanno deluso le attese di quella parte dell’elettorato che più di ogni altra chiedeva una svolta dopo il quinquennio berlusconiano.
Quindi oggi quella coalizione, dal nome suggestivo "L'Unione" è fallita. Ma se vogliamo essere onesti dobbiamo dire che è arrivato al capolinea un intero quindicennio, quello iniziato dopo "Tangentopoli", fondato sul bipolarismo e sul nuovo corso leaderistico e spettacolare della politica italiana. E' stato un periodo che ha visto diverse coalizioni di destra e di centrosinistra alternarsi alla guida del paese, con fragore di spade e lance, con lotte feroci di ceti politici. Ma senza contrapposizione di idee. Sono state solo lotte di potere. Le ultime tre legislature, coi governi Prodi-D'Alema-Amato, e poi Berlusconi e poi di nuovo Prodi, hanno sancito un modo di governare debole e arrogante, basato sull'autoesaltazione, spesso ridicola, dei leader, e sulla delega delle grandi scelte ai centri di potere esterni. La Confindustria, il Vaticano. Il risultato è stato quello di un fortissimo spostamento di ricchezze verso l'alto - cioè dai poveri ai ricchi, dal lavoro dipendente ai profitti e alle rendite - una forte riduzione dei diritti sociali e civili, un rinsecchimento del dibattito culturale. E tutto questo è avvenuto al di fuori di un disegno politico, di un'idea del futuro.
Non è così? Non abbiamo registrato, nonostante l'alternarsi delle maggioranze, una degenerazione della politica, sempre più invadente verso la società e sempre meno interessata a governare, a respingere le ingerenze, ad assumersi le sue responsabilità?.
Non è il fallimento solo di un ceto politico. E' il fallimento di tutta la classe dirigente. Chi esce a pezzi da questo quindicennio è la borghesia italiana, che oggi non riesce più a orientarsi, non sa dove cercare rappresentanza politica perché per tutti questi anni ha concepito la politica solo come un "abbeveratoio", una macchina dispensatrice di favori, di mance, di soldi, di leggi addomesticate. Oggi la borghesia italiana è divisa, e di fronte alla gravità della crisi economica internazionale rischia di dilaniarsi ancora di più, e di far pesare sulla democrazia italiana le sue divisioni e la sua strutturale debolezza culturale e anche economica.
Nessun pezzo di società ha più uno spazio pubblico. La politica non è uno spazio pubblico è un luogo aperto alle scorribande di vari interessi. E alla sinistra che, in questa esperienza di governo, non ha dato segnali di grandi cambiamenti e che ha fatto delle compatibilità politiche tattiche una religione quotidiana, non basterà, che sia unita e che agiti lo spettro di Berlusconi. I due anni di Amato e Di Pietro, di Lanzillotta e Mastella, di Bersani e Padoa Schioppa non sono passati invano: ministri liberisti tanto quanto quelli di Berlusconi, sebbene più beneducati e meno interessati in proprio. E allora?
La sinistra può salvarsi solo se riesce a tirarsi fuori da questa palude. Ha un compito titanico dinanzi a sé. Quello di gettarsi a corpo morto nella battaglia per la riforma della politica, cioè della democrazia. Guardate che se questo compito non lo assume la sinistra non lo assume nessuno. Di sicuro non Berlusconi, non il Pd. Non hanno le doti per farlo. Le responsabilità della sinistra crescono ora in maniera esponenziale. Dobbiamo salvare un barlume di azione collettiva. Paradossalmente bisogna salvare l’idea di una possibile “nobiltà della politica”, ovviamente una politica costruita in forma di paradigma nuovo e opposto a quello dominante.
Siamo senza ombrello, e dobbiamo danzare sotto la pioggia.

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