Ora invece Prodi, dopo aver incamerato il voto di fiducia sul pacchetto Welfare, può cantar vittoria: ha preso ancora una volta, per usare le parole di Cossiga, per il culo la sinistra radicale, ha fatto sentire indispensabile uno squallido personaggio come Dini ha sostanzialmente stabilito che la politica economica in Italia la detta la Confindustria, ma soprattutto ha sconfitto le rivendicazioni del il 20 ottobre. Rimangono le sue ragioni e il suo spirito, ma come uno spettro che si aggira solitario. Quando si subisce una sconfitta è bene ammetterlo apertamente, capirne le cause e trarre delle conclusioni. La blindatura del paccheto welfare attraverso il voto di fiducia dice due cose: che non c'è stata alcuna possibilità di migliorare quel testo - né attraverso l'azione parlamentare, né attraverso la mobilitazione sociale -, che il peso della sinistra nel governo di cui fa parte è sostanzialmente irrilevante. Presenza generosa ma facilmente superabile. In un quadro politico che si prepara a cambiare rapidamente natura, con un governo tenuto in piedi solo dalla prospettiva di una riforma elettorale fatta apposta per ridurre ai minimi termini la rappresentanza di chi il liberismo lo subisce ed esaltare il peso di chi lo esercita. Evidentemente oggi gli spazi di condizionamento del pensiero dominante e delle sue conseguenti pratiche di potere sono ancor più stretti di quel piccolo pertugio che i meno pessimisti tra noi pensavano esistere. Forse non ci sono proprio. E, allora, visto che Prodi si «assume tutte le responsabilità» della fiducia su un pessimo testo, la sinistra dovrebbe assumersi quelle di una sconfitta, lanciare un segnale forte a chi l'ha votata e considerarsi libera dal vincolo di fedeltà verso un'alleanza che ha ripudiato se stessa, spiegare a che serve la tanto evocata «cosa nuova», perché sia un mezzo e non si riduca a un fine (su che cosa e per fare cosa si convoca in «stati generali») e chiarirsi le idee sul rapporto con il potere. Liberandosi dall'idea che tutto si giochi sullo stare (o meno) al governo, ritornando al semplice concetto che senza una politica fatta fuori da esso si è impotenti, perché è in quel fuori che si ricostruisce una cultura e, poi, una prospettiva alternativa. Senza la presa d'atto di ciò che è successo in questi mesi, senza questa coscienza sul proprio «essere», si possono alzare i toni e minacciare sfracelli. Ma poi si finisce col subire tutto, dalle leggi sulla precarietà alla guerra in Afghanistan, dai Dico dimenticati alla sicurezza emergenziale. Perdendo il senso di sé. E, nel loro piccolo, persino gli elettori.
2 commenti:
come volevansi dimostrare: la resistenza della sinistra al governo è stata soltanto una "ammuina", una tecnica per fare passare tutto e spostare sempre in avanti lo sguardo dei lavoratori. Dopo il decreto, la manifestazione del venti ottobre, dopo la manifestazione il
consiglio dei ministri e poi il Parlamento. Cinque mesi di rinvii e di "astensioni" di ferrero.
Ora, rinvia tutto ad una verifica da fare a gennaio.
Verificare che cosa? La linea sulle questioni fondamentali del
lavoro è stata ribadita . Non c'è più niente da fare.La legge Biagi
viene ribadita e rafforzata dal "protocollo".
Ieri potevano attribuire alla destra il disagio della egislazione fatta per tenere in ostaggio e per ricattare i dipendenti. Oggi sappiamo che anche la sinistra è solo dalla parte dei padroni. Prodi ed il suo governo sono salvi.I nostri figli, no!
Pietro ancona
Segnalo alcuni articoli usciti ieri e oggi.
1) L'intervista, su Liberazione, al segretario nazionale del PRC. Ha il pregio della chiarezza. Svela, se ce ne fosse mai bisogno, la ragione per cui il PRC non uscirà mai dall'esecutivo Prodi, costi quel che costi. Con queste parole F. Giordano spiega il perchè è stato giusto votare la fiducia sul protocollo welfare-pensioni voluto da Confindustria: "...La situazione sarebbe precipitata. Con esiti disastrosi. Perchè avrebbe creato una frattura irricucibile con il resto della sinistra...". Come dire, pur di mantenere in vita la Cosa Rosa voteremo di tutto...
2) Un articolo, uscito ieri su Liberazione, nel quale si chiarisce cosa concretamente sarà la futura 'Federazione'. Ce lo spiega Alfiero Grandi (Sinistra Democratica): "...i comportamenti finali debbono essere univoci: federarsi vuol dire che, su alcune materie decisive come welfare, governo eccetera, sia la federazione a decidere e non i singoli soggetti".
3) Un articolo, uscito oggi sul il Manifesto, dal titolo significativo "Milano, la sinistra parte ma è divisa". Cosa è successo? E' bastato che uno dei Partiti proponenti la Cosa Rosa facesse una raccolta di firme su una vicenda locale - con le sue bandiere - che questo è stato letto dalla giornalista de Il Manifesto come un'iniziativa in alternativa al 'soggetto unico della sinistra'. E poi dicono che i Partiti non si scioglieranno...
Il quadro che ne esce è abbastanza chiaro. Del resto lo stesso segretario nazionale del PRC lo chiarisce nell'intervista allegata. Quando si elencano i luoghi nei quali si deciderà la presenza nel governo si legge che "Noi di Rifondazione lo faremo con una consultazione ampia, in cui il nostro 'popolo' sarà chiamato a decidere le priorità della verifica. Le modalità di questa consultazione le decideremo già domani, in Direzione. Ma un bilancio di questa verifica la faremo anche tutti insieme, a sinistra. E decideremo tutti insieme". Le stesse parole di Alfiero Grandi: non sarà più il PRC a decidere se rimanere nel Governo, lo si farà 'tutti insieme' - cosa mai si potrà decidere insieme a Mussi? L'esperienza del PRC bolognese ne è, tra l'altro, la conferma. Poco prima che il comitato politico federale di Bologna decidesse di uscire dalla maggioranza che sorregge Cofferati - decisione votata praticamente all'unanimità - la segreteria nazionale ci propose di 'non decidere' ma limitarci a far proprio il documento siglato poco prima da tutta la 'Sinistra' bolognese nel quale, ovviamente, non vi era scritta l'uscita dalla maggioranza di Cofferati- non a caso Sinistra Democratica di Bologna si è affrettata a dichiarare che non si considera fuori da tale maggioranza. Nei comportamenti 'pratici' l'attuale gruppo dirigente nazionale del PRC si atteggia come se il PRC medesimo si fosse già sciolto, non avesse più nessuna autonomia politica da Mussi.
E' evidente che se le scelte devono essere sempre e solo quelle 'unitarie', sui temi più spinosi (quelli non a caso indicati da Alfiero Grandi- Welfare, Governo e, aggiungo io, Afghanistan, decreto sicurezza, ecc) la linea che prevale è, per l'appunto, quella degli ex-diessini.
Segnalo, infine, che il 30 novembre si è svolta a Bologna un'assemblea sulla Sinistra, promossa dal comitato regionale del PRC. Alcuni elementi 'coreografici' ci dicono in modo chiaro i contorni che avrebbe questa futuribile sinistra. La sala era pressochè composta da 'ceto politico'. Vi erano quadri del PRC e di Sinistra Democratica - la gran parte da fuori Bologna. Vi era un'assenza pressochè totale di giovani e lavoratori. Non erano presenti, a differenza di quanto scritto arbitrariamente da Liberazione, nessuno dei movimenti che hanno sostenuto le mobilitazioni sociali nella città capoluogo negli ultimi anni. Vi è stata, infine, l'inspiegabile scelta della presidenza di abolire - si, proprio abolire! - il dibattito di un'ora che pure era previsto nel programma. E' questa la 'piramide rovesciata' di cui si parla? Paura di interventi 'non in linea'? La domanda sorge spontanea, visto che gran parte delle compagne e dei compagni era lì per sentire cosa diceva il segretario del PRC sul tema del Governo e della scelta di votare la fiducia su un protocollo welfare-pensioni voluto da Confindustria. Cosa peraltro affrontata da Giordano nell'intervento finale, senza però convincere. Anche "l'applausometro" lo ha registrato: 1/3 dei presenti applaudivano a prescidere, 2/3 hanno concesso solo un mezzo battimani finale 'di educazione'. In nessuno degli interventi, quello finale compreso, è stato citato una volta - neanche una volta! - il movimento di Genova. Più chiaro di così...
Stefano Franchi - segreteria PRC di Bologna
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