giovedì 26 luglio 2007

Di Pietro e le grandi opere

In queste ultime settimane sulla stampa molisana c’è stata una vivace polemica tra il consigliere regionale del Prc Mauro Natalini ed il ministro per le infrastrutture Antonio Di Pietro. Avendo lavorato alla costruzione del programma dell’Unione per le elezioni regionali del novembre 2006, sottoscritto da tutti i partiti dell’Unione -Italia dei Valori compresa -, non posso che sottoscrivere totalmente le riflessioni fatte dal mio segretario regionale.
In questi ultimi mesi, inoltre, ho avuto l’opportunità di incontrare il largo ed in lungo per l'Italia tante realtà di comitati locali che si battono contro la costruzioni delle cosiddette “grandi opere” fiore all’occhiello del ministro molisano. Tra i comitati c'è chi sostiene la tesi estrema che Lunardi, il ministro-talpa di Berlusconi, fosse meglio, perché per lo meno sapeva che schifezze stava combinando, essendo ingegnere, e le faceva per autentici interessi personali, essendo titolare (attraverso moglie e figli) di una società che scava tunnel. Mentre Di Pietro fa quel che fa per ideologia (la più rozza possibile: le grandi opere promuovono lo sviluppo) e per mostrarsi uomo deciso e pratico, con il vantaggio che, come direbbe Veltroni, “le infrastrutture non sono né di destra né di sinistra”, proprio come la “sicurezza”.
La famigerata Legge Obiettivo di Lunardi, che è rimasta in vigore perché secondo Di Pietro è più rapida ed efficiente (avendo abolito la valutazione d'impatto ambientale e il consenso previo delle comunità locali su oltre 120 “grandi opere”), impone al governo di produrre ogni anno un allegato al Dpef che testimoni lo stato di avanzamento delle opere, fissi le priorità “strategiche” e certifichi l'esistenza di finanziamenti. L'allegato di quest'anno, quando è arrivato sui tavoli delle Commissioni di Camera e Senato che devono discuterlo per poi trasmetterlo alle aule parlamentari, ha fatto sobbalzare non solo i famosi “comunisti” che si oppongono alle “riforme”, come dice Emma Bonino, ma anche qualche “neo-ambientalista” (direbbe Rutelli) o “ambientalista del sì” (direbbe Veltroni), ad esempio Ermete Realacci, presidente della Commissione ambiente della Camera. L'allegato è una somma senza senso di 120 e passa opere (ne manca solo una, il Ponte sullo Stretto, ma altre lunardiane sono state sostituite da invenzioni dipietriste), per una previsione di spesa di 118 miliardi di euro, senza alcuna priorità basata su qualche piano o ragionamento, senza valutazioni d'impatto ambientale, ecc.
Così, sia al Senato che alla Camera le commissioni competenti hanno approvato mozioni, proposte da tutta l'Unione, per dire che l'allegato è tutto sbagliato, e che la Legge Obiettivo va rifatta da capo.
Ma Di Pietro è furbo. Quell'elenco è il frutto di una instancabile attività di firma di “protocolli d'intesa” con molti presidenti regionali: a partire proprio dall’intesa con Michele Iorio sulla Termoli- San Vittore, per arrivare all’autostrada Bre-Be-Mi (l'autostrada che non parte da Brescia, non arriva a Milano e soprattutto non passa da Bergamo, su cui Formigoni si è scontrato con la Provincia di Milano); sulla Tav in Friuli (coi sindaci richiesti di aderire a un progetto che non esiste e a una linea che dovrebbe traforare il fragilissimo Carso); sull'autostrada Roma-Latina e così via. Tant'è che si è perfino formato un “movimento” che riunisce alla rinfusa presidenti di regione di destra e di sinistra, manager delle ferrovie e costruttori di metropolitane come Chicco Testa.
Come accadrebbe per la Tav in Val di Susa, o come rischiava di accadere con il Ponte e accade con il Mose a Venezia o con l’autostrada in Molise, l'importante non è fare le opere, ma ottenere finanziamenti (pubblici, questo sì che è un vero “tesoretto”).
E l'ex Savonarola di Mani pulite si sta eroicamente battendo per questo scopo.


Italo Di Sabato
Dip. Naz.le Movimenti del Prc-Se

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