giovedì 12 luglio 2007

Calcio e Bussines. A pagare sono gli Ultras

Negli ultimi 15 anni abbiamo visto come il calcio sia diventato sempre più una ben oliata macchina da bussines, un fenomeno culturale di cui spesso anche i politici si impossessano per riscuotere simpatie e voti, basti pensare al “modello Milan” auspicabile per l’Italia, teorizzato da Berlusconi col suo ingresso in politica.
La tragica vicenda dell’ispettore di polizia Filippo Raciti, ucciso durante gli scontri con i tifosi del Catania, in circostanze ancora poco chiare, ha obbligato il Paese a discutere di sicurezza con l’emotività causata dalla morte in servizio di un agente di polizia.
Il “dibattito”, ancora una volta, ha messo in luce un pericoloso ritardo culturale. La “crisi del calcio” è stata affrontata secondo un approccio monolitico, volto alla repressione, e i provvedimenti decisi dal governo sono stati conseguenti.
Si è stabilito di vietare l’introduzione all’interno degli stadi di tamburi, bengala e striscioni non autorizzati. Nelle scorse settimane gli Ultras di Pisa, Monza, Ancona, Taranto e Potenza sono stati chi diffidati, chi denunciati e chi fermati dalle forze dell’ordine perché all’interno dello stadio indossavano magliette recanti la scritta “Art. 21 Libertà di espressione”…… Inoltre è vietato alle tifoserie organizzate di seguire la squadra in trasferta.
Con grande leggerezza si è stabilito un prolungamento del fermo di Polizia da 36 a 48 ore, dalla preventività del DASPO (obbrobrio giuridico incostituzionale, in quando si tratta di un vero e proprio processo alle intenzioni) cioè la facoltà concessa alle forze dell’ordine di prendere e arrestare di propria iniziativa, senza l’autorizzazione preventiva dell’autorità giudiziaria.
L’arresto in flagranza è l’unico caso in cui l’intervento di garanzia di un magistrato non è previsto: averlo esteso a 48 ore dopo i fatti è una oggettiva limitazione delle garanzie di libertà.
Non è un caso che più voci, le stesse che oggi chiedono più polizia per la sicurezza dei cittadini, si siano levate per chiedere che il fermo di 48 ore non sia limitata agli stadi ma diventi applicabile a qualsiasi manifestazione.
L’intero dibattito sugli stadi si è sviluppato lungo la falsa riga dell’emergenza e si sono sprecati i richiami all’utopistica e disastrosa strategia della “tolleranza zero”. Un’ossessione securitaria che impedisce di leggere la storia recente della violenza negli stadi oltre gli stereotipi delle “tifoserie armate”, del “poliziotto impotente”, della “illegalità tollerata”. Così facendo rimane fuori dalla discussione un elemento chiave, la militarizzazione degli stadi avvenuta a partire dai primi anni ’90. Un dispiegamento massiccio di polizia e carabinieri dentro e fuori gli stadi per impedire e prevenire il contatto con le tifoserie avversarie, cercando di imitare il thacheriano pugno di ferro che aveva portato alla “normalizzazione”degli stadi inglesi. In Italia, questa cura militare basata più sul numero che sulla qualità si è rilevata inefficace e miope, ed è servita soltanto a aumentare i tafferugli fra tifosi e forze dell’ordine. Questi ultimi, poi non sono affatto esenti da responsabilità: la casistica offre numerosi esempi di violenze gratuite scatenate dagli agenti e di eccessi repressivi, sia dentro ma soprattutto fuori gli stadi.
In questo clima un po’ cieco e marcato dell’autocensura, non si è parlato di prevenzione, di strategie di dialogo con i tifosi, di forme diverse di intervento da parte degli agenti, di criteri di formazione da rivedere. Sullo sfondo rimane la sensazione che parlare in termini critici, ma pur sempre costruttivi delle nostre forze dell’ordine, sia una sorte di tabù. Come se indicare gli errori, le storture, le pretese di impunità mostrata dalle forze dell’ordine negli ultimi anni fosse un attentato alla sicurezza dei cittadini e all’onore degli agenti e non il contrario.
Le misure approvate sono in parti uguali ridicole e inefficaci; se fatte in buona fede dimostrano una miope informazione del problema, se fatta in cattiva fede dimostrano solo la volontà di far andare avanti il bussines con un’apparenza di disciplina da mostrare all’opinione pubblica ma a scapito del senso stesso del calcio.
Ché se ne dica, gli ultras, il loro tifo sono uno degli elementi che rende una partita di calcio degna di chiamarsi con questo nome: le coreografie, i cori e gli striscioni tengono in vita un calcio morente, incapace di capire che l’infinita ricerca di soldi finirà per precipitarlo nel fallimento.
Gli ultras nel bene e nel male, sono parte della nostra cultura, e se si vogliono arginare comportamenti teppistici o criminali bisogna prendere il problema alla radice, eliminando l’ignoranza, la povertà morale e il razzismo che affligge larga parte della nostra comunità.
La repressione è sempre la risposta più facile e debole a un problema complesso: bisognerebbe investire tempo e sforzi sulla causa più che sull’effetto ultimo. E bisogna fare in fretta, perché a rimetterci come sempre sono i più deboli.

Italo Di Sabato

1 commenti:

ALE ha detto...

volevo solo fare un saluto ad Italo.
Un abbraccio grande da Liberazione
alessandro