lunedì 1 marzo 2010

Legale e illegale

Capita sempre più spesso che ci siano persone attonite, parecchio basite, per non dire completamente sconvolte da quello che ci accade attorno.
Il commento più frequente che si sente fare è: “ma questo non è legale”, “questo è illegale”.
Ebbene, cari e care, avete assolutamente torto.
Ci sono periodi della vita in cui qualcuno vi avrà detto che bisogna essere legalitari, che la scelta migliore da fare è la legalità. Mentre vi dicevano questo vi facevano credere che la legge fosse cosa neutra, pagine e pagine composte in autoscrittura per un processo di regolamentazione della vita umana assolutamente naturale. Così non è.
Nel nostro sistema le leggi le fa chi sta in parlamento. Più spesso le fa chi è al governo e gode di una maggioranza in parlamento. Basta blindare le proposte con la fiducia e le leggi vengono fuori così come la maggioranza le ha volute, senza la minima discussione e il minimo cambiamento.
Essere legalitari di questi tempi assume lo stesso significato che assumeva ai tempi del fascismo. Ogni forma di disobbedienza e resistenza civile, anche non violenta, forse semplicemente pensata o scritta e detta, viene giudicata un crimine. I reati vengono stabiliti per legge e la legge la fa il governo. Tutto chiaro fin qui?
Tutti noi viviamo secondo un codice “legale”. Il codice “legale” normalmente dovrebbe essere realizzato seguendo le indicazioni di un codice non scritto che si compone di una parte etica e di una morale. Anche in questo caso prevale chi ha più potere. La morale della chiesa prevarrà sulla mia, sulla tua, sulla nostra, sulla vostra.
In ogni caso il punto è questa distinzione tra ciò che è legale e ciò che è illegale.
Per esempio: la ragazzina disabile costretta a rinunciare alla gita perchè la gelmini ha tagliato i posti delle insegnanti di sostegno e ha tolto soldi alle scuole pubbliche è un fatto increscioso che però avviene nella legalità. La raccolta di soldini da devolvere cristianamente nella sua direzione per compiere un ipocrita atto di bontà a fronte di un quadro legislativo che si distingue per crudeltà non fa che delegare ai singoli quanto dovrebbe essere di responsabilità dello stato.
La solidarietà privatizzata, tipica delle società capitalistiche, come già avviene in america, in cui si da spazio a tanta retorica sui gesti buoni mentre i governi favoriscono solo lobbies e macro imprese ai danni della povera gente, è una involuzione sociale oggi anche “legale”.
Altro esempio: se un sindaco vi riempie di ordinanze e regolamenti, come l’ultima a proposito dei parcheggi riservati solo alle coppie regolarmente sposate e italiane (escluse le coppie di fatto e gli stranieri), lo fa in virtù dei vari pacchetti sicurezza che in più fasi hanno attribuito maggiori poteri ai sindaci in fatto di ordine pubblico conferendo persino il potere di armare la polizia municipale.
Ripassiamo: nel primo e nel secondo esempio siamo di fronte ad atti “legali” sebbene molto ma molto immorali.
A proposito della beatificazione di Pio XII, noto amico dei nazisti, non possiamo parlare di legalità o illegalità perchè il vaticano che condiziona e influisce sulle leggi di molti stati, incluso quello italiano, è uno stato a se’ con proprie leggi. Potremo dire che troviamo immorale che una chiesa che santifica un papa immorale poi ritenga di avere il diritto di poter legittimamente dettare regole sulla nostra moralità. Non che in caso contrario comunque quel diritto ce l’abbia giacchè il medioevo è passato da diversi secoli.
Altro esempio: i mezzi di trasporto in italia fanno un po’ il cazzo che gli pare, anche in questo inverno hanno lasciato morire di freddo, migliaia di pendolari senza dirti quando e come poter prendere un treno e un aereo, perchè non esiste una class action a tutela dei consumatori, perchè le leggi tutelano le imprese invece che gli utenti, perchè lo stato tutela le aziende invece che pensare alla sicurezza dei lavoratori e dei fruitori di un servizio. Quello che fanno è “legale”.
La censura in rete, una volta approvato il “codice di autoregolamentazione” sarà assolutamente “legale”. Al di sopra dei termini “giusto” o “sbagliato”. Sarà “legale” dove la “legalità” non è parametro di giustezza morale e umana.
Spostare un prefetto da Venezia perchè non ha dato retta alla Lega e non si è opposto all’insediamento dei rom e sinti nel luogo ad essi destinato dal comune, sarà un fatto opinabile ma “legale” perchè il ministro competente sulla materia decide così.
Fare morire stranieri e straniere nel mediterraneo, rinchiuderli dentro lager, condannarli al carcere perchè stranieri, impedire loro che vivano con dignità, è assolutamente “legale” perchè la legge oggi dice che tutto ciò è possibile.
Ospitare un amico straniero senza permesso di soggiorno che tenta solo di trovare uno spazio per se’ nel mondo è “illegale” anche se quell’amico non ha ammazzato nessuno, non ha fatto nulla di “immorale”. Non ha fatto niente di niente se non prendersi il diritto di esistere.
Picchiare i manifestanti nelle piazze è “legale” perchè le leggi sono fatte per reprimere il dissenso. Sequestrare manifesti, striscioni e volantini a chi tenta di esprimere una idea è “legale” perchè la legge stabilisce che tutto ciò è possibile.
Nel periodo di Mussolini era “illegale” essere “ebreo”, “omosessuale”, “rom”, “comunista”, “anarchico”, eccetera eccetera. Era “illegale” scrivere contenuti critici contro il governo. Era “illegale” chiunque decidesse di sottrarre stranieri, partigiani e soggetti vari al cappio della punizione, del carcere, del confino, della tortura.
Allora era illegale e oggi in un esercizio di retorica ipocrita celebriamo chi ha fatto scelte “illegali” come fossero – e lo sono stati – eroi.
Oggi chi osa fare la stessa cosa, come avveniva allora, viene chiamato “istigatore alla violenza”, “terrorista”, “illegale”, per l’appunto, dove a questo punto è chiaro chi decide cosa è legale e chi no. Dove deve essere chiaro che “legalità” non è sinonimo di giustezza morale.

Il fascismo del tempo di Mussolini si componeva di tanto legalitarismo, tanta legalità e obbedienza civile. Il fascismo decideva e i cittadini erano talmente obbedienti che diventavano persino delatori. Denunciavano le “illegalità” commesse dai vicini di casa, ebrei, partigiani eccetera.
Un ultimo esempio: oggi il ministro per la difesa La Russa fa quello che più gli piace fare. Parla all’esercito e tra una frase e l’altra recupera anche quei criminali della Decima Mas.
Per sapere chi sono e quali effetti deleteri hanno avuto costoro si può leggere in lungo e in largo il materiale fornito in tante inchieste sulle stragi nere e quello che ha raccolto pazientemente lo storico Casarrubea.
Dopo l’equiparamento dei partigiani ai repubblichini di salò ora siamo al recupero del terrorismo di matrice fascista. E tutto ciò è “legale” ma non per questo “giusto”.
Per andare in direzioni che ci sono ancora più care: l’uomo prevarica la donna, può schiavizzarla, destinarla a lavori di cura, allontanarla dai luoghi di lavoro, renderle la vita impossibile perchè è “legale”. Non che abbia bisogno della legittimazione della legge per fare quello che fa giacchè le leggi non sono che l’espressione delle intenzioni più conservatrici, regolatrici delle relazioni sociali. Tutto ciò che è progresso non lo vedrete mai scritto nero su bianco in una legge. Dovranno passare decenni, forse persino secoli perchè un parlamento di un governo statico, conservatore, fascista come il nostro recepisca l’esigenza di progresso espressa da tanta gente. Parliamo delle leggi che riguardano il corpo, la sessualità, la libera scelta, l’identità di genere, la libertà di essere chi vuoi e con chi vuoi (pensate al tempo in cui era illegale, e non è detto che non torni ad essere così, praticare l’interruzione di gravidanza). Parliamo delle leggi che impediscono ad una donna straniera di rivolgersi ad una struttura sanitaria per non morire di aborto clandestino.
A decidere se le cose scritte qui, ora, sono legali o illegali saranno quelli che stanno al governo. E se decidessero che si tratta di contenuti illegali potrei obiettare, disobbedire, o no?
A decidere se domani potremo amare una persona di un sesso non nella norma, di una etnia non nella norma saranno quelli che stanno al governo. Potreste mai smettere di amare qualcuno se il governo giudicasse il vostro amore “illegale”? Si può smettere di pensare e respirare perchè qualcuno ti dice che è “illegale”?

Ps: tutto ciò avviene mentre c’è chi cerca il “dialogo per le riforme” e chi addirittura immagina che Casini possa essere il candidato ideale per l’opposizione. Come se non ci fosse già noto “l’equilibrio” della democrazia cristiana…
Il modo democratico per intervenire su questa situazione è la manifestazione del libero pensiero, la presenza di una opposizione reale, si può intervenire sulle leggi qualora il potere non sia blindato da regole che impediscono la pluralità delle opinioni (il maggioritario e lo sbarramento alle elezioni), non sia avvantaggiato da una incredibile quantità di media, soldi, potere di ricatto economico sulla gente. Un governo che vince già con una grande sproporzione di forze e con leggi non democratiche che vuole liberarsi del parlamento, della costituzione, degli organi di garanzia, che reprime il dissenso e viola il diritto alla libertà di opinione e di critica, è un governo chiaramente autoritario con il quale non ci può essere alcun dialogo dentro o fuori le istituzioni.

sabato 6 febbraio 2010

diffidate di coloro nei quali è potente l'istinto a punire

Viviamo in un epoca di grandi complessità e di nuovi paradossi. Per la prima volta l’umanità è immersa in una crisi inedita, che unisce allo stesso tempo crisi di varia natura. Crisi ambientale, crisi economica, crisi energetica, crisi alimentare, crisi migratoria, crisi della forma di rappresentanza.
Perfino concetti e strumenti come riformismo e rivoluzione sono entrati in crisi. Né l’uno né l’altro riescono oggi nell’esistente complessità e nella diversa scala temporale ad affrontare e risolvere problemi cosi strutturati e interdipendenti.
La conseguenza è che viviamo in un enorme paradosso: vivere un tempo in cui vengono poste domande forti, ma le risposte appaiono estremamente deboli, e ci si rende conto che il mondo è sottosopra e che tutto è alla rovescia.
Ad esempio in Italia, la risposta alla crisi è la dichiarazione di guerra al più povero. Se aiuti un migrante clandestino rischi di finire in galera, a differenza di chi istiga all’odio razziale e diventa ministro della repubblica.
Se ti opponi per reclamare diritti, reddito, casa c’è il rischio di essere brutalmente picchiati, torturati e arrestati. Chi invece ha prodotto la violenza, ha calpestato i più elementari diritti (come è accaduto a Genova durante il G8 nel luglio 2001) viene assolto, promosso e premiato come un “eroe” dello Stato.
E questa l’Italia dove alla corruzione di un governo populista, reazionario, razzista e fascistoide, l’unica opposizione che scalda gli animi degli antiberlusconiani sembra quella che vuole più Stato, che chiede più trasparenza, merito, legalità, manette e polizia. Uno Stato che serve a difesa della propria debolezza sociale, prima che politica.
Legalità e giustizia contro fragilità sociale, declassamento e precarietà. Per essere chiari si invoca lo Stato invece di far male ai padroni.
Non stupisce allora che la “cultura della legalità” tanto acclamata e bandiera dell’antiberlusconismo si traduce nell’invocare la necessità della tutela dell’ordine pubblico, attraverso l’intensificazione della repressione di tipo penale e amministrativo. Tale operazione sottintende una concezione autoritaria volta a privilegiare la dimensione della “sicurezza” rispetto a quello dell’intervento sociale.
Questo tipo di opposizione a Berlusconi, se per un verso semplifica le proteste e raduna nelle piazze centinaia di migliaia di persone, per l’altro occulta la crisi, i rapporti di produzione, la povertà, la disoccupazione.
Una anomalia tutta italiana. Una situazione politica segnata da corruzione e blocchi di ogni genere che favorisce una sensibilità sociale forcaiola. Solo Berlusconi rende possibili Travaglio e Grillo come miti indiscutibili.
L’assenza di un progetto politico alternativo e assenza di opposizione facilitano la semplificazione anti-berlusconiana, sgombrando il campo dai problemi sociali che restano, con o senza Berlusconi.
Credo che bisogna cominciare ad avere la consapevolezza che la partita che si gioca in Italia non è semplicemente tra gli onesti e i reprobi, che gran parte delle ingiustizie che vi si commettono sono ineccepibili dal punto di vista della legalità e che i problemi politici non possono essere risolti per via giudiziaria o giocando a guardia e ladri. Non per intendersi, sparando le manette in prima pagina contro il lodo Alfano o il processo breve, ma ricordando piuttosto le aberrazioni dei pacchetti sicurezza o le leggi sulle tossicodipendenze e sull’immigrazione (che recano la firma di quel campione di democrazia, che oggi tanto piace agli oppositori del cavaliere, e che presiede la Camera dei Deputati), le quali se pure non proteggono le malefatte di Berlusconi provvedono a mandare in galera (e qualche volta a morire) migliaia di poveracci. Ricordando magari che le forze dell’ordine sono anche quelle di Genova e di Stefano Cucchi e la magistratura quella che le assolve, che l’ordine e il “decoro” quella mostruosa, persecutoria, regolamentazione delle vite e discriminazione delle diversità dilaga nella Lombardia leghista cosi nelle “rosse” città di Firenze e Bologna.
Cosi come è giusto ricordare che il malaffare, le concentrazioni monopolistiche, l’arroganza del potere non sono una inedita prerogativa di Silvio Berlusconi, cosi come il servilismo e la malafede non lo sono dei cortigiani che oggi lo circondano. Che lo sfruttamento, i privilegi, il restringimento delle libertà individuali e collettive, la persecuzione delle “devianze” sono tutt’altro che una “anomalia”, ma accompagnano da un pezzo la storia italiana e coinvolgono numerosi dei suoi protagonisti, tanto conservatori quanto “riformisti”.
Si insiste, inoltre, da più parti, nel sostenere che la questione della democrazia e quella della legalità coincidono. Non serve uno storico o un filosofo della politica per sapere che cosi non è.
Esistono intere biblioteche dedicate all’anomalia dello Stato Italiano, un apparato che dall’unità d’Italia in poi, passando per una monarchia conservatrice, il fascismo, due guerre mondiali e una democrazia consociativa, ha mantenuto più o meno intatte le sue caratteristiche originarie, fondate sulla mediazione occulta fra legalità e illegalità, sul particolarismo dei suoi gruppi dirigenti e sulla subordinazione degli interessi pubblici a quelli di partito.
L’intreccio fra mafia e politica è solo l’aspetto più macroscopico di questa anamorfosi, di un trasversalismo immodificabile tra pubblico e privato che si può riscontrare a ogni livello, nelle amministrazioni locali come nelle grandi strategie pubbliche. Una tendenza diffusa agli illegalismi, ai delitti impercettibili e ubiqui di colletti bianchi e pubblica amministrazione.
Ad esempio la moltitudine di padroncini del nord-est, come d’altronde l’immenso elettorato moderato, non ha avuto mai grande interesse repubblicano tant’è che ha eletto a suo rappresentante Silvio Berlusconi, un imprenditore plurinquisito, che non ha fatto mai mistero di identificare il bene del paese negli interessi della Fininvest e delle altre sue aziende.
Quando l’allora ministro Lunardi ha dichiarato in parlamento che bisognava convivere con la mafia, ha detto quello che probabilmente pensano tanti imprenditori, il cui problema non è se pagare il pizzo, ma se questo verrà compensato e in che misura.
Allora penso che “la cultura della legalità” agitata dai settori dell’antiberlusconismo non è altro che uno slogan a effetto per la grande illegalità, visto che le procedure anti-corruzione e anti-mafia sono state progressivamente abbandonate proprio dagli ultimi governi di centro-sinistra. Ma che è invece una dichiarazione di guerra per le piccole illegalità, quelle dei disgraziati, dei piccoli criminali, dei migranti, delle vittime appunto della “modernizzazione”.
Con tutti costoro, il centro-sinistra si è dimostrati implacabile. Qualche osservatore ha suggerito che si sia trattato di una strategia deliberata di controinformazione, se non di depistaggio. Deviando l’attenzione sulla microcriminalità, reale e immaginaria, si sarebbe indebolita la vigilanza sull’opinione pubblica sul crimine organizzato e soprattutto sul comportamento ambiguo dei governi.
Nella primavera del 2007 il quotidiano “La Repubblica” pubblicava in prima pagina la lettera di un cittadino elettore di centro-sinistra che rimproverava ai suoi dirigenti politici di fare e agire poco in termini di sicurezza, elencando nei migranti e nei rom le principali cause dell’insicurezza. Sempre “La Repubblica”, dopo la tornata elettorale alle elezioni amministrative del 2007, che aveva sancito un forte calo di consensi dei partiti dell’Unione al Nord Italia, analizzava la sconfitta nelle politiche poco incisive sui temi della sicurezza.
E non fu un caso che il governo Prodi subito dopo ha operato una regressione sostanziale, se non spettacolare sui temi dell’immigrazione, la sicurezza urbana, l’ordine sociale, la giustizia penale, la lotta alla criminalità spicciola.
L’insensata equivalenza di criminalità organizzata e micro-criminalità, il fallimento di qualsiasi strategia di umanizzazione delle carceri, la stigmatizzazione dell’immigrazione, la campagna per la sicurezza urbana, le ricadute pratiche della “cultura della legalità” sono tutti prodotti del talento di uomini del centro-sinistra.
Solo per fare qualche esempio delle loro responsabilità e dell’involuzione attuale, basta ricordare che i Gom, i supersecondini autori delle sevizie e delle torture alla caserma Bolzaneto a Genova durante il G8, sono stati costituiti dall’allora ministro della Giustizia Diliberto; cosi come dopo la brutale aggressione alla signora Reggiani a Roma da parte di un giovane immigrato rumeno il governo Prodi ha varato d’urgenza un pacchetto sicurezza che è stato il preludio ai pogrom del governo Berlusconi, oppure il decreto Amato sulla repressione alle tifoserie calcistiche.
La “cultura della legalità” ha conseguito risultati meno che mediocri nella lotta al crimine organizzato, alla mafia, alla camorra. In cambio ha avuto effetti devastanti sia sulle scelte politiche dei governi, sia sull’involuzione della mentalità del paese o meglio sull’affermarsi di un opinione pubblica essenzialmente repressiva e regressiva.
In Italia, l’equazione “immigrati uguale criminali” è diventato uno slogan agitato sia da destra che da larghi settori dell’ opposizione. Non è un caso se un idolo delle folli dell’antiberlusconismo come Beppe Grillo, può tranquillamente eccitare il suo popolo sbraitando contro gli immigrati che invadono i sacri confini della patria.
Come risulta, anche da recenti ricerche, il panico in questione è il frutto del corto circuito creato a metà degli anni ’90 tra l’agitazione di comitati di “cittadini” sorti sulle ceneri dei partiti tradizionali e le strumentalizzazioni dei partiti più o meno xenofobi come la Lega e An e il sensazionalismo dei media. Sarebbe bastato consultare qualche libro di Bauman per riflettere sul fatto che gli immigrati, al di la del loro reale coinvolgimento nella microcriminalità, diventano il parafulmine di una insicurezza e precarietà diffusa, in gran parte prodotta dallo smantellamento dello stato sociale.
Ma i partiti del centro-sinistra (Pd e Idv), opinion leader accreditati come i più incisivi oppositori a Berlusconi (Travaglio), sindaci di giunte “rosse” (Cofferati, Veltroni, Dominici, Chiamparino, Renzi) invece di svolgere un opera di informazione e, in sostanza, di riportare la realtà immaginaria e mediale ai fatti, hanno cavalcato le proteste nell’illusione di allargare il proprio consenso nell’elettorato moderato.
Com’era facilmente prevedibile questa “inimicizia dall’alto” si è rilevata un boomerang. Da una parte si sono legittimate le posizioni xenofobe della destra, dall’altra agli occhi dell’elettorato moderato, la responsabilità del “degrado” che tutti imputano agli immigrati non poteva che essere attribuita alla sinistra.
Ma non credo che si sia trattato solo di insipienza, ma piuttosto di una strategia di perversione della cultura di prevenzione dei micro-conflitti, che tradizionalmente differenziava la sinistra moderata alla destra.
In questo, senso “giovani”, “migranti” sono stati gli spauracchi che avrebbero dovuto comunicare un’immagine del centro-sinistra come schieramento politico forte, razionalizzatore, moderno. Basti pensare agli sgomberi degli spazi sociali autogestiti da parte di Cofferati a Bologna oppure alla direttiva anti lavavetri da parte del sindaco Dominici e dell’assessore Cioni a Firenze. Una deriva che esprime una “filosofia” non solo autolesionista, ma fondamentalmente autoritaria. A questo punto mi interessa poco come si sia autodistrutto il centro-sinistra. Piuttosto, il problema è che nel corso degli anni ’90 nonostante un’apparente pace sociale, sono state gettate le premesse di una involuzione autoritaria del paese.
Tra il 1992 e il 1994 il sistema politico, partitico e parlamentare è crollato sotto i colpi inferti dall’inchiesta giudiziaria chiamata tangentopoli. La procura di mani pulite e molti intellettuali “liberali” pensavano probabilmente all’epoca di spianare la strada al governo degli incorruttibili, cioè dei magistrati, e invece l’hanno spianata a un capitalismo aggressivo, compiaciuto e iperpoliticizzato.
Anzi, oggi credo che si possa dire che i partiti al governo nella I^ Repubblica sono affondati non perché se ne scoprisse di colpo la propria immoralità, ma perché erano diventati inutili e non più capaci di rappresentare interessi di centri di potere economici e finanziari.
Caduto il muro di Berlino, finita l’epoca di Yalta, la strategia capitalistica si è posta il problema della distruzione di ogni compromesso sociale fra capitale e lavoro. Per raggiungere questo obbiettivo è stato necessario gettare le basi per avere uno stato forte, un parlamento che non fosse più il luogo sul quale si riflettono gli antagonismi presenti nella società, un governo capace di gestire l’emergenza permanente.
Per realizzare questa “sovversione dall’alto” tre forze vennero mobilitate:
- la fazione politica e confindustriale che hanno accettato le regole imposte dalla globalizzazione neoliberista che ha prodotto con forte ritmo le misure di riordino economico, giocando implacabilmente su svalutazione e inflazione, sulla riduzione del salario reale e lo smantellamento del welfare, le privatizzazioni e le politiche repressive al fine di risolvere l’urgenza;
- la magistratura come taske force degli interessi della globalizzazione liberista. Certo i magistrati con la loro azione sembravano attaccare non semplicemente i corrotti, ma le stesse forme del funzionamento corrotto della democrazia parlamentare. Perciò essi sono stati appoggiati entusiasticamente dalla gente. Dimenticando, però, che ogni democrazia in un sistema capitalistico è sempre un ordinamento della corruzione e che ogni nuova proposta di governo dentro un ordinamento capitalistico non potrà essere altro che una forma diversa e equivalente di corruzione. Finché ci sarà capitalismo ci sarà una democrazia corrotta e questo la magistratura lo sa;
- l’asse Segni-Occhetto sui referendum elettorali. Si è trattato di una emanazione diretta della confindustria, il prodotto del trasformismo politico degli strati di “notabilato” della vecchia struttura politica con un sostanziale accordo con le nuove correnti del populismo, in primis la lega. Il fine dei “referendari” è stato quello di garantire, nel nuovo ordine costituzionale della II^ Repubblica, il predominio della finanza attraverso la trasformazione del parlamento in organo di notabili (maggioritario) e l’efficacia conservativa del governo. Queste sono state anche le ragioni profonde che hanno prodotto le fortune elettorali di Berlusconi e Bossi da un lato e di Di Pietro dall’altro.

A tutto questo bisogna aggiungere il ruolo determinante che ha avuto la grande stampa e i media.
Bisogna prendere atto del fatto che in Italia più che negli altri paesi dell’occidente il “sistema”, cioè l’insieme dei giornali, delle tv, degli opinionisti ha sparso in questi anni una cultura fortemente giustizionalista, razzista, esasperatamente competitiva e di sopraffazione. Ha fatto in modo che si affermasse il principio che il più ricco, il più forte, il più dotato, il più armato, il più furbo ha sempre ragione. Non è cosi? Non è diventato senso comune l’idea che l’obiettivo di una società moderna, di uno stato liberale sia innanzitutto di garantire la sicurezza e il benessere delle sue classi dirigenti e poi di proteggere i diritti delle classi medie, e poi di reprimere le ribellioni e le eventuali irregolarità delle classi più deboli e in particolare degli stranieri?

Nella situazione fin qui delineata c’è poco spazio per la disobbedienza civile e il conflitto sociale anche tra gli oppositori di Berlusconi. La comune opposizione al cavaliere e i suoi sistemi di governo non può cancellare il disagio di trovarsi gomito a gomito con chi tiene in spregio il garantismo, apprezza la tolleranza zero e si accomoda con agio nei rapporti sociali esistenti.
Prudenza suggerirebbe, infine, di andare piano con i richiami alla “resistenza” la quale in tutte le sue diverse ispirazioni, non si prefiggeva il restaurare lo stato e la legalità dell’Italia prefascista, né di affidare la rinascita del paese a una magistratura che avrebbe continuato ad applicare per decenni il codice Rocco.
La democrazia non può essere difesa senza svilupparla, approfondirla, radicalizzarla, poiché non si tratta di un catechismo, di un codice o di un insieme di norme e sacri principi, ma di un agire politico calato nel suo tempo. Bisogna agire avendo la consapevolezza che Berlusconi non lo si combatte cavalcando malumori e frustrazioni, ma costruendo politica e pratica di opposizione che si nutre di conflitto sociale e di disobbedienze, e che oggi tutto questo non esiste né nei partiti ma neanche nel senso comune ispirato da Grillo e Travaglio.
Per il momento, sarà saggio almeno accogliere il suggerimento di Zarathustra: “ diffidate di coloro nei quali è potente l’istinto di punire


Italo

giovedì 31 dicembre 2009

Champagne e Barricate. Auguri per un 2010 ricco di gioia e rivoluzione


lunedì 14 dicembre 2009

Quale sinistra? Riflessioni post dibattito

Domenica 13 dicembre ho partecipato a Riccia ad un dibattito sulla sinistra e sulla necessità dell'unità. Tornando a casa in macchina mi tornava in mente "Ombre rosse" lo splendido film che ci ha regalato Citto Maselli. Pensavo agli ultimi cinque minuti del film, che coniugano arte e messaggio in maniera niente affatto noiosamente pedagogica: il grigiore delle ombre della sinistra diventata cinica e omologata al liberismo (con la sua allarmante mancanza anche di etica pubblica) viene oltrepassato dalla freschezza di due giovani donne (donne, per l'appunto) che, con un metro, prendono le misure di un vecchio casale, per ricostruire, rifondare, renderlo vivo e vissuto dopo la sconfitta. Siamo rifondatori, ci dice Maselli, non restauratori nostalgici del passato. Sperimentiamo, elaboriamo, "camminiamo domandando"; non conosciamo bene il percorso (Marx direbbe "non siamo i pasticceri dell'avvenire") ma ricominciamo, in basso a sinistra. E' importante il punto di vista, la tecnica del rovesciamento: il movimento reale a cui viene affidato il "rovesciamento pratico dei rapporti sociali esistenti". A me piace oggi, nell'era della crisi globale del capitale, più di ieri, chiamarlo comunismo. Non voglio essere né un nostalgico, né un pentito; sono con Bloch che lottava con gli operai di Berlino contro il regime.
Nel dibattito si è parlato anche della caduta del muro di Berlino e tornando al film di Maselli pensavo che il film è metafora artistica. Nessuna nostalgia del Muro; questo è nel vissuto di ognuno di noi. Anzi, il Muro ci permette di narrare noi stessi. Nessun rimpianto per l'equilibrio bipolare; abbiamo tentato di "capire Danzica" ( le mie prime vere manganellate le ho prese nel dicembre del 1981 davanti l'ambasciata polacca a Roma) ; abbiamo protestato sotto l'ambasciata cinese per Tien An Men; soprattutto eravamo in quel segmento, forse piccolo, di cultura ed iniziativa di sinistra che, in Italia e nel mondo, riteneva, al contrario di Occhetto, che a Mosca non pesava solo l'assenza delle libertà individuali, ma, nel profondo, un deficit di socialismo, nella riproduzione di rapporti sociali borghesi (con una anomala specificità).
Ho sempre ritenuto che lo stalinismo andasse superato da sinistra. Ma, con la caduta del Muro, venne esaltato il "cambio d'epoca" addirittura come "fine della storia"; e l'operazione della Bolognina, in Italia, venne motivata e gestita come una cancellazione di se stessi. Le magnifiche sorti e progressive, invece, non si videro e non si vedono; il mondo non fu pacificato ma nacquero le "guerre costituenti" fondative del "nuovo ordine mondiale".
Vi fu una sconvolgente affermazione, con la globalizzazione liberista, della nuova egemonia borghese e capitalista.
Ricordo che festeggiai, brindando, la caduta del Muro nella nostra sede di democrazia proletaria a Palata; ma oggi bisogna prendere atto che si aprì un varco enorme per la poderosa e potente "rivoluzione restauratrice" del capitale, con la crisi proprio di quel costituzionalismo e di quello stato di diritto la cui assenza era stata assunta, giustamente, ad emblema del fallimento del cosiddetto "socialismo reale".
Essendosi liberato dalla sindrome della competizione con l'Unione Sovietica, il capitale si liberò anche della memoria di Stalingrado e della vittoria contro il nazifascismo e prese a mercificare, senza remore, tutto, tempo, spazio, vivente, vite.
Pesante fu il maglio del comando del capitale sui rapporti di lavoro, sulla precarietà, sulla costruzione di stati etnocentrici (e, quindi, xenofobi).
Qui siamo. E' qui che si pone, in questa dialettica, la ricostruzione di una istanza anticapitalistica di massa. Anzi, riproporre la rifondazione comunista significa proprio partire dalla rielaborazione delle gravi sconfitte subìte per rimettere in discussione anche paradigmi storicamente fondativi che hanno però generato la deriva della cupa e grigia coltre totalitaria nella costruzione di una statualità socialista.
Penso che proprio oggi, dentro e contro la crisi della globalizzazione liberista, ritornino, per paradosso, ad essere più che mai attuali le ragioni del dirsi comunista. Anche la simbologia oggi è importante. Non a caso la Bolognina cancellò l'aggettivo per significare mutazione genetica, abbandono di un campo, accettazione esplicita delle categorie del capitale, cancellazione di una narrazione storica.
Per me comunismo non significa dunque, dottrina. Continuo a pensare, come ci aiuta a fare anche il film di Citto Maselli, che la sinistra o è anticapitalista o non è; perché essa deve collocarsi nel punto più alto della sfida teorica, politica e sociale.

venerdì 11 dicembre 2009

LA STRAGE DI STATO

Il 12 dicembre 1969, con le bombe a Piazza Fontana, cominciava la “strategia della tensione”
Tra il 1969 e il 1984, in Italia, sono avvenute otto stragi politiche dalle caratteristiche comuni: tutte hanno visto coinvolti personaggi appartenenti alla destra eversiva, in tutte sono emerse protezioni, connivenze, responsabilità di appartenenti agli apparati dello Stato, tutte sono rimaste per molto tempo senza spiegazioni ufficiali, senza colpevoli e senza mandanti. In quindici anni sono state assassinate, oltre seicento sono rimaste ferite in attentati stragisti che, ancora oggi, nella quasi totalità dei casi, sono rimasti impuniti.
Si è fatto di tutto intorno alla strage di piazza Fontana, a Brescia, Bologna, Ustica, compresi i processi. Di tutto non per scoprire la verità, ma per occultarla. La verità storica e politica è rimasta per anni patrimonio dei movimenti, imbrigliata dai silenzi, omissioni, depistaggi, fino all’apposizione del segreto di stato, poi è diventata senso comune di larga parte del paese, senza che a ciò corrispondesse però azione adeguata.
Anzi, ancora oggi è piegata agli interessi di chi la vuole complice nella conservazione dell’esistente.
I giorni nostri sono percorsi da un forte vento di destra, con egemonia culturale e sociale. Ovviamente il riformarsi di un “consenso di massa” alle nuove forme del fascismo richiederebbe un’assai lunga e complessa analisi, ma è utile ricordare una indicazione/profezia di Pier Paolo Pasolini (del settembre ’62):
«Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: ma occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di un società».
La storia di questi 40 anni ha dimostrato che le Strage di Piazza Fontana è una Strage di Stato!. Anche le successive stragi degli anni ‘70/80 (piazza della Loggia, Italicus, strage alla stazione di Bologna, ecc) hanno confermato, fuor di ogni dubbio, che lo Stato promuoveva o consentiva stragi e delitti eccellenti, spesso gestendoli in prima persona e comunque coprendoli: ultimi esempi Ustica, Casalecchio di Reno, la morte di Ilaria Alpi, le navi dei profughi speronate e il Cermis: crimini di guerra e di pace, sempre con la stessa logica del puro dominio.
Subito dopo la strage un gruppo di compagne e compagni diedero vita ad un inchiesta militante/collettiva e al libro “La strage è di Stato”. Fu anche una indicazione di metodo che oggi bisogna rilanciare. Tanto più che se alla fine degli anni ‘60 e inizio dei ’70 ancora esistevano taluni spazi d’informazione più o meno liberi, che oggi, nonostante l’uso massiccio di internet e dei social network, si sono ridotti al lumicino. Non si può però tacere che molti/e oggi chiudono le orecchie, preferiscono non sapere. Dobbiamo dunque informarci da soli e contro-informare con le forze che abbiamo, trovando il modo di sturare le orecchie e aprire le menti cloroformizzate.
In copertina a “Strage di Stato” ci sono i gendarmi di Pinocchio o forse i carabinieri di Valpreda; continuità dello Stato forte con i deboli e debole con i forti. Viviamo sempre più all’interno d’una nazione-poliziotto e in una rete di sbirri mondiali: impediscono agli esseri umani di passare le frontiere proprio mentre capitali, armi e veleni non hanno confini; affamano interi continenti e uccidono (o imbavagliano, se si vive nella parte privilegiata del mondo) chi ne spiega le vere ragioni; si lamentano in Italia della sicurezza (imbrogliando sui dati, diffondendo razzismo) mentre ogni giorno 4/5 persone muoiono in Italia nei luoghi della produzione, per colpa provata di un’organizzazione del lavoro criminale.
Quarant’anni si ha la certezza o forse solo la conferma che esiste un filo, un continuum fra lo Stato armato e terrorista e la piccola/spiccia repressione, fra i grandi trafficanti d’armi internazionali (che poi piangono sulle vittime e organizzano le “guerre umanitarie” benedette dal premio igNOBEL Obama) e il tentativo di controllare e/o ingabbiare le nostre esistenze. Un discorso lungo e complesso. Credo che questo filo vada spezzato, ovunque sia possibile. Non abbiamo grandi organizzazioni/energie per farlo, anzi come direbbe Totò, “alla forza pubblica possiamo opporre solo la nostra privata debolezza”.
Però lo dobbiamo fare e invitare a farlo ogni giorno: ci si chiami comunisti o cattolici, Centri sociali o Greenpeace, lavoratori e precari auto-organizzati , zapatisti o semtierra di ogni parte del mondo, “Dire mai al Mai” o altro ancora, i nomi contano poco, è come s’agisce quel che fa la differenza.
Se un anello della catena dello Stato poliziotto viene lacerato, più facile sarà che anche altri anelli si spezzino.
E viceversa: ogni volta che chiudiamo gli occhi sui diritti di “un altro/a”, perché non sappiamo identificarci con lui/lei, stiamo saldando una catena che stringe/stringerà il collo di tutti/e. Perché lo Stato globale oggi è una falsa democrazia che in realtà si basa sulla dittatura degli 850 leader che si riuniscono al Forum internazionale di Davos (e possiedono il 95% o giù di lì dei massmedia mondiali, tanto per dare un’idea) e che hanno 50 mila “luogotenenti” per controllare qualche miliardo di consumatori a Nord (se sono buoni, altrimenti diventano criminali) e di schiavi al Sud (che se provano a ribellarsi vengono uccisi con le armi, con gli embarghi o con “le politiche di aggiustamento strutturale” della Banca mondiale). Oggi come ieri, bisogna ripetere: ribellarsi è sempre giusto, possibile, necessario.
Non mi sono mai pentito d’aver lottato e di continuare a farlo. Mi sento di sottoscrivere le affermazioni di Albert Hoffman un compagno statunitense, , in prima fila nel movimento degli anni ‘60/70: “Certo, eravamo giovani. Certo, eravamo arroganti. Eravamo ridicoli, eravamo eccessivi, eravamo avventati, sciocchi. Ma avevamo ragione”. Avevamo ragione noi, anche su questo: la strage è di Stato. E diciamo a voi, gente perbene, che “per quanto vi crediate assolti”, come cantava allora Fabrizio De Andrè, “noi verremo ancora a bussare alle vostre porte”, perché siete sempre - e per sempre – tutti coinvolti.

martedì 13 ottobre 2009

Berlusconi contestato a Benevento..... i suoi giornali criminalizzano, i difensori della "libertà di stampa" censurano

Domenica 11 ottobre Silvio Berlusconi è stato a Benevento a concludere la festa del Popolo delle libertà. Un migliaio di persone tra precari della scuola e non, attivisti di Rifondazione Comunista e del centro sociale Depistaggio hanno contestato sonoramente il capo del governo.
Ma questa notizia non è stata citata da nessun giornale e televisione. Della contestazione si sono occupati solo qualche giornale telematico e qualche altro giornale locale oltremodo per criminalizzare la contestazione. La rimozione totale, compiuta sia da testate giornalistiche come La Repubblica e l'Unità o da testate televisise come Rai 3, della mobilitazione intrapresa, in condizioni di straordinaria difficoltà, è lì a dimostrare due cose, entrambe inquietanti. La prima è che la rivendicazione di un'informazione libera e indipendente, risuonata con forza sabato 3 ottobre a Roma in una piazza del Popolo gremita soffre di clamorose amnesie da cui è afflitta una parte cospicua di coloro che quella mobilitazione hanno sostenuto e persino promosso. La seconda è che il Pd vive la scesa in campo del conflitto sociale per lo meno con imbarazzo. Queste elementari constatazioni spiegano molte cose del contorto mondo della politica italiana. In queste ore ci sentiamo sollevati e persino euforici per la sentenza con la quale la Consulta, cancellando il lodo Alfano, ha salvato la Costituzione e la democrazia da una vulnerazione grave e forse irreversibile. Sentiamo indebolita la protervia di cui Berlusconi fa quotidiano sfoggio. Sicchè l'arrogante sbocco di superbia da lui esibito dopo lo smacco incassato pare più la spia di un sentimento di paura che non di sicurezza. Eppure, proprio in questo momento di massima debolezza personale del caudillo di Arcore, emerge, sconfortante, lo stato di paralisi delle forze che dovrebbero innescare un processo di cambiamento. Tutto ciò che avviene si svolge nei santuari e nelle foresterie del potere. Tutti a dire che il governo non deve cadere. Da non crederci! Tutti: dal Pdl al Pd. Sì, anche il Pd, terrorizzato dal rischio di una contesa elettorale da cui teme di uscire con le ossa rotte. Non conta che il Paese sia allo stremo, non contano i tre milioni di persone in stato di povertà assoluta, i disoccupati a reddito zero e senza prospettive, non bastano la latitanza di una qualsiasi strategia di contrasto alla crisi, una legge finanziaria evanescente e atti di politica fiscale banditeschi.
Prevalgono il misero calcolo di bottega, il riflesso conservativo dettato dalla consapevolezza del proprio stato confusionale, dell'inconsistenza di una proposta davvero alternativa, capace di parlare alle classi subalterne e suscitare il coinvolgimento delle energie vitali del Paese. Prevale il puro controcanto polemico, la giaculatoria mediatica, dove tutto si risolve nel sembrare, piuttosto che essere, opposizione. Interclassismo ideologico e bipolarismo politico formano la camicia di forza nella quale si avvita senza prospettive la crisi culturale e politica del mai nato partito democratico. In questa grottesca situazione - dove tutto ciò che si muove, si compone e si scompone, è avulso dalla dinamica sociale - potrebbe essere proprio Berlusconi a coltivare l'idea salvifica delle elezioni anticipate, dell'appello diretto al popolo, dal quale egli ritiene di avere ricevuto un mandato assoluto. Il suo istinto gli dice una cosa vera, al di là del delirio onnipotente che ne descrive la patologia, e cioè che qualcosa di molto profondo si è innestato nella società italiana, nella nervatura della società civile, nel senso comune. Egli ne è l'espressione più corrotta e manigolda, ma attinge ad un brodo di coltura, di disinformazione, di assuefazione che è stato preparato, coltivato, nutrito con meticolosa, scientifica perseveranza, complice una sinistra condannatasi all'eutanasia. E' quello che con una scorciatoia letteraria chiamo "berlusconismo", osso da rosicchiare ben più duro del fondatore di Forza Italia perché destinato a sopravvivergli, deriva culturale profonda da indagare e contrastare con minore approssimazione di quanto colpevolmente non si faccia. Di questo torbido patrimonio di consenso Berlusconi potrebbe servirsi, trasformando le elezioni in un plebiscito, dal quale egli sente di poter uscire persino irrobustito, forte di un potere personale mai visto se non nel ventennio fascista. E allora? Allora la cosa peggiore è l'immobilismo, l'indifferente abulia di forze talmente poco alternative che ristagnano nel brodo di un liberismo (temperato?), incapaci di guardare all’antagonismo sociale. E qui torno alla contestazione di Benevento trattato - lo ripeto - col malcelato disinteresse che si riserva ai fatti più marginali. Temo che la stessa sorte toccherà ai migranti, i quali il 17 ottobre manifesteranno per chiedere che l'art. 3 della Costituzione - quello in base al quale il lodo Alfano è stato dichiarato illegittimo - valga anche per loro. Ecco, finché l'opposizione non comprenderà che queste sono le risorse su cui far leva, Berlusconi e gli scalpitanti pretendenti al suo trono potranno dormire sonni tranquilli.

venerdì 9 ottobre 2009

Quando una vetrina spaccata di una multinazionale vale più di una vita umana

La Corte di Appello di Genova ha emesso, il giorno dopo aver assolto l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro, la sentenza d'appello del processo a 25 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio durante il G8 del 2001. I giudici di secondo grado, pur riducendo da 24 a 10 il numero dei condannati hanno aumentato sensibilmente le pene.

Una sentenza, pericolosa sotto il profilo delle garanzie democratiche, perché il reato di devastazione e saccheggio, condanna inflitta a 10 imputati, ora che è stato applicato a manifestazioni politiche, diventa uno strumento adatto a logiche autoritarie di appianamento del dissenso e del conflitto sociale. Oltretutto e' una figura di reato sfuggente e assai opinabile.
Chi può infatti fissare con certezza il confine fra il “semplice” danneggiamento, punito con pene ragionevoli, e la devastazione e saccheggio? Si tratta di una norma civetta, celata nell'ordinamento democratico, ma può essere impugnata secondo una logica che democratica non è. Che ne siano consapevoli o meno, la Corte di Appello di Genova ha avallato una concezione autoritaria della pena. I 10 imputati e condannati per il reato di devastazione e saccheggio sono stati individuati a molti mesi di distanza, tramite foto e filmati, e si è loro contestato un reato che nessuno ricordava più nelle aule di giustizia, visto che negli ultimi decenni è stato utilizzato solo in rari casi riguardanti azioni teppistiche di gruppi di tifosi e mai per manifestazioni di piazza. E' stata una pietanza servita a freddo.

Qui si arriva alla “vendetta preventiva”. In questi lunghi otto anni abbiamo detto di chiamare le cose con il loro nome e allora diciamo senz'altro che i processi genovesi sono processi politici. Lo sono perché il G8 del 2001 è stato un punto di svolta nella storia recente d'Italia e perché chiamano in causa i massimi vertici delle forze dell'ordine e il potere politico per palesi e reiterate violazioni dell'ordinamento costituzionale. Tutto quello che è avvenuto in questi anni nelle aule del tribunale di Genova e, sul piano politico, intorno ai fatti del G8, è un palese tradimento della lettera e dello spirito della Costituzione. A Genova per più giorni furono soppresse le garanzie costituzionali, fu abiurato lo stato di diritto. Se la Costituzione fosse cosa viva, animatrice giorno per giorno della nostra vita pubblica, il dopo Genova sarebbe stato un cataclisma giudiziario e politico. Avremmo visto ministri e presidenti del consiglio chiedere scusa alla cittadinanza e alle vittime di tutte le violazioni compiute dalle forze dell'ordine. Tutti gli operatori coinvolti nelle operazioni sarebbero stati sospesi, i massimi dirigenti allontanati. Qualcuno sarebbe stato anche licenziato. Il parlamento avrebbe avviato un'inchiesta e progettato leggi di riforma delle forze dell'ordine. Il tema delle libertà civili e del diritto al dissenso sarebbe stato percepito come un'autentica emergenza democratica. Come ben sappiamo, niente di tutto questo e' avvenuto

La verità , temo. è che la nostra Costituzione è come morta. Non anima più la vita istituzionale, non è il il faro che illumina il parlamento, i tribunali, la vita di tutti i giorni. C'è ancora tempo per rimediare? Tutti noi lo speriamo, ma dobbiamo davvero chiamare le cose con il loro nome ed essere tutti consapevoli di qual è la posta in gioco: il futuro, se non il presente, delle garanzie costituzionali.


lunedì 28 settembre 2009

Regione Molise: NUOVO STATUTO REGIONALE: UN DIBATTITO TUTTO DI “PALAZZO”

Il Consiglio Regionale del Molise si appresta ad approvare il nuovo statuto. A questo proposito, permettetemi in premessa, una osservazione polemica. Non mi pare che ci sia una qualche attenzione dell’opinione pubblica a questa discussione, che rimane tutta di “palazzo”, tutta interna ai “palazzi” istituzionali della politica. Anche questo è il segno che c’è qualcosa che non va, è il segno della profonda involuzione, della degenerazione della politica, dell’allontanamento crescente del mondo politico dalla società. Dunque la prima cosa che bisognerebbe fare per tentare di ridurre questa distanza è quella di evitare di collocare la discussione sullo statuto solo come un mero fatto istituzionale, ma tentare di collegare lo Statuto ai contenuti, alla concretezza della vita dei cittadini e degli abitanti della nostra regione. E il punto di collegamento principale fra lo Statuto e la società è la discussione su quali contenuti si sceglie per la prima parte dello Statuto, quella riguardante i principi fondamentali. E qui che bisogna fare delle scelte politiche chiare. Ma leggendo i resoconti del dibattito consiliare sulla stampa ho notato una frase, molto stupida ma anche molto accattivante, che, in maniera chiaramente autonoma, sia il presidente della Giunta Regionale Michele Iorio che il capogruppo dei Ds nonché candidato alla segreteria regionale del Pd Michele Petraroia, hanno ripetuto ossessivamente in merito alla stesura del nuovo statuto regionale: “ Bisogna trovare l’accordo comune e bisogna approvare al più presto lo statuto”. Ritengo che tutto questo faccia parte di una politica molto mediocre, una politica che non si chiede il senso di marcia del cambiamento, il suo segno di fondo, le sue tendenze. Una politica mediocre che fa del tutto affinché non ci sia attenzione da parte dell’opinione pubblica intorno ad un dibattito, che va a scrivere regole e identità della nostra regione. Si vuole a tutti i costi far si che la discussione rimane tutto di “palazzo”, tutta interna ai “palazzi” istituzionali della politica. Blindare la politica, blindare le istituzioni, renderle impermeabili a qualsiasi forma di partecipazione attiva dei cittadini, questo è il senso della modifica del titolo V della Costituzione, che ha dato il via alle riforme statutarie delle Regioni. L’obiettivo dei fautori della riforma costituzionale era, senza dubbio, la trasformazione in senso presidenzialista delle istanze di governo delle Regioni, per estendere questa forma di governo allo Stato. A sostegno del presidenzialismo si sono sviluppate molte bandiere. Tra queste quella della democrazia, perché il presidente eletto a suffragio universale incarnerebbe in sé la comunità; quella dell’efficienza, perché i mali attuali del sistema risiederebbero in un eccesso di potere delle assemblee elettive. Mi duole constatare che nessun partito, gruppo consiliare presente in Consiglio Regionale abbia avuto il buon senso di aprire un dibattito sullo stato attuale della discussione, anche perché, penso, che la bozza in discussione andrebbe discusso e cambiato nei luoghi di lavoro, nelle scuole, tra i movimenti sociali, nelle istituzioni perché la tendenza di fondo che avanza è quello di sostituire il concetto costituzionale dei diritti e della partecipazione popolare con le leggi del mercato.Mi interessa qui solo sottolineare un aspetto che ritengo decisivo: va concentrata l’attenzione di tutti i soggetti sociali tra i riflessi che possono accadere nella società e il nuovo statuto che la Regione si appresta a varare. E’ bene che tutti comprendano che non ci troviamo di fronte a una “tecnica istituzionale” ma ad una ristrutturazione politica delle istituzioni. Le istituzioni debbono diventare una “corazza” contro qualsiasi istanza del territorio, contro il conflitto sociale.Perciò vi è bisogno, secondo lo schema di bozza in discussione, di un “uomo forte” per un popolo “muto” che esaurisce, con il voto al leader, la sua attività, la sua “funzione” politica.Il leader e la sua gente: ma il plebiscito è un segmento della democrazia autoritaria; è l’esatto opposto della democrazia organizzata e partecipata in una società pluralistica, ricca di saperi, culture, professionalità, bisogni.Di fronte alla crisi della democrazia, indotta dai processi di globalizzazione neoliberista e dal mutamento delle funzioni dello Stato-Nazione, si rischia di mettere subito da parte la risposta (possibile ed innovativa) dello sviluppo delle democrazia di massa all’interno di un orizzonte di socializzazione, di democratizzazione della vita quotidiana, di allargamento e dilatazione dell’ambito della decisionalità; per puntare invece sulla scelta dell’esaltazione dell’esecutivo e dei “poteri di comando” centrali, nel tentativo, per l’appunto, di renderli impermeabili alle tensioni, ai conflitti, alle modifiche indotte dalla società, dalla “domanda democratica”.Il nuovo statuto regionale della Regione Molise non deve essere considerata merce nel mercato degli equilibri politici in questa fase di transizione.Dovremmo far capire a tutti che si sta giocando una partita vera, con forti valenze simboliche:• Democrazia d’investitura presidenzialista e plebiscitaria con l’elezione diretta dei presidenti;• Assemblee elettive espropriate di qualsiasi ruolo di decisione e programmazione territoriale, con la volontà di “espellere” le istanze “radicali” modificando la legge elettorale in funzione bipartitica;• Sostituzione del concetto costituzionale dei diritti e della partecipazione popolare con le leggi del mercato e dell’impresa.Siamo ad un “passaggio stretto”: la sostanziale delegittimazione della Costituzione Italiana prodotta in questi anni dalla propaganda liberista, ha già appannato , nell’immaginario collettivo, l’interpretazione del “patto fondamentale costituzionale”. O sapremo costruire un movimento “largo”plurale, capace di immettere questa tematica all’interno di un dibattito generale, o rischiamo di giungere a statuto ultimato come profeti disarmati, impotenti di fronte all’ondata populista.Può non interessare. Ma è bene conoscere la posta in gioco.
Italo Di Sabato – ex consigliere regionale

Dibattito a sinistra: La debolezza può diventare forza

L’intervento del direttore di Decanter, Antonio Califano, su Il Quotidiano ha il merito di aprire una discussione e una riflessione che spero possa coinvolgere larghi settori della sinistra e dell’opinione pubblica lucana. In questa mia riflessione parto proprio da una considerazione di Califano la quale mi trova perfettamente d’accordo: bisogna smetterla di parlare di “contenitori” e ricominciare a parlare di “contenuti”. E allora c’è da chiedersi se la sinistra in Basilicata ha gli strumenti per interrogarsi; se è capace di leggere, prima ancora di interpretare, quanto sta avvenendo nel contesto sociale, nei comportamenti collettivi come nei processi culturali. Altrimenti c’è il rischio che l’assuefazione al “governo per il governo” è così diffusa da rendere inutile anche uno schiaffo sonoro come quello ricevuto alle elezioni politiche ed europee; significa che la devastazione culturale è così profonda che la “paura della destra” sembra essere rimasto l’unico elemento di identità per una sinistra che ha perduto il senso di sé, tale da esporre anche il suo più tradizionale elettorato ad una destra che sa ben rappresentare le dinamiche corporative ed egoistiche che percorrono il corpo sociale.
È doveroso, per tutta la sinistra, interrogarsi su chi e come si può lavorare a costruire una alternativa di società nella nostra regione. Ho un'unica certezza: questa classe politica del centrosinistra non ha più niente da dire avendo bruciato ogni credibilità.
Un progetto politico di alternativa di sinistra deve provenire dalla società, dagli uomini in carne ed ossa: deve parlare il linguaggio e deve avere l’esperienza e il modo di sentire dei soggetti sociali. Deve aver attraversato i processi di trasformazione del lavoro per essere in grado di capire i problemi dei nuovi lavoratori. Partendo dal principio che in politica niente è impossibile, si può cominciare proprio dai “contenuti” a rompere questo stato di inutilità della sinistra 'marcando' così qualche inversione di tendenza.
E possiamo partire da subito con campagne e lotte comuni: penso alla battaglia contro la privatizzazione dell'acqua o alla battaglia volta alla considerazione dei servizi pubblici 'beni per la collettività' e non occasione di profitti per qualcuno; penso ad una campagna per fare in modo che i lavori dati in appalto dal pubblico siano inibiti alle imprese che usano lavoro precario, alla quale affiancare una campagna generalizzata per il reddito; penso ancora ad una battaglia volta a contrastare l'attuale legislazione 'razzista' in materia di migrazioni, ma anche ad una campagna volta a lanciare legislazioni a favore delle famiglie di fatto; penso ancora a politiche a favore dei giovani, dove si possano creare “luoghi aperti” che favoriscano realmente ipotesi di autogestione e non creare al contrario “luoghi chiusi” che di pubblico hanno solo il nome. Non sarà facile lo so, lo sappiamo: all’orizzonte nubi minacciose di elettoralismo sfrenato incombono. Ma se il cambiamento di questa fase è patrimonio comune, è un dovere di tutti lavorare affinché l’unità proceda in coppia con la radicalità: il rischio è essere complici di un berlusconismo che va oltre lo stesso governo Berlusconi.
Per fare questo dobbiamo attrezzarci ad una presenza reticolare: occupare gli anfratti di questa società e attivarli criticamente senza cadere nell’errore cui potrebbe trarci la tradizione del movimento operaio, secondo cui dobbiamo costruire una potenza uguale e contraria a quella dell’avversario. Se ci mettiamo in questa prospettiva saremo schiacciati. Se partiamo, invece, dall’idea che paradossalmente la nostra debolezza è la nostra forza, perché ci permette di aderire gli anfratti della società in cui quelle grandi potenze non riescono a penetrare; se pensiamo che in questi anfratti possiamo alimentare risorse conflittuali e critiche, e metterle in contatto... farle comunicare; se riusciamo a sfuggire alla trappola della politica di potenza allora, forse, possiamo ricominciare ad essere di sinistra.
Il PRC della Basilcata è consapevole che la “sinistra” per non rischiare l’autoreferenzialità, deve dotarsi di un progetto collettivo in rete ed in comunicazione con altri percorsi, altre esperienze, in netta controtendenza rispetto alla crescente passività della politica, che è il portato della fase attuale.

Italo Di Sabato – segretario regionale PRC Basilicata

lunedì 21 settembre 2009

La libertà di informazione può attendere

La manifestazione per la libertà di informazione, che si doveva tenere sabato scorso 19 settembre a Roma, è stata rinviata - come è noto - di due settimane a causa della morte in Afganistan dei sei militari italiani. Si tratta di una decisione sbagliatissima, presa non tanto per ragioni di opportunità pratica - si dice che sarebbe stata oscurata dal battage mediatico patriottardo in pieno svolgimento proprio a ridosso della manifestazione - quanto perché ha prevalso fra gli organizzatori la concezione per cui di fronte a un evento così luttuoso era necessaria l'unità di tutto il Paese, che era il momento di restare uniti e non il momento delle polemiche. E così "patria", "eroi", "onore ai caduti", "i nostri ragazzi", … e tante trasmissioni in Tv tutte a senso unico, senza neanche l'ombra di un contraddittorio. Come ai tempi di Nassirya. Complice il presidente Napolitano che ha prontamente richiamato all'unità nazionale. Il tutto pressocché ignorando gli oltre 20 morti afgani, quasi tutti civili, donne e bambini compresi. Il che aggiunge un tocco di razzismo al minestrone mediatico. Ma perché dovrebbe esserci unità fra quelli che ritengono che la guerra in Afganistan sia criminale oltre che contraria alla Costituzione e chi la benedice come mezzo per "difendere la libertà contro il terrorismo"? Fra chi vuole il ritiro immediato del nostro contingente militare e chi dice che là bisogna restare e magari anche mandare altri soldati? E' prevalsa la logica del "siamo tutti italiani" che vede Pd e Pdl, Repubblica e Feltri, per un giorno concordi e tutti insieme a sostenere che la guerra è giusta e necessaria, che vede piangere i soldati morti coloro che - centro sinistri e centro destri, tutti egualmente responsabili - li hanno mandati a morire. Come se la protesta in difesa di un diritto civile come la libertà di informazione fosse incompatibile con il rispetto dei morti. La drammatica coincidenza afgana sarebbe stata una ragione in più per manifestare, dato che le ragioni della guerra sono potute passare nell'opinione pubblica proprio a causa del conformismo e delle autocensure della maggior parte dei giornali e giornalisti che hanno taciuto sulla continua violazione della Costituzione. Che sono venuti meno al dovere professionale di informare correttamente sulla situazione in Afganistan, sempre descritta in termini apologetici e di propaganda. La manifestazione avrebbe aggiunto un elemento di riflessione in più per chi crede che proprio l'informazione libera è la prima vittima di ogni guerra e poteva essere l'occasione di unire la lotta per la libertà di informazione con la lotta per la pace. Si è perduta invece un'occasione difficilmente ripetibile. E, d'altra parte, quali dei nostri coraggiosissimi giornalisti avrebbero voluto rischiare di essere bollati come "anti italiani"? Mai nessun Grande Fratello è stato spostato per le morti sul lavoro. E mentre la manifestazione di sabato 19 settembre è stata rinviata in segno di lutto, quasi fosse una festa da ballo, domenica le partite si sono tenute regolarmente, con l'ipocrita contentino del minuto di silenzio. Funerali di stato per i sei militari morti, come per Mike Bongiorno, niente di più. E' così che siamo messi, e non siamo messi bene. Se non ci diamo una mossa.

mercoledì 19 agosto 2009

Questione meridionale: diamo voce alle mille resistenze

Dopo un lungo silenzio si parla di mezzogiorno, e lo si fa a partire dalle minacce di Lombardo che alla presunta questione settentrionale risponde con un improbabile parlamentino meridionale in un presunto antagonismo alle deliranti dichiarazioni delle camice verdi leghiste che scimmiottano che le inquietanti tuniche bianche del Ku Klux Klan, oppure ci si allarma, una volta all'anno, di fronte agli impressionanti dati statistici che denunciano fasce sempre più ampie di povertà, in una sequenza che mantiene un trend positivo costante negli ultimi anni. Ne esce una descrizione del sud che fa il paio con le tante semplificazioni a cui ci stiamo abituando e che non spiegano nulla.
Dalla Cassa del Mezzogiorno, passando per la legge 64 e poi la 488, fino ad arrivare agli attuali fondi europei: centinaia di migliaia di miliardi di vecchie lire hanno contribuito a realizzare non solo e non tanto gli eterni cantieri, i capannoni vuoti, gli ecomostri e le cattedrali nel deserto, quanto un sistema di welfare sociale selettivo fondato su meccanismi redistributivi legati a quelle dinamiche clientelari che ne permettono la perpetuazione. Per anni abbiamo assistito, e continuiamo a farlo, al rovesciamento culturale sul quale si fonda questo parassitismo: il punto di debolezza, la questione meridionale, diventa il punto di forza, così come il presunto stato di arretratezza diventa un problema da rimuovere ma anche da esaltare, allo stesso modo del tanto sbandierato sottosviluppo: una minaccia da brandire, ma anche un bene da preservare.
A questa gestione "ordinaria" della straordinarietà meridionale, dell'eterna emergenza per l'infinita arretratezza, si possono affiancare anche altre "disgrazie" per rafforzare questo modello di potere: i terremoti, le siccità, le grandinate sono un danno per i più, ma la manna dal cielo di un ceto politico che della discrezionalità autoritaria dei poteri speciali ed eccezionali ne ha sempre fatto un ulteriore strumento per il rafforzamento delle proprie sfere di influenza. E se non ci pensa madre natura, un'emergenza la si può sempre costruire, alimentare e pianificare. Il problema, insomma, lo si agita come spauracchio, lo si affronta eternamente, ma non lo si deve risolvere mai. L'ipocrisia si svela nel momento in cui si rompe questo schema ed un "problema" trova finalmente soluzione, ad esempio la fuoriuscita di una regione dalle aree classificate dalla UE come povere e depresse, invece di suscitare entusiasmi e festeggiamenti, diventa motivo di disperazione e di un effervescente attivismo politico nel quale tutta la classe dirigente meridionale in modo trasversale, compatto e combattivo, si impegna per ricostruire nuovi indicatori e nuovi parametri tali da smentire e affossare la "disgrazia" della risoluzione del problema.
Il mezzogiorno non è un luogo arretrato, la stessa povertà di cui dicono i dati statistici ha volti e corpi profondamente diversi dalle vecchie foto novecentesche. Anzi la povertà crescente, che interessa anche tanti giovani laureati, è il frutto di quelle scelte che hanno consegnato il territorio e i diritti alla rapina delle multinazionali. Il mezzogiorno è il luogo in cui ha operato negli ultimi venti anni la modernità, questa modernizzazione. E' uno dei luoghi dove più chiaramente incontri il capitalismo onnivoro di questo tempo con la sua produzione di precarietà, che ri-articola poteri e mette in crisi la democrazia. Qui la flessibilità, le esternalizzazioni, che erodono diritti sono stati sperimentati prima ancora di essere legge. Queste scelte hanno mutato la morfologia, l'antropologia, le relazioni sociali e politiche. In nome della modernizzazione e del presunto "sviluppo", sono stati rapinati territori e diritti. L'energia, inceneritori comunque camuffati, con le sue filiere rifiuti, acqua etc., sono la nuova frontiera, dove l'unico "sviluppo" propinato è quello dei "nuovi affari". Una zona franca in cui le criminalità hanno ricostruito relazioni e ripreso fiato. Qui misuri quanto la politica abdichi la sua funzione pubblica per diventare pura gestione.
I profondi mutamenti nella struttura politica rideterminano lo spazio politico nei termini di un "mercato politico".La crisi della politica è contemporaneamente causa ed effetto di questa rideterminazione, nella quale gli architravi del sistema, i partiti, disperdono progressivamente le caratteristiche tradizionali di canali di organizzazione e di espressione di domande sociali e si trasformano sempre più in veri e propri comitati d'affari per le classi sociali alte ed agenzie di lavoro interinale per quelle più basse. I partiti, indistintamente, colti nella visuale del mezzogiorno, appaiono essenzialmente come terminali di questo sistema, per quanto si possano sforzare di declamare e ostentare le proprie mani pulite: non solo quindi il tanto vituperato Pd e l'altrettanto poco raccomandabile PDL, ma anche l'Italia dei Valori, il cui recente successo elettorale già lo riconfigura al sud come approdo naturale di una ondata fagocitante e soffocante di trasformismo politico, e finanche alcuni “nuovi” partiti di sinistra, dove una vocazione all'abbandono della "malattia infantile del comunismo" scivola a volte però in una maturazione politica che condensa normalizzazione, compatibilità e sussunzione in questo pervasivo modello politico dominante Perché se abbatti diritti e riduci lo stato sociale, annulli qualunque elemento oggettivo per l'accesso al lavoro, se cresce la disuguaglianza, la povertà e il disagio, se i desideri collettivi non incontrano mai la politica, la democrazia si trasforma. Il "politico" diventa quasi un barone, è a lui, a cui affidi la disperazione. In questo limbo nasce la nuova questione morale, un bisogno di democrazia e legalità intesa come esigibilità del diritto, come uguaglianza sociale. Una democrazia che si ammala e una politica che lega il suo destino a quello dei poteri forti. Come non vedere a partire da qui, da come hanno agito, da un lato le politiche neoliberiste e dall'altro quel tentativo di "gestire la globalizzazione", il fallimento dei centrosinistra. Ora, nella presunzione della gestione, hanno persino consentito alle follie bossiane un passaggio ancora più drammatico, che è quello del federalismo fiscale.In questo scenario diventa comprensibilmente difficile muoversi sul terreno della politica, se non rovesciando e aggredendo il principio della delega.
Per intenderci, così come non si può ritenere di delegare alla magistratura la risoluzione del degrado e della crisi della politica, intendendo con essa semplicemente la "tifoseria" per singoli magistrati che compiono onestamente il loro lavoro e non sono incasellati in lobby o cordate, allo stesso modo non si può trasporre il medesimo ragionamento nei confronti di quei rari politici che, per il semplice fatto di compiere onestamente il proprio dovere civico, vengono innalzati ad eroi dall'opinione pubblica, ma anche a paravento dai professionisti del parassitismo politico. Del resto, che il parametro del "candore" della fedina penale possa rappresentare un indicatore di valutazione del proprio impegno e della propria onestà politica è un parametro a dir poco fuorviante.
Al Sud la rivoluzione passiva morde molto sul terreno del simbolico puntando a omologare, a costruire modelli di evasione e di esodo che inducono masse enormi di giovani donne e uomini a mettersi in fila per essere assunti come comparse televisive. Sì, il Sud deve ricostruirsi e costruirsi una autonomia, come dice Franco Cassano, ma una autonomia di tipo nuovo, che incroci e metta a valore i nuovi desideri e le nuove forme di identità individuali e collettive, fondate su radici antiche rivissute criticamente. Eppure il sud non è solo passività. Sebbene dentro una crisi di panico sociale collettivo, incontri ancora un mezzogiorno resistente, che ha radici lontane e che continua a non piegare la testa. Tante le lotte comunitarie, le resistenze, uomini e donne che si battono perché sia possibile ancora un'altra politica. L'antimafia sociale, Melfi, Scanzano, Rapolla, Acerra, luoghi che indicano lotte importanti, significative. Di fronte a queste energie la politica e le sinistre hanno mostrato tutta la propria inefficacia, nel non essere riusciti a ricercare ed affermare quell'alterità di cui si sente una grande necessità e sulla quale si erano investite fiducie ed energie. Oggi il sud, nonostante le difficoltà e le disperazioni sociali crescenti, continua ad essere attraversato da queste mille resistenze, di donne, di uomini, di comunità, di giovani intellettuali, purtroppo sono realtà isolate, che non sappiamo narrare e che faticano, in un livello di frantumazione e solitudine quale quello attuale, a narrarsi. Hai quasi l'impressione, anche in questo caso in anticipo, quanto l'americanismo che avanza, atomizza e separa, quasi voglia confinare nell'angolo dei sogni impossibili proprio chi dentro le esperienze di resistenza e lotte cerca nuove strade, allude ad una relazione altra con la natura e tra gli uomini e le donne. Quasi a dire: voi che avete letto da Cassandre la crisi globale, sfidato i giganti, misurate adesso la solitudine. Ed è qui che devi rovesciare i termini e risalire la china. A partire da queste resistenze, che devono avere la forza della politica che attraversa e muta il senso comune. Ricostruiamo la fiducia, i nessi che unificano le tante lotte e ricominciamo da campagne specifiche, quella del reddito per tutti per esempio, a costruire una stagione di opposizione sociale. Un vero cammino per un'altra politica che si oppone al ponte sullo stretto in nome di quei ponti sociali che devono restituire al sud, per restituirlo al paese e all'Europa, un modello totalmente alternativo perché contiene la libertà e l'uguaglianza, il desiderio e la gioia, il riconoscimento e le lotte e mai la delega. Una sfida che se non saprà cogliere la sinistra di alternativa, avrà esiti tragici con affidamenti autoritari a baroni e polizia.


Italo Di Sabato – segretario regionale Prc Basilicata

martedì 18 agosto 2009

Ferragosto di lotta al presidio dei lavoratori della Lasme di Melfi

Piana di San Nicola, zona industriale di Melfi, provincia di Potenza, Basilicata, sud nel sud, Mezzogiorno nel Mezzogiorno... quella che una volta ospitava ettari di campi di cereali e grumento. Oggi in quella piana solo asfalto e stabilimenti industriali, nati all'inizio degli anni '90 quando la famiglia Agnelli decise di portare qui una filiale della propria azienda automobilistica. Fu qui che nacque la sperimentazione delle sperimentazioni del neoliberismo industriale, la versione neoliberista della Fiat: la Sata s.p.a.In questo posto dove non esisteva una classe operaia organizzata perchè qui non esisteva l'industria.... qui non esisteva la fabbrica e non esisteva una sindacalizzazione di coloro che sarebbero andati a produrre le auto e, attorno ad esse, tutta la componentistica necessaria a fare della fabbrica un 'centro integrato di produzione'. Qui, dall'inizio di quegli anni '90 che rappresentarono il cemento della nuova economia globalizzata, si cominciarono a produrre autovetture quasi al completo... l'unica eccezione era rappresentata dal motore che, invece, veniva prodotto in altri stabilimenti. Il 15 agosto è qui che 174 lavoratrici e lavoratori – insieme alle proprie famiglie – hanno trascorso il proprio ferragosto. Sarebbero dovuti essere in ferie, come gran parte degli italiani. Eppure loro le ferie non le hanno potute svolgere, e anche chi era già partito è dovuto rientrare, aggiungendo il danno alla beffa. E'dovuto tornare... ha dovuto lasciare la propria destinazione vacanziera – per carità, nulla a che vedere con le destinazioni lussuose in cui troverete in questi giorni manager d'impresa, imprenditori e politici – per tornare a presidiare la propria fabbrica che, proprio nei primissimi giorni delle ferie, a causa di qualche fuga di notizie imprevista, è stata costretta ad uscire allo scoperto per annunciare la messa in liquidazione dell'azienda medesima e la messa in mobilità di 174 lavoratrici e lavoratori. In verità la Lasme s.p.a.– a capo della quale si trova la famiglia Pellegri – aveva deciso un altro itinerario: avrebbe preferito che quella fuga di notizie non ci fosse stata, in modo da poter svuotare, senza intoppi, lo stabilimento dei macchinari necessari a spostare la produzione in altro luogo (a Chiavari, in provincia di Genova, dove ad attendere ci sono già 'cooperative' di terza generazione disposte a produrre a 800 Euro mensili, in una guerra che si fa sempre più sporca, perchè si fà guerra tra ultimi, o tra gli ultimi e i penultimi della nuova scala sociale che lor signori hanno immaginato di costruire approfittando della crisi).Ma le lavoratrici e i lavoratori non hanno esitato un attimo... mentre cominciavano ad avere i primi sentori della chiusura – quando ancora l'azienda assicurava che tutto era a posto – e mentre leggevano dei loro compagni della Innse di Milano che si stavano mobilitando per non vedere chiusa la propria fabbrica hanno deciso di dare l'avvio al presidio. È così che hanno deciso di darsi appuntamento davanti ai cancelli per dire che nessun posto di lavoro può essere perso in questa crisi che non hanno prodotto loro ma che, al contrario, hanno già pagato, con anni e anni di congelamento dei propri salari e, spesso, anche dei loro diritti e delle loro tutele.E come alla Innse non sono rimasti soli. Introrno alla loro vertenza, che ancora non è vertenza finchè l'azienda non ritirerà senza se e senza ma la procedura di messa in mobilità dei lavoratori, si è stretta immediatamente la catena di solidarietà e di sostegno alla lotta. Una catena fatta di doppipetto e camice inamidate – quella dei politici che in questi anni hanno accettato, a tutti i livelli, il ricatto e la subordinazione al capitale che chiedeva sempre di più ed era disposto a concedere sempre meno – ma fatta anche di militanti e dirigenti di partito, come le decine e decine di compagni del Prc che in questi giorni sono rimasti fisicamente al fianco di quelle lavoratrici e di quei lavoratori. Quelle militanti e quei militanti che, in occasione del ferragosto, e grazie alla esperienza delle Brigate della Solidarietà attiva vista in opera già in Abruzzo, hanno allestito proprio davanti a quei cancelli un campo cucina in grado di offrire un pasto sociale a donne, bambini e uomini che in quella giornata non hanno potuto trascorrere il proprio tempo al mare o in montagna, come si usa da queste parti.Ma la solidarietà e il sostegno alla lotta delle lavoratrici e dei lavoratori della Lasme non può fermarsi qui. Il Prc continuerà a rimanere al loro fianco. Lo farà attraverso l'impegno della propria consigliera regionale che in questi giorni non ha fatto mancare la sua presenza, sia nei vertici istituzionali, sia davanti ai cancelli. Lo farà attraverso l'impegno della Direzione nazionale del partito, e della sua federazione potentina e del suo comitato regionale... e lo farà attraverso quella straordinaria esperienza rappresentata dalle brigate della Solidarietà. Convinti che la crisi in cui versa la sinistra è una crisi di credibilità e di utilità, e che solo la presenza nei luoghi di lavoro e di lotta, ricostruendo connessione ed utilità, potrà ridare alla sinistra quella credibilità necessaria alla risalita della china.