domenica 17 aprile 2011

martedì 5 aprile 2011

Il cinismo del governo sulla pelle dei migranti

Trattare esseri umani come rifiuti da stoccare in grandi “discariche recintate”, con la prospettiva di riciclarne un po' (i "profughi") ed incenerirne un'altra parte (i "clandestini") nelle fiamme di un pianeta che tra povertà, guerre e disastri assomiglia ad un inferno, ci riporta agli orrori della cultura nazista. Così si distruggono secolari acquisizioni della civiltà umana! Fermare l'esodo in atto, che peraltro viene strumentalmente enfatizzato per basse ragioni di consenso, con le soluzioni che propone il Governo è come tentare di fermare il vento con una mano. Riportare a casa "100 tunisini al giorno" come dichiara di voler fare il presidente del Consiglio Berlusconi è come cercare di svuotare il mediterraneo con un bicchiere! Assistere passivi a questi scenari vorrebbe dire accettare un ulteriore subdolo arretramento della coscienza civile della nostra comunità.
Mentre le associazioni e diversi enti di tutela chiedono l'adozione di un provvedimento che riconosca la protezione temporanea prevista in caso di afflusso massiccio di sfollati dal decreto legislativo n.85 del 2003, dall'art. 20 del T.U. sull'immigrazione e dalla Direttiva 2001/55/CE, ed una distribuzione equa dei migranti in tutte le regioni italiane, il governo insiste per trasformare aree del territorio Italiano in grandi centri di detenzione a cielo aperto. Il ministro degli Interni Maroni definisce "clandestini" la maggior parte di coloro che sono fuggiti dalle coste africane e attua un piano che concentra nelle regioni meridionali i campi della detenzione amministrativa, in tendopoli improvvisate, ubicate in aree militari, in modo da impedire qualunque controllo di legalità, impedendo persino ai parlamentari di entrare dentro.
La distinzione tra richiedenti asilo e migranti economici, e la criminalizzazione dei cosiddetti clandestini, come se fosse possibile adottare nei confronti di quest'ultimi, in prevalenza tunisini, provvedimenti di allontanamento forzato, dimostra già di non reggere alla prova dei fatti, se non come strumento di propaganda elettorale. Infatti, la direttiva 2008/115/CE, non ancora attuata dal governo italiano, prevede l'obbligo di privilegiare il rimpatrio volontario prima di eseguire i rimpatri forzati, ed individua varie forme di limitazione della libertà di circolazione dei migranti irregolari, al posto dell'internamento nei centri di identificazione ed espulsione.
Del resto, che il sistema delle espulsioni e dei respingimenti differiti sia una "fabbrica della clandestinità", lo dimostra il crollo degli allontanamenti forzati effettivamente eseguiti dal 64 per cento degli stranieri rintracciati in condizioni di irregolarità nel 1999, prima della legge Bossi-Fini, al 34,7 degli irregolari fermati dalla polizia nel 2009. E non è un mistero per nessuno, neppure in Europa, che la maggior parte degli immigrati irregolari giunti nelle scorse settimane a Lampedusa, in assenza di un qualsiasi documento provvisorio di soggiorno, sono stati rimessi in libertà con l'intimazione a lasciare entro 5 giorni il nostro territorio e si sono dispersi per tutta l'Europa.
Di fronte al disastro umanitario creato con grande cinismo da Maroni, prima a Lampedusa e poi in Sicilia, il governo tenterà di varare altri decreti da "stato d'emergenza", al di fuori delle regole costituzionali e del diritto comunitario. Come avvenuto altre volte in passato, quando la Corte Costituzionale è stata costretta a dichiarare la incostituzionalità di punti essenziali della legge Bossi-Fini e da ultimo del pacchetto sicurezza del 2009, quando è stata cancellata la cosiddetta aggravante di clandestinità.
Contro questo tentativo di golpe giuridico-istituzionale, fino al punto di cancellare per gli irregolari gli art. 13 (libertà personale) e 24 (diritto di difesa) della Costituzione, che potrebbe dispiegarsi subito, in sede di consiglio dei ministri, bisogna preparare le "barricate", sul piano giuridico e sul piano della mobilitazione in favore dei migranti. Allo stesso modo bisognerà contrastare i tentativi di respingimento "forzoso", o per dire meglio, collettivo, verso la Tunisia, l'ennesima provocazione, che Maroni annuncia dopo la missione a Tunisi. Una minaccia di blocco navale che configura l'ennesima violazione del diritto internazionale, e che ben difficilmente potrà intimidire la Tunisia, paese che ha accolto oltre 150.000 persone in fuga dalla Libia, mentre il nostro paese non ha saputo rispondere adeguatamente all'arrivo di ventimila persone, abbandonate in condizioni "disumane e degradanti". Anche di questo potrebbe occuparsi presto la Corte Europea dei diritti dell'Uomo, se i nostri giudici non arriveranno prima.
Ma, ora, è indispensabile ribadire che nessuna Realpolitik demografica può oscurare il diritto primario di profughi politici ed economici di essere accolti come esseri umani e persone dai paesi ricchi. La fuga è una necessità, l'accoglienza un dovere che nessuna comunità civile può ignorare.

lunedì 28 marzo 2011

Io sono di sinistra..... però....



 il testo del monologo di Ascanio Celestini andato in onda a “Parla con me”, su Rai3, giovedì 24 marzo.



Io sono di sinistra. In 150 anni di storia di questo paese c’è stato un regime monarchico, un regime fascista, un regime democristiano e poi un regime berlusconiano. Taluni osservatori sostengono che questa egemonia non dipende dal consenso che ottiene la destra, ma dal fatto che la sinistra non riesce ad esprimere un vero dissenso. E questo perché la gente di sinistra, alla fine, la pensa come Berlusconi e Andreotti, Mussolini e i Savoia. Io non sono d’accordo. Nel senso che io sono di sinistra, però non penso che ci debba essere questo aut aut, cioè se sei di destra devi dire cose di destra se sei di sinistra devi dire cose di sinistra. Per esempio io sono di sinistra, sono andato in piazza per difendere la costituzione e lo so che nella costituzione c’è scritto chel’italia ripudia la guerra.
Io sono di sinistra, però se tutto il mondo si muove contro Gheddafi mi pare giusto che lo facciamo pure noi e sono sicuro che se al governo ci stava la sinistra faceva la stessa cosa. D’altra parte D’alema quando era presidente del consiglio cosa ha fatto in Serbia? E Prodi non era d’accordo con la costruzione della base americana di Vicenza? Così come, pur essendo di sinistra, io ero d’accordo anche sul trattato che l’Italia ha fatto con la Libia di Gheddafi. Certo Berlusconi ha un po’ esagerato coi baciamano, con tutto quel circo della tenda montata a villa Pamphili, però fino a quando Gheddafi è un capo di stato, deve essere rispettato. oggettivamente, noi siamo dipendenti dalla Libia che ci da il gas.
Io sono di sinistra, però il gas non è mica di sinistra o di destra, io sono di sinistra, però me lo faccio pure io un uovo al tegamino e c’ho bisogno del gas… non dico: mi mangio l’uovo crudo per non consumare il gas di Gheddafi! Per non parlare del problema dell'immigrazione!
Io sono di sinistra, però da quando s’è firmato l’accordo con Gheddafi gli extracomunitari hanno smesso di sbarcare in Italia. Gheddafi è un dittatore, ma c’ha risolto un problema. Te ne freghi che al meccanico gli puzzano le ascelle… se ti ripara il motore... Io sono di sinistra, però non sono contento che questo paese viene invaso dagli africani e pure dalle africane... e quando la sera torno a casa, sulla via Palmiro Togliatti è pieno di prostitute col culo di fuori.
Io sono di sinistra, però non mi piace che mio figlio vede questo spettacolo se poi mio figlio si va a scaricare i film zozzi da Internet... è libero di farlo, ma non sono io il responsabile.
Io sono di sinistra, però i benpensanti che se la prendono coi politici che fanno i festini con le escort… poi difendono quelle zozzone in mezzo alla strada.
Io sono di sinistra, però almeno le escort non mostrano il culo a tutti quelli che passano sulla Salaria, ma solo a chi paga, poi sono presentabili e te le puoi portare dietro pure ad una cena importante con qualche capo di stato straniero. Io sono di sinistra e ovviamente non ci credo che quello davvero pensava che era la nipote di Mubarak.
Io sono di sinistra, però battere sempre il tasto sull’età di quella Ruby mi sembra una carta perdente. E se c’aveva 18 anni invece di 17? Che cambiava? il problema è il numero di candeline che c’aveva sulla torta?
Io sono di sinistra, però anche Montanelli, che era un grande giornalista... pure se non era di sinistra, quando stava in Africa a fare la guerra s’è sposato una ragazzina di 12 anni, se l’è comprata per 500 lire perché le africane a quell’età sono già donne. A 17 anni sta già in menopausa!É una questione di razza, le africane sviluppano prima. Pure mio cugino c’ha un coker e a 2 anni l'ha fatto accoppiare, ma mica lo denuncio perché è un pedofilo. Il coker a due anni ha già sviluppato. Certo, mio cugino l’ha fatto accoppiare con un altro coker, mica con un vecchio di 70anni, però tanto di cappello a uno che a quell’età ancora ci riesce.
Io sono di sinistra, però non mi vergogno a dire che Berlusconi è un politico con le palle.
Io sono di sinistra, però Andreotti pure se c’ha avuto il processo per mafia... c’aveva tutto un altro spessore, un’altra ironia.
Io sono di sinistra, però Mussolini era un uomo per bene. lo diceva pure mia nonna che era di sinistra come me.
Noi di sinistra non siamo dogmatici. Prima eravamo comunisti, adesso siamo capitalisti. Prima eravamo libertari, ora siamo liberisti. Prima eravamo internazionalisti, ora siamo patrioti, andiamo in giro col tricolore, ma che altro dobbiamo fare?
Io sono di sinistra, peròse qualcuno dice che rinnegando le nostre convinzioni di fatto siamo diventati di destra, io neanche lo sto ad ascoltare.
Io sono di sinistra, però me ne frego.


Vogliamo provare intanto a mettere insieme
quelli senza "però"?

lunedì 21 febbraio 2011

Il danno più grande prodotto dal berlusconismo? L'antiberlusconismo

questo è uno sfogo! Sono preoccupato. Mi fa impressione vedere le prime pagine dei giornali pieni di gossip su Rubi, di appelli a manifestazioni pro giudici lanciate da conduttori televisivi, di rivolte scandalizzate contro le nottate del premier. Tutto ciò mi deprime. E mi fa incazzare. Sembra che il mondo inizi e finisca con la cacciata di Berlusconi. Sembra che i Marchionne, le Marcegaglia o i Montezemolo siano meglio. Balle! Forse, la verità è che questi signori non hanno più bisogno di Berlusconi, è diventato ingombrante, perché con lui le "riforme", che questi stessi signori vogliono, è difficile farle, perché Silvio ha altre priorità (salvarsi dai processi).
E adesso il Berlusconi disperato le promette queste famose "riforme" per farsi riaccettare da qualche salotto buono (le nuove proposte su tasse, liberalizzazioni, la modifica dell'art 41 della Costituzione ecc.). E cosa rispondono alcuni nostri alleati nella lotta contro l'Unico Gran Nemico (il nano maledetto)? Che il problema è che le riforme in realtà non le farà ... non che quelle riforme sono sbagliate! Ma quali sono queste famose "riforme", che anche “la Repubblica” chiede a gran voce? Liberalizzare il mercato del lavoro, privatizzare i servizi, tagliare le tasse a grandi imprese e ai più ricchi, ridurre il welfare pubblico. Queste "riforme" Berlusconi non è stato in grado di farle in tutti questi anni. Mentre la "destra onesta" e la "sinistra moderata" le stanno applicando in mezza Europa. Sono le politiche di austerità che vengono imposte per "uscire" dalla crisi, quella stessa crisi che la loro ideologia neoliberista ha creato. Ma avete chiaro cosa stanno facendo negli altri paesi d'Europa, quelli senza il "caso" Berlusconi?
Avete chiaro cosa l'Unione Europea ha imposto per esempio in Grecia o in Irlanda? Licenziamenti di massa, tagli agli stipendi e alle pensioni di milioni di persone, privatizzazioni, tagli al welfare state.
Le politiche di austerità che stanno attraversando l'Europa sono durissime. E le fanno senza Berlusconi, e non ci sono giudici o tribunali a fermarle. E in Italia: avete chiaro che l'onesto Fini è favorevole alla riforma Gelmini? La stessa riforma che la "brava" Marcegaglia ha "preteso" dal governo.
E' possibile che il giorno dello sciopero della Fiom contro l'accordo in Fiat, con migliaia di persone nelle piazze di tutta Italia, il sito di Repubblica desse più spazio all'ennesimo appello per una manifestazione a sostegno dei giudici? Il giorno che non ci sarà più Berlusconi (non è eterno) cosa ne faremo di questo anti-berlusconismo ad personam? Incapace di vedere che c'è una destra da combattere, sia essa guidata da Berlusconi o da altri. Che non capisce che non è con i processi che possiamo costruire un Paese migliore.
Le grandi mobilitazioni producono effetti significativi quando filtrano nel tessuto della vita quotidiana, altrimenti svaniscono come la nebbia. E perché questa onda filtri nei circuiti della vita quotidiana occorre fare i conti con una fragilità che finora nessuno ha avuto il coraggio di mettere in questione: quella fragilità si chiama legalismo.
Uno dei peggiori effetti che il berlusconismo ha prodotto nella cultura politica italiana (e nella formazione della generazione che è cresciuta sotto Berlusconi) è proprio l'antiberlusconismo.
Non mi si fraintenda. Quello instaurato da Berlusconi è per me un regime di totalitarismo mediatico forse ancor più deleterio per la democrazia di quanto fu il fascismo mussoliniano. Non sono di quelli che consigliano di "non demonizzare Berlusconi". Berlusconi è il demonio, se demonio significa ignoranza, truffa, immiserimento, paura, razzismo arroganza .ed è giusto e sacrosanto che Berlusconi venga processato, ma questa non può essere la priorità dell'opposizione, sicuramente non può essere la priorità della sinistra.
Ma l'antiberlusconismo corrente (rappresentato da persone come Grillo, Di Pietro, Travaglio o Moretti) è solo marginalmente una riflessione sull'effetto che i media hanno prodotto sull'immaginario e sulle forme di vita. Essenzialmente è una riflessione su legalità e illegalità.
Sembra che tutti i mali derivino dal fatto che al governo ci sta una classe politica che viola la legge. Semplificazione del tutto fuorviante, ma come non capirla? Se al governo ci sta (come ci sta) un ceto politico di sistematici predatori e di violatori professionali delle leggi, è comprensibile che gran parte della società finisca per attribuire la miseria, la disoccupazione, la crisi della scuola pubblica e tutto il resto all'illegalità.
Basterebbe allora che tutti rispettassero la legge? Credo proprio di no. La legge non è altro che la sanzione formale di un rapporto di forze. E' legale sfruttare la gente. E' legale costringerla a fare straordinario. E' legale uccidere sul lavoro. E' legale costringere la gente a subire una vita precaria.
E' legale fin quando i principi su cui si scrive la legge sono quelli della competizione e della crescita illimitata.
La legge non è che la sanzione di un rapporto di forza, e anche quando la legge è rispettosa dei bisogni della società (come in molti suoi punti è la Costituzione della Repubblica Italiana) se non esiste la forza per imporne il rispetto, la legge è scritta sull'acqua.
Quanti di voi amici avete perso il posto di lavoro? Quanti di voi hanno lo stipendio ridotto? Quanti di voi hanno contratti precari? Quanti sono incazzati perché pagano un sacco di tasse mentre molti evadono o pagano pochissimo sulle rendite finanziarie? Ma tutto questo è colpa solo di Berlusconi? Che dicono Fini, Casini, Bersani sulla precarizzazione? Sulle politiche di austerità che l'Unione Europea sta imponendo a mezza Europa? Oltre a chiedere processi, cosa chiediamo?
Il mondo sta esplodendo, anche vicino all'Italia: Tunisia, Egitto, Libia, Albania. Le origini delle rivolte in Nord Africa si spiegano con i dati impressionanti sull'aumento del costo dei beni di prima necessità avvenuto in questi mesi in conseguenza della crisi economica. Si spiegano con i disastri di anni di politiche neoliberiste che hanno portato alla fame interi popoli. L'effetto della crisi in Africa è devastante.
Le stesse cose che 10 anni fa dicevamo come movimento no-global a Genova. Quel movimento che da noi è stato spazzato via, presentato come un gruppo di spacca-vetrine, ma che fuori dall'Italia è andato anche al Governo proprio in reazione alle politiche neo-liberiste. Pensate al Sud America: Bolivia, Uruguay, Venezuela, Brasile, ecc. (a proposito vi ricordate dove era Fini a Genova? vi ricordate il suo ruolo?).
E cosa dice la sinistra su tutto ciò? Che in Italia bisogna cacciare Berlusconi, con un accordo di liberazione nazionale per fare le "riforme". E in Europa che dice la sinistra? Che per la crisi l'unica ricetta è ancora più liberismo e mercato.
Forse dobbiamo iniziare a perdere meno tempo a denunciare le malefatte di Berlusconi e dobbiamo ricominciare, collettivamente, a ricostruire la sinistra.
Perché se non siamo capaci di mettere in campo una risposta, con la crisi che stà picchiando duro, l'unica alternativa che sembra esserci è il razzismo leghista o il fondamentalismo islamico disperato.
Mettiamo in campo idee di sinistra, cioè di giustizia sociale: più welfare; meno precarietà; meno tasse su lavoro e piccole imprese e più tasse su patrimoni e rendite finanziarie. Riapriamo una grande battaglia per alzare i salari (i bassi salari dovrebbero scandalizzarci almeno quanto le nottate di Berlusconi). Mi ricordo nel 1992 quando litigavo con molti di voi.
Io, davanti a Mani Pulite, ero spaventato: mai nella storia una rivoluzione giudiziaria ha prodotto un avanzamento della democrazia. Ricordo che chiamai quel periodo la “sovversione dall’alto”. E infatti, dopo Craxi e la DC ci siamo beccati vent'anni di berlusconismo. Questa volta temo la stessa cosa. Cacciare Berlusconi a causa di Rubi e non perché è di destra temo porterà disastri ....Quindi cacciamolo Berlusconi, ma anche perché è d'accordo con Marchionne e Marcegaglia su liberalizzare il mercato del lavoro, non solo perché fa i festini a luci rosse.
In caso contrario, se cadesse Berlusconi perché fa i festini, ci troveremo per paradosso una destra più forte, perché non dovrà sfidare l'antiberlusconismo diffuso e non dovrà fare i conti con le follie del Capo. Cosa ne pensate?

venerdì 21 gennaio 2011

I Festeggiamenti dei 150 anni di un Paese che non c'è

Inutile discutere sul fatto se questo sia o meno un paese per vecchi o per giovani. Questo non è proprio un paese. Ce ne accorgiamo proprio mentre con molta retorica si festeggia i 150 anni dell’unità d’Italia. Può definirsi un paese un luogo dove si taglia sul futuro ad ogni generazione? Dove viene, in modo malizioso e interessato, definita come ideologia superata ogni garanzia sociale e di difesa del welfare? Dove i modelli sociali che vengono trasmessi, in tutti i sensi, sono legati alla prostituzione femminile e maschile?
E’ proprio in posto simile che la proposta Marchionne poteva trovare accoglienza, nella politica ufficiale cosi come nei mass-media, senza significative resistenze. Perché se è vero che il (si fa per dire) contratto proposto da Marchionne ai lavoratori Fiat nasce da esigenze globali, quanto quello di produrre e vendere il bigmac al mondo, il suo confezionamento è un prodotto artigianale tutto italiano quanto la pasta di qualità. E questo accade, va detto, in modo clinico senza alcuna sfumatura nazionalistica, perché questo non è un paese.
Non ha un governo, qualunque forma assuma anche per il futuro, non ha un’opposizione. Non ha sindacati, perché quando Cisl e Uil firmano accordi dove il contratto nazionale di fatto salta, e si comprimono allo stramo diritti alla malattia e allo sciopero, non siamo di fronte ad una rappresentanza riformista o moderata ma semplicemente alla vendita all’incanto del proprio potere di firma.
Non ha intellettuali di spessore, quelli esistenti si mettono a discendere sulle prestazioni sessuali di Berlusconi su “la Repubblica”.
Non ha mezzi di comunicazioni perché quando in televisione perché quando in televisione si riprendono, quasi fosse un copia/incolla, le campagne antioperaie del “Giornale” o di “Libero” non siamo ad un qualcosa che somigli alle piattaforme mediali di una società evoluta.
Ma quel che c’è di peggio è che questo non è un paese perché non riesce a discutere delle condizioni di vita e di reddito.
Inutile che un sociologo, nemmeno di quelli radicali, come Domenico De Masi vada in televisione a spiegare che non si trova un dietologo serio pronto a legittimare come sane le sette ore di lavoro senza pausa pranzo proposte da Marchionne.
Inutile ricordare che, con l’esperienza ormai ventennale di Melfi alle spalle, con questo tipo di organizzazione del lavoro fioriscono le malattie professionali legate all’usura fisica e mentale. L’unica cosa che interessa, in questo ex paese, è ripetere il mantra della globalizzazione e della competitività in modo ipnotico per compensare così l’assenza di senso.
Ipnosi alla quale si affida volentieri la maggioranza della Cgil parlando di “firme tecniche” all’accordo di Mirafiori.
E fino a quando l’estinzione dell’Italia, per come l’abbiamo conosciuta, farà il suo corso, questi episodi si moltiplicheranno.
Poi, come sanno gli studiosi dei lunghi periodi, ad un certo punto accade qualcosa.
Arriviamoci vivi.

giovedì 20 gennaio 2011

Razzismo di strada e attivismo istituzionale

C'è una questione sociale in Italia tremendamente irrisolta. L'insicurezza sociale si respira ovunque. Ogni giorno tutto s'intreccia nella retorica emergenziale e la precarietà percepita si lega a quella effettiva. E' una simbiosi dirompente sul piano simbolico rilanciata dalla complicità dei media. In queste poche righe riassumo la discussione del gruppo di lavoro sulla penalità liberista organizzato dall'Osservatorio sulla repressione che si è tenuto sabato15 gennaio a Roma al seminario della R@P, sapendo che questa discussione apre a sinistra un tema enorme sulla tanto decantata legalità.
Si sa che nel mondo politico e in quello dei media, che si assomigliano molto, le apparenze non coincidono quasi mai con la realtà.
Dall'insediamento del governo Berlusconi la persecuzione dei migranti, dei rom e dei cittadini italiani sinti è divenuta ossessiva. E' evidente una specie di sintonia, di coordinamento, tra il razzismo di strada e l'attivismo istituzionale. In questi ultimi mesi abbiamo assistito ai controlli della polizia sui bus, gli sgomberi dei nomadi, i rastrellamenti di prostitute nelle città maggiori, la schedature dei sinti, la scelta di mettere i militati per le strade, pacchetti sicurezza che attuano principi discriminatori e incostituzionali.
Il distacco della politica dal sociale diventa sempre più grande, e pensare ad elementi di permeabilità fra i due campi è sempre più difficile.
La subalternità al processo neoliberista ci consegna uno Stato che ha abdicato al proprio ruolo nel rimuovere le cause che determinano l'ineguaglianza sociale e che ha sviluppato per contrappeso un suo intervento etico, rispetto alla questione delle libertà e dei diritti civili.
Le due cose vanno insieme: allo Stato Sociale Minimo si accompagna la tendenza a uno Stato Penale Massimo, che fa dell'esclusione un dato strutturale. Non dobbiamo però commettere l'errore di pensare che questa tendenza si sviluppi meccanicamente ad opera delle classi dominanti, la maggior parte della popolazione sente il peso dell'insufficienza del sistema del welfare, e vive un quotidiano ruvido che incattivisce. Così quando il rumore di sottofondo è zuppo di demagogia e le risposte non arrivano dalla politica, il bersaglio che si definisce è il capro espiatorio più vicino al portone di casa.
Non comprendere questo pensiamo che sia un errore, altrettanto grave da chi risponde accettando la subalternità della cultura securitaria della destra che rimuove i diritti sociali. Questo per dire che la crisi che oggi investe il nostro Paese è molto più profonda perché non coinvolge solo la politica ma la società stessa, che non riesce più a metabolizzare le trasformazioni sociali che l'attraversano.
La precarietà è ovunque, ovvero è un sistema che si tiene insieme, destruttura il mercato del lavoro e i diritti del welfare. La dottrina della guerra ai poveri, ma anche ai giovani, magari graffitari, occupanti o ultras, chiude gli spazi pubblici: piazze e giardini recintati, polizie locali, private, città assediate in regime di coprifuoco notturno. Creando un nemico ubiquo, indefinibile e fungibile (marocchini, rom, albanesi, stupratori all'angolo delle strade, pedofili nei giardinetti) le vere magagne in cui affondiamo sono minimizzate e il ceto politico può continuare a fare la bella vita. E i giornali a vendere il loro allarmismo. Siamo all'abiura dei fondamenti dello Stato diritto, in nome di un'emergenza del tutto fittizia, rilanciata da media irresponsabili e al servizio di un potere politico così debole da cercare consenso assecondando le pulsioni più irrazionali che serpeggiano in una società malata e insicura.
Per questo motivo pensiamo che non occorre arretrare e lanciare una sfida politica e culturale di un nuovo garantismo sociale, partendo dalla questione della cittadinanza, dando risposte attraverso un nuovo modello di welfare che rimette la questione sociale al centro della politica e non viceversa. Una vera politica di sicurezza e legalità, non ha bisogno di leggi e provvedimenti emergenzialisti, ma un progetto e azioni conseguenti che sappiano coniugare l'uso razionale delle risorse, politiche di accoglienza e la partecipazione democratica, nel contesto di una politica rinnovata, sottraendo il voto al ricatto del bisogno e spezzando ogni legame con mafie e con il malaffare.
La crisi sociale e politica che attraversa il nostro Paese ci obbliga a spingere l'acceleratore su questo versante senza timore aggregando una massa critica a partire dallo sciopero generalizzato del 28 gennaio indetto dalla Fiom e dal sindacalismo di base.
Il momento in cui giocare la partita è già iniziato, e sta alla nostra capacità di costruzione di una nuova grammatica che tende a ricomporre un "noi" collettivo, in un nuovo spazio che rivendica un welfare moderno.

Italo di Sabato
Osservatorio sulla repressione, R@P

Liberazione 20 gennaio 2011

lunedì 3 gennaio 2011

Il capodanno dei forcaioli

È spaventoso il riflesso condizionato, la reazione di massa che ha accolto la decisione di Lula di non concedere l’estradizione a Cesare Battisti, scrittore italofrancese accusato e condannato in contumacia per fatti di terrorismo dei primi anni ottanta. Neanche una sfumatura, neanche un distinguo, un dubbio: dagli invasati della vendetta a tutte le forze politiche che siedono sugli scranni del Parlamento ai giornali e Tv è stato un coro unanime di sdegno e condanna
Mai nella storia della Repubblica italiana c’è stato un così grande e prolungato impegno dei governanti per estradare una persona. A tale scopo, negli ultimi anni, è stato ingigantito artificialmente il ruolo che Battisti avrebbe avuto nei Proletari Armati per il Comunismo (Pac) e si è volutamente taciuto che nei relativi processi contro tale organizzazione fu condannato in contumacia, quindi senza alcuna possibilità di difendersi, sulla base di vaghe ipotesi accusatorie lanciate da un “pentito” (omicida reo confesso) e rese possibili dalle leggi politiche e antigiuridiche dell’Emergenza. Leggi che da una lato aumentavano di un terzo le pene rispetto a quelle previste dal codice penale per chi, fra le migliaia di inquisiti per “banda armata” e “associazione sovversiva”, non scaricava le proprie responsabilità su altri e neanche accettava di pronunciare dichiarazioni di abiura; mentre dall’altro concedevano grossi sconti di pena a “pentiti” e a “dissociati”.
Qualche anno fa lo scrittore Valerio Evangelisti ha ricostruito la vicenda di Cesare Battisti, di cui invito a leggere quello che scrisse (http://www.carmillaonline.com/archives/2005/09/001506.html )
L’impressione che ho è che il paese abbia finalmente trovato un obiettivo “unico” che tenga insieme tutti i forcaiolismi. Quelli berlusconiani e quelli antiberlusconiani. E che nel rogo per Cesare Battisti trovi un sollievo per le proprie ansie, un armistizio per la lunghissima guerra di fazioni. In fondo, questo si sapeva, nessuna delle due fazioni è liberale. Non lo è la destra, fortemente condizionata dalla cultura qualunquista della Lega e delle sue ampie componenti reazionarie; non lo è la sinistra, trascinata al giustizialismo e all´ultralegalitarismo dall´influenza abnorme, sul suo pensiero, acquisito negli ultimi 15 anni dalla magistratura (diciamo dalla parte più giacobina della magistratura) e dai cosiddetti “Girotondi” (Travaglio e zone circostanti). E siccome le cose stanno così, e sul piano della difesa dello Stato di diritto le differenze tra i due schieramenti sono esilissime, e cangianti (a seconda delle immediate conseguenze politiche) era logico che un caso complesso e delicato come il caso-Battisti avrebbe acceso la fiamma del linciaggio, unificando i due schieramenti, unificando i due populismi, e unificando anche la “base” con il ceto politico.
Eppure io non ho mai sentito questi politicanti indignarsi così tanto per i neonazisti, stragisti, golpisti scappati in Sud America, non li ho sentiti urlare allo scandalo per questori e capi della polizia condannati per reati gravissimi compiuti al G8 di Genova, anzi, ministri governo e opposizione compattissimi hanno espresso fiducia e rinnovata stima a De Gennaro, Manganelli, Gratteri, Canterini, Luperi, Mortola, che si sono beccati anni di carcere, ma molti di loro promossi ad incarico superiore per meriti torturativi e menzogna durante l’esercizio della loro funzione. Basti ricordare che la commissione d’inchiesta parlamentare sui fatti del G8 di Genova è stata bocciata con un voto bipartisan.
Non ho mai visto lorsignori, andare in televisione e denunciare gli assassini di Stefano Cucchi, raccontare con lo stesso sdegno con il quale insulta il mondo intero i fatti che portarono al massacro di Federico Aldrovandi o di Giuseppe Uva o degli oltre settecento suicidi in carcere nell’ultimo decennio, dire che fine ha fatto l’assassino di Carlo Giuliani, chi fosse in realtà Cossiga e perché sua stata uccisa dalla sua polizia Giorgiana Masi. Aprire gli armadi chiusi gelosamente dal “segreto di Stato”
Soprattutto, nessuno di loro, mai, ha preso le distanze, anche solo di un millimetro dalla svolta repressiva e fascista che in questi ultimi anni è stata data all’Italia.
Per molti osservatori internazionali l’Italia è un Paese in una situazione pericolosa, governata da gente incapace, che ha svoltato a destra scegliendo il manganello, reprime violentemente il dissenso, non rispetta le Convenzioni Internazionali sui Diritti dell’Uomo, disconosce il diritto di Asilo per i Rifugiati scontrandosi e insultando l’UNCHR, perseguita gli oppositori politici, ha una situazione carceraria insostenibile, non permette la libertà di stampa e d’informazione.
Queste cose non le dico io , ma l’ultimo numero di Limes, la rivista di geopolitica, dedicato proprio alla considerazione che i Paesi della Comunità Internazionale hanno di Berlusconi.
Non è neppure un caso che il tizio che ogni tanto impersona il Ministro degli Esteri si sia permesso di insultare Amnesty International perché nel suo ultimo rapporto mondiale ha messo l’Italia tra i Paesi che violano i Diritti dell’uomo.
Il trattato sulle estradizioni tra Italia e Brasile prevede che il cittadino italiano richiesto dal nostro Paese per scontare pene o affrontare processi, non debba essere consegnato all’Italia se rischia per la propria incolumità fisica e/o può essere poi oggetto di persecuzione per idee politiche, religiose o di sesso; e comunque l’estradizione non viene concessa per reati politici.
Se le leggano queste cose i politicanti che ora sono scandalizzati dalla scelta del Brasile.
Vadano a studiarsi che vergogna storica, politica e giuridica sia stata il 7 aprile.
Prendano un po’ di coscienza storica, studiando, perché ne hanno bisogno, e molto.

venerdì 24 dicembre 2010

A Natale puoi.....


La rabbia di crederci e di fare in modo che si passi all'azione.

O tu che cerchi la verità su questo mondo,
la resistenza del domani alla vigilia di una rivoluzione,
mondiale e spirituale, è la rabbia del popolo,
quella che farà tremare le tue regole.
La rabbia ha preso tutto il popolo e la rabbia è enorme.


(Keny Arkana, La rage)

giovedì 16 dicembre 2010

La predica di Frà Saviano

Se dovessi dire che me lo aspettavo andrei molto vicino alla verità. La lettera pubblicata su la Repubblica (http://www.repubblica.it/scuola/2010/12/16/news/lettera_saviano-10251124/?ref=HRER2-1 ) appare il giorno stesso in cui un gruppo di manifestanti è processato per direttissima. Preferisco pensare che sia un caso, anche se tanta tempestività potrebbe sembrare sospetta. Roberto Saviano è stato prevedibile come le campane delle chiese la domenica mattina.
Nella sua lettera aperta agli studenti nella quale condanna gli scontri avvenuti nel centro della Capitale ridotta a zona rossa per "proteggere" una vergognosa sceneggiata nelle aule parlamentari, Saviano istiga i ragazzi a rinunciare al conflitto e ad adagiarsi dentro "o' sistema" accettandone le regole. "Bisognerà organizzarsi, e non permettere mai più che poche centinaia di idioti egemonizzino un corteo di migliaia e migliaia di persone. Pregiudicandolo, rovinandolo" scrive Saviano pappagallando versioni che si sono ripetute per decenni. E scrive ancora "Così inizia la nuova strategia della tensione, che è sempre la stessa: com'è possibile non riconoscerla? Com'è possibile non riconoscerne le premesse, sempre uguali? Quegli incappucciati sono i primi nemici da isolare. Il "blocco nero" o come diavolo vengono chiamati questi ultrà del caos è il pompiere del movimento".
In realtà è proprio Saviano a dimostrarsi del tutto ignorante sulla strategia della tensione ed a rivelare pubblicamente il suo ruolo di pompiere e di depotenziatore del conflitto sociale, un ruolo per il quale è stato costruito e intorno al quale hanno costruito una sofisticata operazione culturale ed editoriale. La sua esternazione contro la manifestazione del 14 dicembre è infatti prevedibile e puntuale nel momento di massima attenzione dei media e mentre emerge il carattere dirompente e dissonante di un evento politico di massa.
Dovo ammettere che in questo frangente il capo della polizia Manganelli ha detto cose più importanti di quelle di Saviano quando ha denunciato che l'uso della polizia non può sostituirsi all'azione di governo di fronte ai problemi sociali.
La rabbia e la determinazione dei ragazzi è diventato un patrimonio immensamente più interessante e indipendente dei monologhi di Saviano. Innanzitutto perchè è un fenomeno collettivo e non individualista fino al narcisismo, in secondo luogo perchè manda alle classi dominanti un messaggio assai più chiaro e forte di quello che l'ambiguità di Saviano ha omesso fino ad oggi: se non sapete essere classe dirigente oltre che classe dominante, toglietevi di mezzo e andate a casa tutti!! E' questo il messaggio chiaro e forte della manifestazione del 14 dicembre e della mobilitazione dei giovani.
Qualcuno dice che la realtà fa sempre giustizia dei personaggi ambigui, Saviano è come il Pope Gabon: essere la testa della masse per mantenerle subalterne alle classi dominanti, magari sostituendo il gruppo di potere legato alla Fininvest con quello legato al gruppo Caracciolo/La Repubblica.
Un motivo in più per lanciare un appello ai giovani in rivolta: diffidate di quelli che hanno l'istinto a punire e che vogliono marciare alla vostra testa e liberatevi dai guru!!!

mercoledì 15 dicembre 2010

Il governo repressivo della crisi

Quello che è successo a Roma, oggi, è davvero un brutto segnale per la già fragile democrazia italiana. Dentro il Parlamento, il governo otteneva una fiducia risicata grazie al trasformismo di parlamentare eletti, o meglio dire nominati, dal Pd e dall’Idv; per le strade di Roma, dove il centro diventa una enorme “zona rossa” per difendere l’ultima farsa del governo Berlusconi, poliziotti travestititi da robocop caricavano gli studenti, rompevano teste e imprigionavano i dimostranti.
Questa è la situazione cui ci sta portando la crisi e il perpetuarsi delle politiche neo-liberiste.
Il debito creato dalle banche e dalla insostenibilità del capitalismo sfrenato viene pagato dai più poveri, dai giovani che non potranno permettersi di andare all'università o lo potranno fare solamente indebitandosi fino al collo; dai lavoratori pubblici licenziati o con lo stipendio congelato per anni; dai cittadini comuni che vedono i servizi pubblici tagliati senza pietà.
Quello che sta succedendo è una svolta epocale. Certo, gli ultimi trent'anni ci avevano abituato alla crescente diseguaglianza, agli attacchi al welfare state, all'ingiustizia sociale. Ma la crisi finanziaria degli ultimi anni ha rimesso in discussione quel modello, basato sulla democrazia del debito. La recessione ha cambiato i parametri, non ci sono più soldi per finanziare i servizi pubblici, o almeno così ci si vuol far credere.
Quindi inizia un periodo di vere vacche magre, una riduzione dello stato sociale come mai si era visto prima, una politica economica, in Italia come nel resto d'Europa, violentemente classista, che toglie ai lavoratori per dare ai padroni.
La riforma Gelmini ne è l'esempio forse migliore, non è un caso dunque che siano stati gli studenti i primi a prendere la via della piazza, e certo altri seguiranno presto quando i tagli e le tassazioni indirette cominceranno a farsi sentire per tutti.
Si tratta della riapertura del conflitto sociale che è stato sopito per anni concedendo le briciole dell'accumulazione capitalista ai lavoratori che ora si trovano deprivati anche di quel poco e questo vuol dire che anche il sistema politico che aveva supportato quel contratto sociale diventa, tutto ad un tratto, inadeguato.
Il capitale approfittatore non può permettersi il compromesso democratico che ha caratterizzato i nostri paesi nella seconda metà del XX secolo. La diseguaglianza, la polarizzazione del reddito, la concentrazione del capitale in poche, rapaci mani deve per forza alzare il livello di repressione per contenere la rivolta sociale.
Quello che è successo a Roma è la prova generale di questo giro di vite. Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza contro studenti, precari e lavoratori, come a fine Ottocento contro le prime manifestazioni operaie.
Cariche ripetute, violentissime. Giovani studenti con la testa fracassata, altri sotto shock, mentre la polizia ha addirittura il coraggio di rivendicare le proprie azioni come auto-difesa. Certo, i manifestanti hanno reagito a questa violenza e alla blindatura della città, ma d’altronde bisogna ricordare che le forze dell’ordine li avevano una volta di più intrappolati, negandogli la possibilità di uscire dalla piazza e mettendoli effettivamente sotto sequestro. L’unica maniera per riconquistare la libertà era, naturalmente, cercare di rompere l’accerchiamento. Questo, in fondo, è quello che voleva la polizia, questo è quello che voleva il governo di Berlusconi e Maroni, che di democratico non ha nulla. La strategia è molto chiara e ricorda in maniera sempre più sinistra Genova 2001: cercare sempre e comunque il confronto con i dimostranti. Alcune scene sono molto simili: giovani studenti sdraiati a terra, indifesi, riempiti di botte e di manganellate. Formazioni a V per penetrare la folla e botte da orbi per ritirarsi data l’incapacità dei poliziotti di mantenere una formazione compatta. Il tutto approfittando di una piazza disorganizzata, fondamentalmente pacifica e solamente esasperata dalla tattiche provocatorie della polizia.
Il neo-liberismo torna alle origini, alla violenza per governare la piazza, alla repressione brutale, come si è visto oggi per le strade di Roma, quello che non si tollera è l’esercizio delle libertà democratiche, si sta dando un segnale per i prossimi mesi, quando anche altri settori della società saranno attaccati dalla crisi e dalle politiche economiche criminali del governo e dalle politiche monetarie dell'Unione Europea.
Una scena di lotta di classe nel lussuosissimo centro di Roma, una scena che vedremo sempre più spesso nel prossimo futuro. Quello cui ci dovremo abituare però, è anche il tentativo che continuerà di limitare la nostra libertà e di trasformare sempre più le nostre democrazie in stati di polizia, una degenerazione che solo un forte movimento sociale, organizzato strutturato e cosciente del suo ruolo politico può evitare.

venerdì 3 dicembre 2010

Le opinioni del "Il Fatto" e "AnnoZero"......

Da troppo tempo penso che nel nostro paese manca un vero spazio pubblico per un reale dibattito intellettuale, culturale che analizzi i meccanismi profondi del degrado in cui viviamo.
In larghi settori dell’opinione pubblica antiberlusconiana trasmissioni televisive come “AnnoZero”, “Vieni via con me” oppure quotidiani come “Il Fatto” provoca un fascino particolare per il loro linguaggio diretto e popolare, il loro richiamo ossessivo alle verità giudiziarie, per le loro arringhe contro il potere dei disonesti più che contro la disonestà del potere al punto da far sembrare al dibattito pubblico un elemento di concretezza e di realtà. Infrangerebbero insomma quell’incantesimo nel quale, in particolar modo, il Partito democratico è irretito e che dunque lo condanna a una ondivaga subalternità al carisma berlusconiano e alla cultura che lo alimenta e lo circonda.
Della trasmissione, record di ascolti, “Vieni via con Me” mi sono lungamente soffermato in un precedente scritto, voglio ora analizzare, anche se sommariamente, il fenomeno creato intorno a “Il Fatto” quotidiano e ad “AnnoZero”
Noto in giro che “Il Fatto” quotidiano viene esibito da tanti come un tempo capitava per “l’Unità”, “il manifesto” o “lotta continua” come un segno di identità e riconoscimento. Come dire un giornale che produce “senso”.
Ma qual è il senso de “Il Fatto”? Il tono, lo stile del giornale, i suoi titoli, sono sempre e solo mossi dalla denuncia, dalla ricerca del punto debole dell’avversario, delle rivelazioni delle sue malefatte: e qui vanno in fumo anni di autocritiche di sinistra sulla necessità di non proporre solo contrapposizione al “nemico di classe”, ma anche soluzioni positive per cambiare la società. Ancora, il punto su cui “il Fatto” martella ogni giorno è la corruzione, l’abuso privato delle leggi “ad personam” ( o “ad nanum” per dirla alla Marco Travaglio). Senza voler sminuire, è come se “il Fatto” scegliesse quale ring esclusivo l’esatto rovescio del berlusconismo. Alla ricerca dell’impunità per Berlusconi e i suoi si contrappone il rigore della legge, la punizione. Alla natura sostanziale del potere berlusconiano (aggregato di lobby in cerca di affari) si contrappone la pulizia degli appalti e la trasparenza nella spesa pubblica. Obiettivi sacrosanti: “il Fatto” proclama ogni giorno la necessità estrema, per curare la metastasi che ha aggredito l’Italia, di un “paese normale”, dove le leggi vengono rispettate, gli affaristi e i collusi con la mafia puniti, in cui i politici (tutti, forse con la sola eccezione di Di Pietro) dicano cosa vogliono fare, quando chiedono i voti, e rendano conto di quel che fanno.
Ma mi viene da chiedere: se un inceneritore viene costruito nei tempi e con i finanziamenti corretti, a differenza ad esempio di quello di Acerra, rimane sempre un inceneritore, ossia la risposta sbagliata al problema dei rifiuti. E nel caso dell’Alta velocità: si, i costi italiani sono abnormi, rispetto a quelli di altri paesi europei, ma se l’inutile e costoso tunnel sotto Firenze fosse realizzato nel più onesto dei modi sarebbe più accettabile? E su Pomigliano, per dirne un’altra, una volta denunciato lo spreco di denaro pubblico per finanziare la Fiat che non rispetta i patti, le leggi della globalizzazione dicono che in effetti un auto costruita in Serbia è più competitiva di una costruita nello stabilimento campano. E’ un po’ come chiedersi, di fronte all’inumanità dei centri di detenzione ed espulsione per i migranti, quanto costano e chi ci specula sopra. Che è importante, ma credo che forse il problema principale è altrove.
Cosi come la trasmissione televisiva “AnnoZero”, in cui credo che Santoro, ma soprattutto Travaglio, siano due esempi di ciò che Gramsci definirebbe “l'intellettuale organico al regime”. Questa mia affermazione non si basa certo sulle ricchezze di questi due giornalisti, questi discorsi qualunquisti preferisco non trattarli. La mia affermazione si basa, invece, sull'idea che il loro lavoro sia in pieno il frutto dell'egemonia culturale di destra.
Guardando Annozero, quasi sicuramente ci si imbatte nelle inchieste riguardanti la cricca, Berlusconi, i furbetti del quartierino.
Dopo avere seguito tutti i video delle inchieste e le orazioni di Travaglio, un comune mortale si indigna, tuttavia ha capito ben poco della realtà e questo per due motivi, a mio avviso:
Il primo motivo è che se sommi tutte le inchieste, senza cercare di dare un quadro, che permetta di analizzare i processi che stanno alla base delle realtà descritte, non si capisce la realtà, ma ci si indigna esclusivamente.
Il secondo motivo è che i temi scelti da Santoro e Travaglio, sono certamente importanti perché una buona amministrazione della cosa pubblica è fondamentale, ma credo che ad “AnnoZero” le luci sugli angoli del dolore sociale si accendano troppo raramente, quasi mai si parla degli invisibili.
E' proprio questo ciò che rende uguali, paradossalmente; “AnnoZero” e “Studio Aperto”, entrambi parlano dei famosi e dei potenti. Si certo apparentemente potrebbe sembrare che “Studio Aperto” ne parli bene e “AnnoZero” invece denunci i misfatti, ma alla fine ciò che emerge è che: “Studio Aperto” diverte, mentre “Annozero” indigna. Studio Aperto ha come platea di riferimenti i comuni mortali che non invidiano, mentre “Annozero” ha come riferimento i comuni mortali che invidiano. Entrambi non fanno riferimento a chi vuole capire e producono gossip.
Mi si potrebbe dire che in realtà Santoro e Travaglio sono semplicemente dei giornalisti e che il loro compito è semplicemente quello di descrivere la realtà e che l'opera di decodifica e di "spiegazione della realtà" spetti ad altri, tuttavia credo che la spettacolarizzazione del programma e il fatto che si sia costituto un vero e proprio movimento popolare intorno a questa trasmissione e in particolar modo intorno a Santoro e Travaglio non può che farli considerare degli intellettuali, e se li si guarda come intellettuali ci si accorge che sono del tutto organici al regime.
In questi anni del berlusconismo dilagante, editori, giornalisti, comici e politicanti hanno occupano lo sguardo, hanno imposto un modello culturale fondato sull'indignazione e sul disgusto che però si è tradotto inevitabilmente in un immobilismo che ha indotto a restare a casa e a far finta di incazzarsi davanti ad un pc, magari ad essere come un tifoso ultras allo stadio davanti alle filippiche di Travaglio, Santoro o sugli scritti di Flores D’Arcais, che hanno imposto un modello dell’informazione fondato esclusivamente sul disgusto e sull'indignazione, salvo poi lasciare ai sudditi dell'eterna ignoranza quel senso di frustrazione insopportabile che si chiude nell'amara consapevolezza che tutto questo bellissimo scorrere di parole, di cronaca giudiziaria raccontata da questa sorta di “berlusconologi” si traduca puntualmente nell'impossibilità e nella mancanza di volontà di creare un vero cambiamento.
Una conclusione possibile è che un giornale come “il Fatto” o trasmissioni come “AnnoZero”, ormai simboli di opposizione a Berlusconi, vanno cosi forte grazie alla debolezza, o alla timidezza, della cultura di sinistra, che in teoria avrebbe il compito di leggere i fenomeni della politica e il berlusconismo, non solo come una patologia o una associazione a delinquere (ciò che pure sono), ma come il rilevatore di un andamento della società, dell’economia e di una deriva democratica cui contrapporre non solo un “paese normale”, ma la prospettiva di un paese più giusto, alle condizioni in cui l’aspirazione all’uguaglianza si pone nel secolo della grande crisi sociale, politica e ambientale.