
lunedì 24 maggio 2010
lunedì 3 maggio 2010
Collettivo Bauscia, Manuale di "prostituzione intellectuale"
L’intenzione è esplicita: confezionare uno strumento di autodifesa per chi non ne può più dell’accanimento mediatico che si scarica sulle vicende nerazzurre. Dettagliato, documentato, puntiglioso, il lavoro del Collettivo Bauscia ricostruisce una serie di fatti, che ruotano intorno alla categoria dei “due pesi e due misure”. Difficile negare che le stesse situazioni – valore di vittorie e sconfitte, polemiche interne, errori arbitrali, casi da moviola, uso della prova tv, eccetera – vengano raccontati diversamente se c’è di mezzo l’Inter. La disparità di trattamento è talmente evidente, che solo certi tifosi, accecati dalla loro stessa passione, riescono a non vederla.Questo doppiopesismo ha bisogno di media schierati, giornali e tv fiancheggiatori, che non vanno alla ricerca della verità, ma confermano – consolandolo - ciò che il loro pubblico già pensa. Tuttosport (“quando il ridicolo sfiora il sublime”) ne è un esempio supremo, e Moggi – con una tribuna su Libero – diventa il più esplicito fra i killer “opinionisti”.
Leggendo il Manuale, ci si accorge di tanta rabbia repressa, la lettura vorrebbe spingere alla presa di coscienza di una truffa quotidiana e costante. Ad averla svelata, due personaggi: Roberto Mancini, che individuò in certi giornalisti le “vedove” di Moggi e chiamò con il loro nome i “burattini” di Berlusconi; e José Mourinho, che ha alzato il tiro, sistematizzando il discorso con la categoria della manipolazione intellettuale. La costante è incarnata da Massimo Moratti, a cui è capitato di vivere una grottesca quanto rara trasfigurazione: passare “in un istante nell’immaginario collettivo (farei partire da qui le virgolette) da ricco scemo che spende più di tutti senza vincere nulla, a capo di una macchinazione diabolica per eliminare gli avversari”.
Nel libro non possono mancare date-spartiacque: dal 26 aprile 1998 (Ronaldo e Iuliano, Ceccarini e Simoni), al 14 luglio 2006 (revoca degli scudetti alla Juventus), fino al 3 marzo 2009, il giorno della conferenza stampa, anzi del monologo in 7 minuti e 30 secondi, che ha imposto le categorie degli “zeru tituli” e della “prostitussione intellectuale”. Le pagine più graffianti sono quelle in cui l’indignazione riesce a tramutarsi in ironia. Per esempio, dopo aver ricordato il GP del Brasile di Formula 1 del 2000, il Giro d’Italia 1999, e i 100 metri di Ben Johnson a Seul, si fa notare come “in un Paese normale gli atleti squalificati tendono a stare in vergognoso silenzio, accettano la squalifica e non si permettono di insultare gli avversari a cui già proditoriamente hanno sottratto la gioia della festa per la vittoria, rovinandola anche a tifosi e appassionati. E alle vittime risarcite generalmente i giornalisti chiedono come si sentano, se ritengono che sia stata fatta giustizia, non se non ritengano più opportuno rinunciare volontariamente a quanto è stato loro restituito”.
Un capitolo è dedicato a smontare i ridicoli teoremi dell’Osservatorio degli Errori Arbitrali: strana entità, promossa da Adiconsum, che diffonde classifiche virtuali al netto di certi errori degli arbitri. Il bello è che le classifiche sono calcolate grazie al voto dei tifosi… Proprio così, sono i tifosi, con la loro arcinota faziosità e l’altrettanto noto peso relativo di alcune squadre, a stabilire se era rigore, se era fuorigioco, se la palla ha oltrepassato o meno la linea bianca. Pura assurdità. Che mi consente di ripetere una delle facezie che ho inserito in più di un libro: “Per un tifoso della Juve (e poi del Milan), Inzaghi non è mai in fuorigioco”.
Non manca nemmeno un’articolata ricostruzione della campagne d’opinione che hanno preso di mira Mario Balotelli, con la specifica forma di razzismo che scatta nei confronti di un nero italiano (oltretutto sfrontato e per nulla remissivo), con quei pochi che vorrebbero “negargli l’italianità” e i tanti che dispensano consigli di bon ton. Trovo meritorio che gli autori non rimuovano i problemi che riguardano la Curva nerazzurra, con il ricordo dei fischi a Marc Zoro e l’orrendo striscione esposto dopo la squalifica del campo juventino per i cori contro Balotelli, a solidarizzare con gli ultras bianconeri.
Il Collettivo Bauscia – Watchdogs, ADV, Luis, MrSarasa e Snis- è composto da frequentatori del trash (come altro definire chi prende appunti su Tuttosport?) e se c’è un rimprovero che mi sento di muovere loro è l’eccessivo amore per José Mourinho. Intendiamoci: il personaggio giganteggia in un mondo di nani, e mi sento di condividere quasi tutto quello che viene scritto sul suo approccio mediatico, ma da un grande allenatore vorrei vedere altrettanta genialità anche sul campo, perché accanto alla scoperta di Santon e all’ottima gestione di Balotelli, ci sta anche Quaresma. Certo, Mourinho ha rapidamente capito il mondo in cui si trova a operare, a cominciare dal fatto che “in Italia le cose sono raccontate in maniera diversa al cambiare del colore delle maglie”. Ha presto identificato il cancro del conflitto di interessi che inquina la politica e si riverbera sul calcio.
A Mourinho – miliardario conservatore, libero come chiunque possa andarsene in qualsiasi momento - non è sfuggito “l’accanimento sistematico, definito anche ‘lavoro organizzato’, contro l’Inter, descritta sempre come una squadra in crisi, con una dirigenza allo sbando, con contrasti interni, un presidente egoista e geloso dei suoi allenatori, spogliatoio spaccato, squadra dilaniata, tutti che vogliono andar via”. Era lo stereotipo quando imperava Moggiopoli, è rimasto nonostante quattro scudetti consecutivi. Ma rassegniamoci: l’unica Inter che piace al 99% dei media è quella alle nostre spalle. Simpatica e perdente. Dovranno masticare amaro, se continueremo a vincere.
mercoledì 21 aprile 2010
Interismo leninismo
Si può spiegare oggi cosa sia il comunismo al di là delle burocrazie e dei gulag? Questo libro risponde di sì e lo fa parlando non di politica, ma di calcio: raccontando come si è evoluto il calcio dal gioco “a uomo” al gioco “a zona”. E raccontando la storia dell’Inter: non per farne l’apologia, ma per spiegare in che modo questa storia, da Herrera a Mourinho, si sia intrecciata alla “rivoluzione collettivistica” della zona. Un racconto semiserio ma rigoroso, ispirato alla concezione materialistica della storia di Marx e Engels, e che guarda attraverso lo specchio del calcio moderno per cogliere la realtà di un mondo che funziona solo quando i suoi protagonisti – sempre più internazionali – sono capaci di pensarsi e agire come un collettivo. Insomma, un libro profondamente politico: scritto da un interista (e leninista) convinto, ma per discutere con tutti gli appassionati di calcio e di politica.Scritto da Luigi Cavallaro un interista militante, questo libro non parla dell’Inter per farne l’apologia, ma solo per spiegare come e quando la sua storia, da Herrera a Mourinho, si sia intrecciata nel bene e nel male alla “rivoluzione collettiva” della zona, e per mostrare le potenzialità e le difficoltà di affermazione di valori come il collettivo e l’internazionalismo. Un libro insomma profondamente politico, che parla a tutti gli appassionati di calcio e di politica nel convincimento che, quali che siano le rispettive appartenenze, tutti potranno ritrovarci lo schema di gioco della propria esistenza individuale e sociale.
Luigi Cavallaro
Interismo leninismo
La concezione materialistica della zona: breve corso
pp.144 15,00 €
lunedì 12 aprile 2010
Acqua bene comune: dalla Boliva di Morales all'Italia di Di Pietro.....
Nella nuovissima Costituzione della Bolivia di Morales (promulgata nel dicembre 2007 ed approvata con referendum popolare nel gennaio 2009, esempio concreto e particolarmente “virtuoso” di “costituzionalismo sperimentale”) si dichiara solennemente che “il diritto umano all'acqua è fondamentale e irrinunciabile, imprescrittibile ed essenziale per la vita”. Si proibisce pertanto qualsiasi forma di privatizzazione e la gestione dell'acqua è esclusivamente pubblica o comunitaria. “L'acqua costituisce un diritto fondamentalissimo per la vita, che appartiene alla sovranità del popolo” e spetta allo stato promuoverne l'utilizzo, l'accesso, la conservazione, il recupero e la gestione integrale dell' “ecosistema vivo acqua”.Non solo quindi una presa di posizione netta e senza ambiguità a favore del diritto dell'acqua ma molto di più, coerentemente ed organicamente rispetto ad una visione d'insieme tra individuo, comunità, cultura, natura, viventi, diritti e responsabilità che sfocia in un modello di sviluppo in grado di sostentare e promuovere una economia sociale e solidale. E' la filosofia del “buen vivir” su cui si fonda un nuovo paradigma di civiltà che sembra essere oggi tra i principi fondanti dei progetti e delle costituzioni della Bolivia e dell'Ecuador e non solo.
Del resto come non ricordare la “guerra dell'acqua” dell'aprile 2000 conclusasi con la vittoria dei movimenti nella città di Cochabamba in Bolivia che ha avuto l'enorme merito di ispirare pure in tutto il mondo le lotte per la difesa dell'acqua, costante oggetto di mercificazione da parte del WTO e delle multinazionali del settore?
In Italia invece abbiamo Antonio Di Pietro, ex giudice che da tempo si è dato alla politica, e che in un paese e in un parlamento modesto, mediocre e impotente come il nostro dove i dirigenti della cosiddetta opposizione confondono continuamente vittorie per sconfitte, passa pure per un “rivoluzionario”, lider maximo (assieme ad un paio di ex comici) dell'antiberlusconismo.
Bene, il nostro indomito Tonino ha presentato con l'Italia dei Valori dei propri quesiti referendari sul'acqua in Cassazione.
Peccato che da tempo esiste un Forum italiano dei movimenti per l'acqua (www.acquabenecomune.org) e che ha depositato lo scorso 31 marzo i quesiti referendari contro la privatizzazione.
L’IdV, nonostante gli incontri in precedenza avvenuti con la coalizione che promuove i tre referendum e pur condividendo i contenuti dei quesiti, promuove autonomamente un proprio referendum sull’acqua, ponendo così la propria iniziativa in aperta competizione con quella comunemente condivisa.
Di fatto si dà l'avvio a due distinte campagne referendarie che provocheranno confusione tra i cittadini e frammentazioni, mettendo a repentaglio lo stesso raggiungimento del quorum necessario.
Un fatto drammaticamente’ surreale, adesso avremo due campagne referendarie contro la privatizzazione dell’acqua: una delle associazioni che da sempre si battono in difesa dell’oro blu e che ha consegnato i requisiti in Cassazione lo scorso 31 marzo, ed ora, una dell’Idv.
Un vero capolavoro la scelta Di Pietro, che è riuscito a rompere il fronte unitario, depotenziando così lo strumento referendario. Se non si raggiungerà il quorum, bisogna sapere già da ora con chi prendercela.
Quella di Di Pietro è una forma di cannibalismo dell’ambientalismo e dei movimenti che si stanno battendo per l’acqua pubblica. E’ ormai chiaro che la decisione dell’Idv di presentare da sola i referendum ha solo un carattere di mera e semplice strumentalizzazione politica per crearsi solo un consenso nell’immediato senza preoccuparsi minimamente di vincere la battaglia referendaria.
A parte improvvise illuminazioni non c'è da sorprendersi: l'IDV fa parte di un Parlamento dove una maggioranza trasversale larga come poche altre difende il “misto for profit garantito” (dall'acqua all'energia e alle grandi opere),cioè il miglior “brodo di coltura” dell'affarismo partitocratico ed autoritario.
Insomma in Bolivia Morales, in Italia Di Pietro. Ad ogni paese il suo “rivoluzionario” e i suoi modelli “virtuosi”. Tanto si sa, per vestirsi da ecologisti dalle nostre parti basta realizzare un paio di fontanelle “pubbliche” e farsi vedere di tanto in tanto in bicicletta....
mercoledì 31 marzo 2010
Libera informazione?
Ho aspettato qualche giorno per meglio riflettere sulla trasmissione "Raiperunanotte" di Michele Santoro. E' di indubbio valore la portata di tale evento capace di aggirare e scardinare qualsiasi odiosa censura, quindi è stato salutare per la libera informazione in questo Paese.Però, alcune riflessioni vanno fatte per non passare per allocchi; insomma democratici sì, ma non fessi. E' vero che l'attacco di Berlusconi alle trasmissioni di intrattenimento politico è l'ultimo tassello di una manovra atta ad oscurare qualsivoglia voce non accordata con le direttive del regime. Bene, credo che abbiano fatto tante/ compagne/i a mobilitarsi e partecipare alle iniziative di condanna di questo ulteriore attacco alla democrazia da parte di un governo sempre più in difficoltà, e per questo ancora più pericoloso.
Però, senza nessun settarismo o faziosità, bisogna, riflettere sul modello di trasmissioni televisive, che in teoria, in quanto servizio pubblico, avrebbero dovuto dare voce anche a quanti, pur non presenti in parlamento, hanno il diritto di poter presentare le proprie ragioni politiche, economiche e sociali. "Ballarò", "Annozero" sono stati asserviti ad una logica di spartizione degli spazi di visibilità, appaltando di fatto la loro trasmissione ai soliti noti (il Pd per Ballarò, Di Pietro per Annozero).
Alcuni esempi, che ho vissuto direttamente, per capirci:
Mercoledi 14 aprile 2009 Paganica (Aq), sono con un gruppo delle Brigate di solidarietà attiva a discutere animatamente con il responsabile del COM perchè a Camarda e Aragno non ancora arriva nessun aiuto, a 10 giorni dal sisma, e chiediamo urgentemente un gruppo elettrogeno (nei campi di Camarda e Aragno per un mese sono state presenti solo le Brigate a garantire un pasto e sostegno alle popolazioni), durante la discussione si avvicina Sandro Ruotolo che ci chiede cosa stà succedendo. Accompagnamo Ruotolo sia a Camarda sia ad Aragno, dove la popolazione denuncia il totale abbandono da parte della protezione civile e ringrazia l'intervento tempestivo e fattivo delle Brigate. Il giorno dopo ad Anno zero sono state tagliate tutte le interviste che ringraziavano il Prc.
Benevento 11 ottobre 2009 palazzetto dello Sport festa del Popolo della libertà alla presenza di Silvio Berlusconi. Un centinaio di militanti del Prc del centro sociale depistaggio e precari della scuola aggirano il cordone di polizia e attuano una sonora contestazione al premier. Un inviatò di Ballarò intervista alcuni precari e attivisti. Interviste puntualmente tagliate nei servizi andati in onda nella puntata.
Venerdi 4 dicembre 2009 Roma cancelli dell'Eutelia, al presidio dei lavoratori da giorni si sussegue una stafetta da parte di compagni e compagne del Prc che oltre a garantire un pasto, sono anche insieme ai lavoratori a presidiare la fabbrica. Qualche giorno prima il proprietario, con vigilantes privati in piena notte hanno aggredito i lavoratori al presidio. Arriva sempre Sandro Ruotolo, a cui ricordo l'episodio dell'Abruzzo, il quale intervista lavoratori e giovani del Prc. Anche in questa occasione nella trasmissione di Anno zero sono state tagliate tutte le interviste ai giovani del Prc e ai lavoratori che ringraziavano della presenza fattiva dei compagni.
Quindi credo che oltre al bipolarimo politico e degli affari ci sia anche il bipolarismo dell'informazione. Un bipolarismo che oscura, volutamente, la sinistra antagonista e comunista dalle loro trasmissioni. Non a caso, dopo l'intervista a Mario Monicelli, alla parola rivoluzione, uno dei due si è proprio spaventato, mentre l'altro ha tentato di far rientrare questo concetto nelle logiche rassicuranti del sistema. Gad Lerner è stato l'unico… ad accennare ad una minima autocritica… La libertà di informazione e con essa il pluralismo vanno difesi sempre… Detto questo, noi dobbiamo essere sempre in piazza ed in qualsiasi altro luogo per la difesa della democrazia (vera) e per la libera informazione (vera).
lunedì 1 marzo 2010
Legale e illegale
Il commento più frequente che si sente fare è: “ma questo non è legale”, “questo è illegale”.
Ebbene, cari e care, avete assolutamente torto.
Ci sono periodi della vita in cui qualcuno vi avrà detto che bisogna essere legalitari, che la scelta migliore da fare è la legalità. Mentre vi dicevano questo vi facevano credere che la legge fosse cosa neutra, pagine e pagine composte in autoscrittura per un processo di regolamentazione della vita umana assolutamente naturale. Così non è.
Nel nostro sistema le leggi le fa chi sta in parlamento. Più spesso le fa chi è al governo e gode di una maggioranza in parlamento. Basta blindare le proposte con la fiducia e le leggi vengono fuori così come la maggioranza le ha volute, senza la minima discussione e il minimo cambiamento.
Essere legalitari di questi tempi assume lo stesso significato che assumeva ai tempi del fascismo. Ogni forma di disobbedienza e resistenza civile, anche non violenta, forse semplicemente pensata o scritta e detta, viene giudicata un crimine. I reati vengono stabiliti per legge e la legge la fa il governo. Tutto chiaro fin qui?
Tutti noi viviamo secondo un codice “legale”. Il codice “legale” normalmente dovrebbe essere realizzato seguendo le indicazioni di un codice non scritto che si compone di una parte etica e di una morale. Anche in questo caso prevale chi ha più potere. La morale della chiesa prevarrà sulla mia, sulla tua, sulla nostra, sulla vostra.
In ogni caso il punto è questa distinzione tra ciò che è legale e ciò che è illegale.
Per esempio: la ragazzina disabile costretta a rinunciare alla gita perchè la gelmini ha tagliato i posti delle insegnanti di sostegno e ha tolto soldi alle scuole pubbliche è un fatto increscioso che però avviene nella legalità. La raccolta di soldini da devolvere cristianamente nella sua direzione per compiere un ipocrita atto di bontà a fronte di un quadro legislativo che si distingue per crudeltà non fa che delegare ai singoli quanto dovrebbe essere di responsabilità dello stato.
Altro esempio: se un sindaco vi riempie di ordinanze e regolamenti, come l’ultima a proposito dei parcheggi riservati solo alle coppie regolarmente sposate e italiane (escluse le coppie di fatto e gli stranieri), lo fa in virtù dei vari pacchetti sicurezza che in più fasi hanno attribuito maggiori poteri ai sindaci in fatto di ordine pubblico conferendo persino il potere di armare la polizia municipale.
Ripassiamo: nel primo e nel secondo esempio siamo di fronte ad atti “legali” sebbene molto ma molto immorali.
A proposito della beatificazione di Pio XII, noto amico dei nazisti, non possiamo parlare di legalità o illegalità perchè il vaticano che condiziona e influisce sulle leggi di molti stati, incluso quello italiano, è uno stato a se’ con proprie leggi. Potremo dire che troviamo immorale che una chiesa che santifica un papa immorale poi ritenga di avere il diritto di poter legittimamente dettare regole sulla nostra moralità. Non che in caso contrario comunque quel diritto ce l’abbia giacchè il medioevo è passato da diversi secoli.
Altro esempio: i mezzi di trasporto in italia fanno un po’ il cazzo che gli pare, anche in questo inverno hanno lasciato morire di freddo, migliaia di pendolari senza dirti quando e come poter prendere un treno e un aereo, perchè non esiste una class action a tutela dei consumatori, perchè le leggi tutelano le imprese invece che gli utenti, perchè lo stato tutela le aziende invece che pensare alla sicurezza dei lavoratori e dei fruitori di un servizio. Quello che fanno è “legale”.
La censura in rete, una volta approvato il “codice di autoregolamentazione” sarà assolutamente “legale”. Al di sopra dei termini “giusto” o “sbagliato”. Sarà “legale” dove la “legalità” non è parametro di giustezza morale e umana.
Spostare un prefetto da Venezia perchè non ha dato retta alla Lega e non si è opposto all’insediamento dei rom e sinti nel luogo ad essi destinato dal comune, sarà un fatto opinabile ma “legale” perchè il ministro competente sulla materia decide così.
Fare morire stranieri e straniere nel mediterraneo, rinchiuderli dentro lager, condannarli al carcere perchè stranieri, impedire loro che vivano con dignità, è assolutamente “legale” perchè la legge oggi dice che tutto ciò è possibile.
Ospitare un amico straniero senza permesso di soggiorno che tenta solo di trovare uno spazio per se’ nel mondo è “illegale” anche se quell’amico non ha ammazzato nessuno, non ha fatto nulla di “immorale”. Non ha fatto niente di niente se non prendersi il diritto di esistere.
Picchiare i manifestanti nelle piazze è “legale” perchè le leggi sono fatte per reprimere il dissenso. Sequestrare manifesti, striscioni e volantini a chi tenta di esprimere una idea è “legale” perchè la legge stabilisce che tutto ciò è possibile.
Nel periodo di Mussolini era “illegale” essere “ebreo”, “omosessuale”, “rom”, “comunista”, “anarchico”, eccetera eccetera. Era “illegale” scrivere contenuti critici contro il governo. Era “illegale” chiunque decidesse di sottrarre stranieri, partigiani e soggetti vari al cappio della punizione, del carcere, del confino, della tortura.
Allora era illegale e oggi in un esercizio di retorica ipocrita celebriamo chi ha fatto scelte “illegali” come fossero – e lo sono stati – eroi.
Oggi chi osa fare la stessa cosa, come avveniva allora, viene chiamato “istigatore alla violenza”, “terrorista”, “illegale”, per l’appunto, dove a questo punto è chiaro chi decide cosa è legale e chi no. Dove deve essere chiaro che “legalità” non è sinonimo di giustezza morale.
Il fascismo del tempo di Mussolini si componeva di tanto legalitarismo, tanta legalità e obbedienza civile. Il fascismo decideva e i cittadini erano talmente obbedienti che diventavano persino delatori. Denunciavano le “illegalità” commesse dai vicini di casa, ebrei, partigiani eccetera.
Un ultimo esempio: oggi il ministro per la difesa La Russa fa quello che più gli piace fare. Parla all’esercito e tra una frase e l’altra recupera anche quei criminali della Decima Mas.
Per sapere chi sono e quali effetti deleteri hanno avuto costoro si può leggere in lungo e in largo il materiale fornito in tante inchieste sulle stragi nere e quello che ha raccolto pazientemente lo storico Casarrubea.
Dopo l’equiparamento dei partigiani ai repubblichini di salò ora siamo al recupero del terrorismo di matrice fascista. E tutto ciò è “legale” ma non per questo “giusto”.
Per andare in direzioni che ci sono ancora più care: l’uomo prevarica la donna, può schiavizzarla, destinarla a lavori di cura, allontanarla dai luoghi di lavoro, renderle la vita impossibile perchè è “legale”. Non che abbia bisogno della legittimazione della legge per fare quello che fa giacchè le leggi non sono che l’espressione delle intenzioni più conservatrici, regolatrici delle relazioni sociali. Tutto ciò che è progresso non lo vedrete mai scritto nero su bianco in una legge. Dovranno passare decenni, forse persino secoli perchè un parlamento di un governo statico, conservatore, fascista come il nostro recepisca l’esigenza di progresso espressa da tanta gente. Parliamo delle leggi che riguardano il corpo, la sessualità, la libera scelta, l’identità di genere, la libertà di essere chi vuoi e con chi vuoi (pensate al tempo in cui era illegale, e non è detto che non torni ad essere così, praticare l’interruzione di gravidanza). Parliamo delle leggi che impediscono ad una donna straniera di rivolgersi ad una struttura sanitaria per non morire di aborto clandestino.
A decidere se le cose scritte qui, ora, sono legali o illegali saranno quelli che stanno al governo. E se decidessero che si tratta di contenuti illegali potrei obiettare, disobbedire, o no?
A decidere se domani potremo amare una persona di un sesso non nella norma, di una etnia non nella norma saranno quelli che stanno al governo. Potreste mai smettere di amare qualcuno se il governo giudicasse il vostro amore “illegale”? Si può smettere di pensare e respirare perchè qualcuno ti dice che è “illegale”?
Ps: tutto ciò avviene mentre c’è chi cerca il “dialogo per le riforme” e chi addirittura immagina che Casini possa essere il candidato ideale per l’opposizione. Come se non ci fosse già noto “l’equilibrio” della democrazia cristiana…
Il modo democratico per intervenire su questa situazione è la manifestazione del libero pensiero, la presenza di una opposizione reale, si può intervenire sulle leggi qualora il potere non sia blindato da regole che impediscono la pluralità delle opinioni (il maggioritario e lo sbarramento alle elezioni), non sia avvantaggiato da una incredibile quantità di media, soldi, potere di ricatto economico sulla gente. Un governo che vince già con una grande sproporzione di forze e con leggi non democratiche che vuole liberarsi del parlamento, della costituzione, degli organi di garanzia, che reprime il dissenso e viola il diritto alla libertà di opinione e di critica, è un governo chiaramente autoritario con il quale non ci può essere alcun dialogo dentro o fuori le istituzioni.
sabato 6 febbraio 2010
diffidate di coloro nei quali è potente l'istinto a punire
Viviamo in un epoca di grandi complessità e di nuovi paradossi. Per la prima volta l’umanità è immersa in una crisi inedita, che unisce allo stesso tempo crisi di varia natura. Crisi ambientale, crisi economica, crisi energetica, crisi alimentare, crisi migratoria, crisi della forma di rappresentanza.
Perfino concetti e strumenti come riformismo e rivoluzione sono entrati in crisi. Né l’uno né l’altro riescono oggi nell’esistente complessità e nella diversa scala temporale ad affrontare e risolvere problemi cosi strutturati e interdipendenti.
La conseguenza è che viviamo in un enorme paradosso: vivere un tempo in cui vengono poste domande forti, ma le risposte appaiono estremamente deboli, e ci si rende conto che il mondo è sottosopra e che tutto è alla rovescia.
Ad esempio in Italia, la risposta alla crisi è la dichiarazione di guerra al più povero. Se aiuti un migrante clandestino rischi di finire in galera, a differenza di chi istiga all’odio razziale e diventa ministro della repubblica.
Se ti opponi per reclamare diritti, reddito, casa c’è il rischio di essere brutalmente picchiati, torturati e arrestati. Chi invece ha prodotto la violenza, ha calpestato i più elementari diritti (come è accaduto a Genova durante il G8 nel luglio 2001) viene assolto, promosso e premiato come un “eroe” dello Stato.
E questa l’Italia dove alla corruzione di un governo populista, reazionario, razzista e fascistoide, l’unica opposizione che scalda gli animi degli antiberlusconiani sembra quella che vuole più Stato, che chiede più trasparenza, merito, legalità, manette e polizia. Uno Stato che serve a difesa della propria debolezza sociale, prima che politica.
Legalità e giustizia contro fragilità sociale, declassamento e precarietà. Per essere chiari si invoca lo Stato invece di far male ai padroni.
Non stupisce allora che la “cultura della legalità” tanto acclamata e bandiera dell’antiberlusconismo si traduce nell’invocare la necessità della tutela dell’ordine pubblico, attraverso l’intensificazione della repressione di tipo penale e amministrativo. Tale operazione sottintende una concezione autoritaria volta a privilegiare la dimensione della “sicurezza” rispetto a quello dell’intervento sociale.
Questo tipo di opposizione a Berlusconi, se per un verso semplifica le proteste e raduna nelle piazze centinaia di migliaia di persone, per l’altro occulta la crisi, i rapporti di produzione, la povertà, la disoccupazione.
Una anomalia tutta italiana. Una situazione politica segnata da corruzione e blocchi di ogni genere che favorisce una sensibilità sociale forcaiola. Solo Berlusconi rende possibili Travaglio e Grillo come miti indiscutibili.
L’assenza di un progetto politico alternativo e assenza di opposizione facilitano la semplificazione anti-berlusconiana, sgombrando il campo dai problemi sociali che restano, con o senza Berlusconi.
Credo che bisogna cominciare ad avere la consapevolezza che la partita che si gioca in Italia non è semplicemente tra gli onesti e i reprobi, che gran parte delle ingiustizie che vi si commettono sono ineccepibili dal punto di vista della legalità e che i problemi politici non possono essere risolti per via giudiziaria o giocando a guardia e ladri. Non per intendersi, sparando le manette in prima pagina contro il lodo Alfano o il processo breve, ma ricordando piuttosto le aberrazioni dei pacchetti sicurezza o le leggi sulle tossicodipendenze e sull’immigrazione (che recano la firma di quel campione di democrazia, che oggi tanto piace agli oppositori del cavaliere, e che presiede la Camera dei Deputati), le quali se pure non proteggono le malefatte di Berlusconi provvedono a mandare in galera (e qualche volta a morire) migliaia di poveracci. Ricordando magari che le forze dell’ordine sono anche quelle di Genova e di Stefano Cucchi e la magistratura quella che le assolve, che l’ordine e il “decoro” quella mostruosa, persecutoria, regolamentazione delle vite e discriminazione delle diversità dilaga nella Lombardia leghista cosi nelle “rosse” città di Firenze e Bologna.
Cosi come è giusto ricordare che il malaffare, le concentrazioni monopolistiche, l’arroganza del potere non sono una inedita prerogativa di Silvio Berlusconi, cosi come il servilismo e la malafede non lo sono dei cortigiani che oggi lo circondano. Che lo sfruttamento, i privilegi, il restringimento delle libertà individuali e collettive, la persecuzione delle “devianze” sono tutt’altro che una “anomalia”, ma accompagnano da un pezzo la storia italiana e coinvolgono numerosi dei suoi protagonisti, tanto conservatori quanto “riformisti”.
Si insiste, inoltre, da più parti, nel sostenere che la questione della democrazia e quella della legalità coincidono. Non serve uno storico o un filosofo della politica per sapere che cosi non è.
Esistono intere biblioteche dedicate all’anomalia dello Stato Italiano, un apparato che dall’unità d’Italia in poi, passando per una monarchia conservatrice, il fascismo, due guerre mondiali e una democrazia consociativa, ha mantenuto più o meno intatte le sue caratteristiche originarie, fondate sulla mediazione occulta fra legalità e illegalità, sul particolarismo dei suoi gruppi dirigenti e sulla subordinazione degli interessi pubblici a quelli di partito.
L’intreccio fra mafia e politica è solo l’aspetto più macroscopico di questa anamorfosi, di un trasversalismo immodificabile tra pubblico e privato che si può riscontrare a ogni livello, nelle amministrazioni locali come nelle grandi strategie pubbliche. Una tendenza diffusa agli illegalismi, ai delitti impercettibili e ubiqui di colletti bianchi e pubblica amministrazione.
Ad esempio la moltitudine di padroncini del nord-est, come d’altronde l’immenso elettorato moderato, non ha avuto mai grande interesse repubblicano tant’è che ha eletto a suo rappresentante Silvio Berlusconi, un imprenditore plurinquisito, che non ha fatto mai mistero di identificare il bene del paese negli interessi della Fininvest e delle altre sue aziende.
Quando l’allora ministro Lunardi ha dichiarato in parlamento che bisognava convivere con la mafia, ha detto quello che probabilmente pensano tanti imprenditori, il cui problema non è se pagare il pizzo, ma se questo verrà compensato e in che misura.
Allora penso che “la cultura della legalità” agitata dai settori dell’antiberlusconismo non è altro che uno slogan a effetto per la grande illegalità, visto che le procedure anti-corruzione e anti-mafia sono state progressivamente abbandonate proprio dagli ultimi governi di centro-sinistra. Ma che è invece una dichiarazione di guerra per le piccole illegalità, quelle dei disgraziati, dei piccoli criminali, dei migranti, delle vittime appunto della “modernizzazione”.
Con tutti costoro, il centro-sinistra si è dimostrati implacabile. Qualche osservatore ha suggerito che si sia trattato di una strategia deliberata di controinformazione, se non di depistaggio. Deviando l’attenzione sulla microcriminalità, reale e immaginaria, si sarebbe indebolita la vigilanza sull’opinione pubblica sul crimine organizzato e soprattutto sul comportamento ambiguo dei governi.
Nella primavera del 2007 il quotidiano “La Repubblica” pubblicava in prima pagina la lettera di un cittadino elettore di centro-sinistra che rimproverava ai suoi dirigenti politici di fare e agire poco in termini di sicurezza, elencando nei migranti e nei rom le principali cause dell’insicurezza. Sempre “La Repubblica”, dopo la tornata elettorale alle elezioni amministrative del 2007, che aveva sancito un forte calo di consensi dei partiti dell’Unione al Nord Italia, analizzava la sconfitta nelle politiche poco incisive sui temi della sicurezza.
E non fu un caso che il governo Prodi subito dopo ha operato una regressione sostanziale, se non spettacolare sui temi dell’immigrazione, la sicurezza urbana, l’ordine sociale, la giustizia penale, la lotta alla criminalità spicciola.
L’insensata equivalenza di criminalità organizzata e micro-criminalità, il fallimento di qualsiasi strategia di umanizzazione delle carceri, la stigmatizzazione dell’immigrazione, la campagna per la sicurezza urbana, le ricadute pratiche della “cultura della legalità” sono tutti prodotti del talento di uomini del centro-sinistra.
Solo per fare qualche esempio delle loro responsabilità e dell’involuzione attuale, basta ricordare che i Gom, i supersecondini autori delle sevizie e delle torture alla caserma Bolzaneto a Genova durante il G8, sono stati costituiti dall’allora ministro della Giustizia Diliberto; cosi come dopo la brutale aggressione alla signora Reggiani a Roma da parte di un giovane immigrato rumeno il governo Prodi ha varato d’urgenza un pacchetto sicurezza che è stato il preludio ai pogrom del governo Berlusconi, oppure il decreto Amato sulla repressione alle tifoserie calcistiche.
La “cultura della legalità” ha conseguito risultati meno che mediocri nella lotta al crimine organizzato, alla mafia, alla camorra. In cambio ha avuto effetti devastanti sia sulle scelte politiche dei governi, sia sull’involuzione della mentalità del paese o meglio sull’affermarsi di un opinione pubblica essenzialmente repressiva e regressiva.
In Italia, l’equazione “immigrati uguale criminali” è diventato uno slogan agitato sia da destra che da larghi settori dell’ opposizione. Non è un caso se un idolo delle folli dell’antiberlusconismo come Beppe Grillo, può tranquillamente eccitare il suo popolo sbraitando contro gli immigrati che invadono i sacri confini della patria.
Come risulta, anche da recenti ricerche, il panico in questione è il frutto del corto circuito creato a metà degli anni ’90 tra l’agitazione di comitati di “cittadini” sorti sulle ceneri dei partiti tradizionali e le strumentalizzazioni dei partiti più o meno xenofobi come la Lega e An e il sensazionalismo dei media. Sarebbe bastato consultare qualche libro di Bauman per riflettere sul fatto che gli immigrati, al di la del loro reale coinvolgimento nella microcriminalità, diventano il parafulmine di una insicurezza e precarietà diffusa, in gran parte prodotta dallo smantellamento dello stato sociale.
Ma i partiti del centro-sinistra (Pd e Idv), opinion leader accreditati come i più incisivi oppositori a Berlusconi (Travaglio), sindaci di giunte “rosse” (Cofferati, Veltroni, Dominici, Chiamparino, Renzi) invece di svolgere un opera di informazione e, in sostanza, di riportare la realtà immaginaria e mediale ai fatti, hanno cavalcato le proteste nell’illusione di allargare il proprio consenso nell’elettorato moderato.
Com’era facilmente prevedibile questa “inimicizia dall’alto” si è rilevata un boomerang. Da una parte si sono legittimate le posizioni xenofobe della destra, dall’altra agli occhi dell’elettorato moderato, la responsabilità del “degrado” che tutti imputano agli immigrati non poteva che essere attribuita alla sinistra.
Ma non credo che si sia trattato solo di insipienza, ma piuttosto di una strategia di perversione della cultura di prevenzione dei micro-conflitti, che tradizionalmente differenziava la sinistra moderata alla destra.
In questo, senso “giovani”, “migranti” sono stati gli spauracchi che avrebbero dovuto comunicare un’immagine del centro-sinistra come schieramento politico forte, razionalizzatore, moderno. Basti pensare agli sgomberi degli spazi sociali autogestiti da parte di Cofferati a Bologna oppure alla direttiva anti lavavetri da parte del sindaco Dominici e dell’assessore Cioni a Firenze. Una deriva che esprime una “filosofia” non solo autolesionista, ma fondamentalmente autoritaria. A questo punto mi interessa poco come si sia autodistrutto il centro-sinistra. Piuttosto, il problema è che nel corso degli anni ’90 nonostante un’apparente pace sociale, sono state gettate le premesse di una involuzione autoritaria del paese.
Tra il 1992 e il 1994 il sistema politico, partitico e parlamentare è crollato sotto i colpi inferti dall’inchiesta giudiziaria chiamata tangentopoli. La procura di mani pulite e molti intellettuali “liberali” pensavano probabilmente all’epoca di spianare la strada al governo degli incorruttibili, cioè dei magistrati, e invece l’hanno spianata a un capitalismo aggressivo, compiaciuto e iperpoliticizzato.
Anzi, oggi credo che si possa dire che i partiti al governo nella I^ Repubblica sono affondati non perché se ne scoprisse di colpo la propria immoralità, ma perché erano diventati inutili e non più capaci di rappresentare interessi di centri di potere economici e finanziari.
Caduto il muro di Berlino, finita l’epoca di Yalta, la strategia capitalistica si è posta il problema della distruzione di ogni compromesso sociale fra capitale e lavoro. Per raggiungere questo obbiettivo è stato necessario gettare le basi per avere uno stato forte, un parlamento che non fosse più il luogo sul quale si riflettono gli antagonismi presenti nella società, un governo capace di gestire l’emergenza permanente.
Per realizzare questa “sovversione dall’alto” tre forze vennero mobilitate:
- la fazione politica e confindustriale che hanno accettato le regole imposte dalla globalizzazione neoliberista che ha prodotto con forte ritmo le misure di riordino economico, giocando implacabilmente su svalutazione e inflazione, sulla riduzione del salario reale e lo smantellamento del welfare, le privatizzazioni e le politiche repressive al fine di risolvere l’urgenza;
- la magistratura come taske force degli interessi della globalizzazione liberista. Certo i magistrati con la loro azione sembravano attaccare non semplicemente i corrotti, ma le stesse forme del funzionamento corrotto della democrazia parlamentare. Perciò essi sono stati appoggiati entusiasticamente dalla gente. Dimenticando, però, che ogni democrazia in un sistema capitalistico è sempre un ordinamento della corruzione e che ogni nuova proposta di governo dentro un ordinamento capitalistico non potrà essere altro che una forma diversa e equivalente di corruzione. Finché ci sarà capitalismo ci sarà una democrazia corrotta e questo la magistratura lo sa;
- l’asse Segni-Occhetto sui referendum elettorali. Si è trattato di una emanazione diretta della confindustria, il prodotto del trasformismo politico degli strati di “notabilato” della vecchia struttura politica con un sostanziale accordo con le nuove correnti del populismo, in primis la lega. Il fine dei “referendari” è stato quello di garantire, nel nuovo ordine costituzionale della II^ Repubblica, il predominio della finanza attraverso la trasformazione del parlamento in organo di notabili (maggioritario) e l’efficacia conservativa del governo. Queste sono state anche le ragioni profonde che hanno prodotto le fortune elettorali di Berlusconi e Bossi da un lato e di Di Pietro dall’altro.
A tutto questo bisogna aggiungere il ruolo determinante che ha avuto la grande stampa e i media.
Bisogna prendere atto del fatto che in Italia più che negli altri paesi dell’occidente il “sistema”, cioè l’insieme dei giornali, delle tv, degli opinionisti ha sparso in questi anni una cultura fortemente giustizionalista, razzista, esasperatamente competitiva e di sopraffazione. Ha fatto in modo che si affermasse il principio che il più ricco, il più forte, il più dotato, il più armato, il più furbo ha sempre ragione. Non è cosi? Non è diventato senso comune l’idea che l’obiettivo di una società moderna, di uno stato liberale sia innanzitutto di garantire la sicurezza e il benessere delle sue classi dirigenti e poi di proteggere i diritti delle classi medie, e poi di reprimere le ribellioni e le eventuali irregolarità delle classi più deboli e in particolare degli stranieri?
Nella situazione fin qui delineata c’è poco spazio per la disobbedienza civile e il conflitto sociale anche tra gli oppositori di Berlusconi. La comune opposizione al cavaliere e i suoi sistemi di governo non può cancellare il disagio di trovarsi gomito a gomito con chi tiene in spregio il garantismo, apprezza la tolleranza zero e si accomoda con agio nei rapporti sociali esistenti.
Prudenza suggerirebbe, infine, di andare piano con i richiami alla “resistenza” la quale in tutte le sue diverse ispirazioni, non si prefiggeva il restaurare lo stato e la legalità dell’Italia prefascista, né di affidare la rinascita del paese a una magistratura che avrebbe continuato ad applicare per decenni il codice Rocco.
La democrazia non può essere difesa senza svilupparla, approfondirla, radicalizzarla, poiché non si tratta di un catechismo, di un codice o di un insieme di norme e sacri principi, ma di un agire politico calato nel suo tempo. Bisogna agire avendo la consapevolezza che Berlusconi non lo si combatte cavalcando malumori e frustrazioni, ma costruendo politica e pratica di opposizione che si nutre di conflitto sociale e di disobbedienze, e che oggi tutto questo non esiste né nei partiti ma neanche nel senso comune ispirato da Grillo e Travaglio.
Per il momento, sarà saggio almeno accogliere il suggerimento di Zarathustra: “ diffidate di coloro nei quali è potente l’istinto di punire “
Italo
giovedì 31 dicembre 2009
lunedì 14 dicembre 2009
Quale sinistra? Riflessioni post dibattito
Domenica 13 dicembre ho partecipato a Riccia ad un dibattito sulla sinistra e sulla necessità dell'unità. Tornando a casa in macchina mi tornava in mente "Ombre rosse" lo splendido film che ci ha regalato Citto Maselli. Pensavo agli ultimi cinque minuti del film, che coniugano arte e messaggio in maniera niente affatto noiosamente pedagogica: il grigiore delle ombre della sinistra diventata cinica e omologata al liberismo (con la sua allarmante mancanza anche di etica pubblica) viene oltrepassato dalla freschezza di due giovani donne (donne, per l'appunto) che, con un metro, prendono le misure di un vecchio casale, per ricostruire, rifondare, renderlo vivo e vissuto dopo la sconfitta. Siamo rifondatori, ci dice Maselli, non restauratori nostalgici del passato. Sperimentiamo, elaboriamo, "camminiamo domandando"; non conosciamo bene il percorso (Marx direbbe "non siamo i pasticceri dell'avvenire") ma ricominciamo, in basso a sinistra. E' importante il punto di vista, la tecnica del rovesciamento: il movimento reale a cui viene affidato il "rovesciamento pratico dei rapporti sociali esistenti". A me piace oggi, nell'era della crisi globale del capitale, più di ieri, chiamarlo comunismo. Non voglio essere né un nostalgico, né un pentito; sono con Bloch che lottava con gli operai di Berlino contro il regime.Nel dibattito si è parlato anche della caduta del muro di Berlino e tornando al film di Maselli pensavo che il film è metafora artistica. Nessuna nostalgia del Muro; questo è nel vissuto di ognuno di noi. Anzi, il Muro ci permette di narrare noi stessi. Nessun rimpianto per l'equilibrio bipolare; abbiamo tentato di "capire Danzica" ( le mie prime vere manganellate le ho prese nel dicembre del 1981 davanti l'ambasciata polacca a Roma) ; abbiamo protestato sotto l'ambasciata cinese per Tien An Men; soprattutto eravamo in quel segmento, forse piccolo, di cultura ed iniziativa di sinistra che, in Italia e nel mondo, riteneva, al contrario di Occhetto, che a Mosca non pesava solo l'assenza delle libertà individuali, ma, nel profondo, un deficit di socialismo, nella riproduzione di rapporti sociali borghesi (con una anomala specificità).
Ho sempre ritenuto che lo stalinismo andasse superato da sinistra. Ma, con la caduta del Muro, venne esaltato il "cambio d'epoca" addirittura come "fine della storia"; e l'operazione della Bolognina, in Italia, venne motivata e gestita come una cancellazione di se stessi. Le magnifiche sorti e progressive, invece, non si videro e non si vedono; il mondo non fu pacificato ma nacquero le "guerre costituenti" fondative del "nuovo ordine mondiale".
Vi fu una sconvolgente affermazione, con la globalizzazione liberista, della nuova egemonia borghese e capitalista.
Ricordo che festeggiai, brindando, la caduta del Muro nella nostra sede di democrazia proletaria a Palata; ma oggi bisogna prendere atto che si aprì un varco enorme per la poderosa e potente "rivoluzione restauratrice" del capitale, con la crisi proprio di quel costituzionalismo e di quello stato di diritto la cui assenza era stata assunta, giustamente, ad emblema del fallimento del cosiddetto "socialismo reale".
Essendosi liberato dalla sindrome della competizione con l'Unione Sovietica, il capitale si liberò anche della memoria di Stalingrado e della vittoria contro il nazifascismo e prese a mercificare, senza remore, tutto, tempo, spazio, vivente, vite.
Pesante fu il maglio del comando del capitale sui rapporti di lavoro, sulla precarietà, sulla costruzione di stati etnocentrici (e, quindi, xenofobi).
Qui siamo. E' qui che si pone, in questa dialettica, la ricostruzione di una istanza anticapitalistica di massa. Anzi, riproporre la rifondazione comunista significa proprio partire dalla rielaborazione delle gravi sconfitte subìte per rimettere in discussione anche paradigmi storicamente fondativi che hanno però generato la deriva della cupa e grigia coltre totalitaria nella costruzione di una statualità socialista.
Penso che proprio oggi, dentro e contro la crisi della globalizzazione liberista, ritornino, per paradosso, ad essere più che mai attuali le ragioni del dirsi comunista. Anche la simbologia oggi è importante. Non a caso la Bolognina cancellò l'aggettivo per significare mutazione genetica, abbandono di un campo, accettazione esplicita delle categorie del capitale, cancellazione di una narrazione storica.
Per me comunismo non significa dunque, dottrina. Continuo a pensare, come ci aiuta a fare anche il film di Citto Maselli, che la sinistra o è anticapitalista o non è; perché essa deve collocarsi nel punto più alto della sfida teorica, politica e sociale.
venerdì 11 dicembre 2009
LA STRAGE DI STATO
Il 12 dicembre 1969, con le bombe a Piazza Fontana, cominciava la “strategia della tensione”Tra il 1969 e il 1984, in Italia, sono avvenute otto stragi politiche dalle caratteristiche comuni: tutte hanno visto coinvolti personaggi appartenenti alla destra eversiva, in tutte sono emerse protezioni, connivenze, responsabilità di appartenenti agli apparati dello Stato, tutte sono rimaste per molto tempo senza spiegazioni ufficiali, senza colpevoli e senza mandanti. In quindici anni sono state assassinate, oltre seicento sono rimaste ferite in attentati stragisti che, ancora oggi, nella quasi totalità dei casi, sono rimasti impuniti.
Si è fatto di tutto intorno alla strage di piazza Fontana, a Brescia, Bologna, Ustica, compresi i processi. Di tutto non per scoprire la verità, ma per occultarla. La verità storica e politica è rimasta per anni patrimonio dei movimenti, imbrigliata dai silenzi, omissioni, depistaggi, fino all’apposizione del segreto di stato, poi è diventata senso comune di larga parte del paese, senza che a ciò corrispondesse però azione adeguata.
Anzi, ancora oggi è piegata agli interessi di chi la vuole complice nella conservazione dell’esistente.
I giorni nostri sono percorsi da un forte vento di destra, con egemonia culturale e sociale. Ovviamente il riformarsi di un “consenso di massa” alle nuove forme del fascismo richiederebbe un’assai lunga e complessa analisi, ma è utile ricordare una indicazione/profezia di Pier Paolo Pasolini (del settembre ’62):
«Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: ma occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di un società».
La storia di questi 40 anni ha dimostrato che le Strage di Piazza Fontana è una Strage di Stato!. Anche le successive stragi degli anni ‘70/80 (piazza della Loggia, Italicus, strage alla stazione di Bologna, ecc) hanno confermato, fuor di ogni dubbio, che lo Stato promuoveva o consentiva stragi e delitti eccellenti, spesso gestendoli in prima persona e comunque coprendoli: ultimi esempi Ustica, Casalecchio di Reno, la morte di Ilaria Alpi, le navi dei profughi speronate e il Cermis: crimini di guerra e di pace, sempre con la stessa logica del puro dominio.
Subito dopo la strage un gruppo di compagne e compagni diedero vita ad un inchiesta militante/collettiva e al libro “La strage è di Stato”. Fu anche una indicazione di metodo che oggi bisogna rilanciare. Tanto più che se alla fine degli anni ‘60 e inizio dei ’70 ancora esistevano taluni spazi d’informazione più o meno liberi, che oggi, nonostante l’uso massiccio di internet e dei social network, si sono ridotti al lumicino. Non si può però tacere che molti/e oggi chiudono le orecchie, preferiscono non sapere. Dobbiamo dunque informarci da soli e contro-informare con le forze che abbiamo, trovando il modo di sturare le orecchie e aprire le menti cloroformizzate.
In copertina a “Strage di Stato” ci sono i gendarmi di Pinocchio o forse i carabinieri di Valpreda; continuità dello Stato forte con i deboli e debole con i forti. Viviamo sempre più all’interno d’una nazione-poliziotto e in una rete di sbirri mondiali: impediscono agli esseri umani di passare le frontiere proprio mentre capitali, armi e veleni non hanno confini; affamano interi continenti e uccidono (o imbavagliano, se si vive nella parte privilegiata del mondo) chi ne spiega le vere ragioni; si lamentano in Italia della sicurezza (imbrogliando sui dati, diffondendo razzismo) mentre ogni giorno 4/5 persone muoiono in Italia nei luoghi della produzione, per colpa provata di un’organizzazione del lavoro criminale.
Quarant’anni si ha la certezza o forse solo la conferma che esiste un filo, un continuum fra lo Stato armato e terrorista e la piccola/spiccia repressione, fra i grandi trafficanti d’armi internazionali (che poi piangono sulle vittime e organizzano le “guerre umanitarie” benedette dal premio igNOBEL Obama) e il tentativo di controllare e/o ingabbiare le nostre esistenze. Un discorso lungo e complesso. Credo che questo filo vada spezzato, ovunque sia possibile. Non abbiamo grandi organizzazioni/energie per farlo, anzi come direbbe Totò, “alla forza pubblica possiamo opporre solo la nostra privata debolezza”.
Però lo dobbiamo fare e invitare a farlo ogni giorno: ci si chiami comunisti o cattolici, Centri sociali o Greenpeace, lavoratori e precari auto-organizzati , zapatisti o semtierra di ogni parte del mondo, “Dire mai al Mai” o altro ancora, i nomi contano poco, è come s’agisce quel che fa la differenza.
Se un anello della catena dello Stato poliziotto viene lacerato, più facile sarà che anche altri anelli si spezzino.
E viceversa: ogni volta che chiudiamo gli occhi sui diritti di “un altro/a”, perché non sappiamo identificarci con lui/lei, stiamo saldando una catena che stringe/stringerà il collo di tutti/e. Perché lo Stato globale oggi è una falsa democrazia che in realtà si basa sulla dittatura degli 850 leader che si riuniscono al Forum internazionale di Davos (e possiedono il 95% o giù di lì dei massmedia mondiali, tanto per dare un’idea) e che hanno 50 mila “luogotenenti” per controllare qualche miliardo di consumatori a Nord (se sono buoni, altrimenti diventano criminali) e di schiavi al Sud (che se provano a ribellarsi vengono uccisi con le armi, con gli embarghi o con “le politiche di aggiustamento strutturale” della Banca mondiale). Oggi come ieri, bisogna ripetere: ribellarsi è sempre giusto, possibile, necessario.
Non mi sono mai pentito d’aver lottato e di continuare a farlo. Mi sento di sottoscrivere le affermazioni di Albert Hoffman un compagno statunitense, , in prima fila nel movimento degli anni ‘60/70: “Certo, eravamo giovani. Certo, eravamo arroganti. Eravamo ridicoli, eravamo eccessivi, eravamo avventati, sciocchi. Ma avevamo ragione”. Avevamo ragione noi, anche su questo: la strage è di Stato. E diciamo a voi, gente perbene, che “per quanto vi crediate assolti”, come cantava allora Fabrizio De Andrè, “noi verremo ancora a bussare alle vostre porte”, perché siete sempre - e per sempre – tutti coinvolti.
martedì 13 ottobre 2009
Berlusconi contestato a Benevento..... i suoi giornali criminalizzano, i difensori della "libertà di stampa" censurano
Ma questa notizia non è stata citata da nessun giornale e televisione. Della contestazione si sono occupati solo qualche giornale telematico e qualche altro giornale locale oltremodo per criminalizzare la contestazione. La rimozione totale, compiuta sia da testate giornalistiche come La Repubblica e l'Unità o da testate televisise come Rai 3, della mobilitazione intrapresa, in condizioni di straordinaria difficoltà, è lì a dimostrare due cose, entrambe inquietanti. La prima è che la rivendicazione di un'informazione libera e indipendente, risuonata con forza sabato 3 ottobre a Roma in una piazza del Popolo gremita soffre di clamorose amnesie da cui è afflitta una parte cospicua di coloro che quella mobilitazione hanno sostenuto e persino promosso. La seconda è che il Pd vive la scesa in campo del conflitto sociale per lo meno con imbarazzo. Queste elementari constatazioni spiegano molte cose del contorto mondo della politica italiana. In queste ore ci sentiamo sollevati e persino euforici per la sentenza con la quale la Consulta, cancellando il lodo Alfano, ha salvato la Costituzione e la democrazia da una vulnerazione grave e forse irreversibile. Sentiamo indebolita la protervia di cui Berlusconi fa quotidiano sfoggio. Sicchè l'arrogante sbocco di superbia da lui esibito dopo lo smacco incassato pare più la spia di un sentimento di paura che non di sicurezza. Eppure, proprio in questo momento di massima debolezza personale del caudillo di Arcore, emerge, sconfortante, lo stato di paralisi delle forze che dovrebbero innescare un processo di cambiamento. Tutto ciò che avviene si svolge nei santuari e nelle foresterie del potere. Tutti a dire che il governo non deve cadere. Da non crederci! Tutti: dal Pdl al Pd. Sì, anche il Pd, terrorizzato dal rischio di una contesa elettorale da cui teme di uscire con le ossa rotte. Non conta che il Paese sia allo stremo, non contano i tre milioni di persone in stato di povertà assoluta, i disoccupati a reddito zero e senza prospettive, non bastano la latitanza di una qualsiasi strategia di contrasto alla crisi, una legge finanziaria evanescente e atti di politica fiscale banditeschi.
Prevalgono il misero calcolo di bottega, il riflesso conservativo dettato dalla consapevolezza del proprio stato confusionale, dell'inconsistenza di una proposta davvero alternativa, capace di parlare alle classi subalterne e suscitare il coinvolgimento delle energie vitali del Paese. Prevale il puro controcanto polemico, la giaculatoria mediatica, dove tutto si risolve nel sembrare, piuttosto che essere, opposizione. Interclassismo ideologico e bipolarismo politico formano la camicia di forza nella quale si avvita senza prospettive la crisi culturale e politica del mai nato partito democratico. In questa grottesca situazione - dove tutto ciò che si muove, si compone e si scompone, è avulso dalla dinamica sociale - potrebbe essere proprio Berlusconi a coltivare l'idea salvifica delle elezioni anticipate, dell'appello diretto al popolo, dal quale egli ritiene di avere ricevuto un mandato assoluto. Il suo istinto gli dice una cosa vera, al di là del delirio onnipotente che ne descrive la patologia, e cioè che qualcosa di molto profondo si è innestato nella società italiana, nella nervatura della società civile, nel senso comune. Egli ne è l'espressione più corrotta e manigolda, ma attinge ad un brodo di coltura, di disinformazione, di assuefazione che è stato preparato, coltivato, nutrito con meticolosa, scientifica perseveranza, complice una sinistra condannatasi all'eutanasia. E' quello che con una scorciatoia letteraria chiamo "berlusconismo", osso da rosicchiare ben più duro del fondatore di Forza Italia perché destinato a sopravvivergli, deriva culturale profonda da indagare e contrastare con minore approssimazione di quanto colpevolmente non si faccia. Di questo torbido patrimonio di consenso Berlusconi potrebbe servirsi, trasformando le elezioni in un plebiscito, dal quale egli sente di poter uscire persino irrobustito, forte di un potere personale mai visto se non nel ventennio fascista. E allora? Allora la cosa peggiore è l'immobilismo, l'indifferente abulia di forze talmente poco alternative che ristagnano nel brodo di un liberismo (temperato?), incapaci di guardare all’antagonismo sociale. E qui torno alla contestazione di Benevento trattato - lo ripeto - col malcelato disinteresse che si riserva ai fatti più marginali. Temo che la stessa sorte toccherà ai migranti, i quali il 17 ottobre manifesteranno per chiedere che l'art. 3 della Costituzione - quello in base al quale il lodo Alfano è stato dichiarato illegittimo - valga anche per loro. Ecco, finché l'opposizione non comprenderà che queste sono le risorse su cui far leva, Berlusconi e gli scalpitanti pretendenti al suo trono potranno dormire sonni tranquilli.
venerdì 9 ottobre 2009
Quando una vetrina spaccata di una multinazionale vale più di una vita umana
Una sentenza, pericolosa sotto il profilo delle garanzie democratiche, perché il reato di devastazione e saccheggio, condanna inflitta a 10 imputati, ora che è stato applicato a manifestazioni politiche, diventa uno strumento adatto a logiche autoritarie di appianamento del dissenso e del conflitto sociale. Oltretutto e' una figura di reato sfuggente e assai opinabile.
Qui si arriva alla “vendetta preventiva”. In questi lunghi otto anni abbiamo detto di chiamare le cose con il loro nome e allora diciamo senz'altro che i processi genovesi sono processi politici. Lo sono perché il G8 del 2001 è stato un punto di svolta nella storia recente d'Italia e perché chiamano in causa i massimi vertici delle forze dell'ordine e il potere politico per palesi e reiterate violazioni dell'ordinamento costituzionale. Tutto quello che è avvenuto in questi anni nelle aule del tribunale di Genova e, sul piano politico, intorno ai fatti del G8, è un palese tradimento della lettera e dello spirito della Costituzione. A Genova per più giorni furono soppresse le garanzie costituzionali, fu abiurato lo stato di diritto. Se la Costituzione fosse cosa viva, animatrice giorno per giorno della nostra vita pubblica, il dopo Genova sarebbe stato un cataclisma giudiziario e politico. Avremmo visto ministri e presidenti del consiglio chiedere scusa alla cittadinanza e alle vittime di tutte le violazioni compiute dalle forze dell'ordine. Tutti gli operatori coinvolti nelle operazioni sarebbero stati sospesi, i massimi dirigenti allontanati. Qualcuno sarebbe stato anche licenziato. Il parlamento avrebbe avviato un'inchiesta e progettato leggi di riforma delle forze dell'ordine. Il tema delle libertà civili e del diritto al dissenso sarebbe stato percepito come un'autentica emergenza democratica. Come ben sappiamo, niente di tutto questo e' avvenuto
La verità , temo. è che la nostra Costituzione è come morta. Non anima più la vita istituzionale, non è il il faro che illumina il parlamento, i tribunali, la vita di tutti i giorni. C'è ancora tempo per rimediare? Tutti noi lo speriamo, ma dobbiamo davvero chiamare le cose con il loro nome ed essere tutti consapevoli di qual è la posta in gioco: il futuro, se non il presente, delle garanzie costituzionali.

